Lo ammetto senza giri di parole: questa volta sono rimasto sconvolto.
E non è facile, alla mia età e dopo decenni di cronache anche piuttosto cruenti, stupirsi ancora. Ma la realtà, quando vuole, riesce a superare l'asticella dell'orrore. La bambina morta a Bordighera aveva due anni. Due. Nemmeno mille giorni di vita. Non un'esistenza, non un'infanzia, appena un respiro nel mondo. È arrivata in ospedale già in arresto cardiocircolatorio. La madre ha chiamato i soccorsi quando ormai era troppo tardi. Sul piccolo corpo, però, non c'erano soltanto i segni di una morte improvvisa: c'erano lividi, lesioni, ferite compatibili con violenze ripetute, anche inferte con oggetti contundenti. Segni vecchi. Segni nuovi. Segni che raccontano una storia che nessuno ha voluto vedere. E qui scatta qualcosa che, lo confesso, perfino io faccio fatica a concepire fino in fondo. Perché una cosa è leggere di violenza. Un'altra è leggere di violenza materna. Forse ci colpisce di più perché la madre è colei che dà la vita. Che porta il figlio nel proprio ventre. Che dovrebbe essere il primo rifugio, la prima sicurezza, il primo mondo. Pensare che proprio quella figura diventi fonte di terrore, dolore, tortura, è qualcosa che urta profondamente la nostra coscienza. Quella bambina era totalmente inerme. Dipendeva in tutto e per tutto da chi l'aveva messa al mondo. Si affidava a lei. E cosa succede nella psiche di un bambino quando il soggetto che dovrebbe proteggerlo diventa il pericolo? Quando il volto che dovrebbe fornire rassicurazione è quello che fa paura? È uno sdoppiamento devastante. Una frattura profonda. Un trauma che, in questo caso, non ha nemmeno avuto il tempo di trasformarsi in memoria. Si è fermato con la morte. C'è poi un altro elemento che non può essere eluso. Questa bambina non è morta all'improvviso. Il vaso di Pandora, una volta aperto, mostra una realtà ancora più atroce: come ha vissuto quei due anni? In quali condizioni? In quale solitudine estrema, totalizzante, asfissiante? Perché quei segni sul corpo, appunto, non nascono in un giorno. Raccontano una quotidianità di violenza reiterata. Insistente. E allora la domanda diventa inevitabile: dov'era il mondo intorno? Dov'erano i parenti, i vicini, i nonni, i servizi, il padre, figura di cui al momento non sappiamo nulla o che appare assente? Sembra che sia in carcere. Perché nessuno si è accorto di quella bambina? E, aggiungo, perché nessuno si è accorto di quella donna, di quella madre? Sia chiaro: non sto giustificando nulla. Non lo farei mai.
Ci mancherebbe. La responsabilità penale è di chi ha inflitto quelle violenze. Punto. E pesa ancora di più il fatto che la signora abbia raccontato una versione falsa, parlando di una caduta dalle scale, smentita fin da subito dall'evidenza delle ecchimosi sul corpicino. Questa non è confusione. È malafede. E la malafede, lo insegna il diritto, rende evidente il reato. Ossia la volontà di compiere il male.
Se vogliamo davvero evitare che tragedie simili si ripetano, dobbiamo avere il coraggio di affrontare il nodo culturale che da anni fingiamo di non vedere. La violenza non ha genere. Le donne possono essere violente. Le madri possono essere carnefici. Continuare a considerare la donna esclusivamente come vittima e la madre come soggetto per definizione fragile e incapace di nuocere significa abbassare la soglia di attenzione. Significa non vedere. Significa non intervenire. Un errore che stiamo ripetendo troppo di frequente negli ultimi mesi. I casi di madri che uccidono o torturano i figli si moltiplicano. E ogni volta il copione è lo stesso: sorpresa, incredulità, sgomento, rimozione. Come se fosse un'eccezione incomprensibile. Non lo è più.
O accettiamo davvero la parità anche in ambito penale e criminale, senza sconti ideologici, senza paternalismi, senza ipocrisie, oppure continueremo a leggere di bambini massacrati nel silenzio.
Questa
creaturina indifesa non è morta soltanto per le percosse. È morta anche per l'indifferenza. E per una cultura che, pur di non mettere in discussione i propri dogmi, preferisce non guardare l'orrore quando ha il volto di una madre.