Ora vogliono spostare il processo sui 'Demoni' di Bibbiano

A un mese e mezzo dalla data fissata per l’udienza preliminare gli avvocati di una delle principali indagate nell'inchiesta sui bambini di Bibbiano chiedono che il processo venga spostato da Reggio Emilia

Ora Federica Anghinolfi si sente presa di mira. La principale indagata dell’inchiesta sui bambini di Bibbiano vuole tutelarsi dai pregiudizi, e punta il dito verso la provincia in cui tutto è cominciato: Reggio Emilia. Era arrivata qualche mese fa la notizia che il 30 ottobre si sarebbe svolta l’udienza preliminare per decidere in merito al rinvio a giudizio dei 24 imputati nell’inchiesta “Angeli e Demoni” sugli affidi illeciti condotta dal procuratore Valentina Salvi. E oggi l’indagata numero uno pretende di spostarla altrove.

Il tribunale di Reggio mostrerebbe "un pregiudizio negativo per gli imputati e, in particolare, per la nostra assistita”. È questo (secondo quanto riportato da La Verità) che sostengono Oliviero Mazza e Rossella Ognibene, difensori della Anghinolfi. Motivo per cui i due legali chiedono che l’udienza venga fissata altrove. Secondo loro le ultime disposizioni fissate dal presidente del tribunale, Cristina Beretti, farebbero sì che “venga pronosticata la sostanziale superfluità dell’udienza preliminare e l’inevitabilità del rinvio a giudizio, in spregio alla presunzione d’innocenza degli imputati e con oggettivo condizionamento della libertà di decisione del giudice che dovrà, invece, valutare in via preliminare l’operato del pubblico ministero”.

Ma spieghiamo cosa è successo. Il 7 di settembre il presidente del tribunale di Reggio Emilia, Cristina Beretti, ha indicato all’interno di una “proposta di variazione tabellare provvisoriamente esecutiva” che servirà un giudice per il processo su Bibbiano. In poche parole si tratta di un avviso scritto su una sorta di calendario di servizio utile a organizzare il lavoro del tribunale. Niente di più. Un’operazione di routine che per i legali dell’indagata sarebbe “l’ennesima dimostrazione di come la grave situazione locale che si è creata attorno ai cosiddetti fatti di Bibbiano sia incompatibile con il sereno svolgimento del procedimento”.

Il mio provvedimento - si è dovuta giustificare la Beretti - è in realtà una proposta di variazione tabellare, ed è imposto da una circolare del Consiglio superiore della magistratura che prevede la formazione di queste tabelle ogni qual volta si presenti la necessità di una riorganizzazione del lavoro”. Di nuovo, niente di inusuale nelle procedure d’ufficio. E di fatto nello specifico, sempre secondo quanto riportato dal presidente del tribunale, la variazione tabellare specificherebbe solamente che “a oggi non è possibile stabilire la composizione di questo eventuale collegio, perché uno dei suoi membri è in astensione per maternità e non è prevedibile la data del suo rientro in ufficio”.

A decidere se davvero il processo verrà spostato in altre sede sarà la Cassazione dopo aver preso in esame la richiesta da parte dell’indagata che verrà presentata, come annunciato dall’avvocato Mazza, all’udienza del 30 ottobre. Se venisse accolta, allora il processo verrebbe spostato ad Ancona. Ma il pretesto sembra non stare in piedi visto che le variazioni tabellari sono utilizzabili all’interno degli uffici delle autorità giudiziaria a sua discrezione. Dunque, come potrebbe un’azione lecita, e per di più non rara, fare da gancio per sostenere che vi siano situazioni legate al contesto che potrebbero turbare lo svolgimento del processo?

A far pensare che la manovra della Beretti c’entri poco con la richiesta dei due avvocati vi è un ulteriore fatto. A metà gennaio scorso, il legale Mazza già aveva dato segno di voler agire nello stesso identico modo, procedendo con una richiesta di rimessione del processo “Angeli e demoni”. Allora le contestazioni furono nei confronti della pm Salvi, colpevole, secondo Mazza di “aver depositato l’atto di chiusura delle indagini appena dieci giorni prima delle elezioni regionali in Emilia Romagna, di aver esposto gli imputati a gogna mediatica, e di aver colpito la sua assistita Anghinolfi con ipertrofia accusatoria”. Sulla base delle 68 ipotesi di reato (su 107 totali) alle quali dovrà rispondere Federica Anghinolfi.

Ancora una volta niente di fattuale. Ciò che invece appare inopinabile è la differenza tra le decisioni prese da Tribunale e Procura nell’ambito dell’inchiesta. Un particolare che può solo far presagire un lavoro completamente indipendente da parte dei due organi. A luglio 2019, si contavano 11 richieste di custodia cautelare. Fu il gip in un secondo momento a imporle solo a sei degli indagati. Escludendo l’origine dolosa del reato per quanto riguarda le “gravi lesioni psicologiche ed esistenziali” subite dai bambini che vennero allontanati dalle proprie famiglie d’origine e affidati ai servizi sociali dell’Unione Val D’Enza.

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