"Bombardare Port Stanley": l'operazione Black Buck One

Nella Guerra delle Falkland venne organizzata quella che è considerata la più lunga operazione di bombardamento della storia (fino a quel momento)

"Bombardare Port Stanley": l'operazione Black Buck One

Nei primi mesi del 1982 presso la base della Royal Air Force (Raf) di Waddington, l'ultima rimasta a utilizzare i bombardieri Avro Vulcan, tre stormi – il 44esimo, 50esimo e 101esimo – erano in avanzata fase di smobilitazione. Il Regno Unito aveva da tempo deciso di affidare la sua deterrenza nucleare strategica esclusivamente ai sottomarini lanciamissili balistici, e l'ultimo superstite della V Force, la Forza V dal nome dei tre velivoli che la componevano (Victor, Valiant e Vulcan), stava per essere mandato in pensione, mentre agli Handley Page Victor da tempo era stato assegnato il ruolo di aerocisterne.

Attacco alle Falkland

La storia prende un inaspettato e improvviso corso diverso quando l'Argentina, allora retta da una giunta militare (la Junta) che aveva preso il potere nel 1976, il 2 aprile del 1982 invade le Isole Falkland e quelle della Georgia del Sud, situate nell'Atlantico Meridionale.

Il governo britannico decide, parallelamente alle trattative diplomatiche, di organizzare una missione militare per riconquistare gli arcipelaghi occupati dalle forze armate argentine: l'Operazione Corporate. Già il 3 aprile la Camera dei Comuni dà il via libera alla risoluzione militare e così nelle basi inglesi messe in allerta, si fanno tutti i preparativi per organizzare una task force aeronavale da spedire in quel remoto angolo del mondo. Una di queste è Waddington, e al comandante del 44esimo stormo, Simon Baldwin, viene ordinato di riattare cinque bombardieri Vulcan per una serie di missioni di bombardamento non ancora specificate. Nome in codice: Black Buck.

I vecchi bombardieri – il primo volo di un Vulcan è datato 30 agosto 1952 – vengono frettolosamente rimessi in grado di essere riforniti in volo (qualcosa che non facevano più da un decennio) e dotati di piloni alari per sistemi di contromisure elettroniche (le gondole Alq-101) o missili antiradar (gli Shrike). Inoltre ogni bombardiere viene dotato di un sistema di navigazione inerziale Carousel per affiancare i vecchi sistemi presenti sul velivolo, risalenti alla fine degli anni '40.

Il 29 aprile, quando ormai è chiaro che le trattative diplomatiche sono fallite, il primo ministro britannico Margareth Thatcher ordina ai bombardieri di decollare da Waddington per il più vicino avamposto inglese nell'Atlantico da dove poter colpire le Isole Falkland: la base aerea Wideawake dell'Isola di Ascensione. Obiettivo di Black Buck One: bombardare la pista dell'aeroporto di Port Stanley, capitale del piccolo arcipelago distante 1500 chilometri dalle coste dell'Argentina.

Due Vulcan decollano quella mattina, insieme a un nutrito gruppo di Victor, alla volta della sperduta isola posta al centro dell'Atlantico, con nominativi radio civili per depistare i sovietici e gli argentini in ascolto, e appena arrivati vengono subito preparati per l'azione, che si sarebbe tenuta la sera del giorno successivo. Il piano, sulla carta, è semplice: un Vulcan, con 21 bombe da mille libbre (450 chilogrammi) sarebbe decollato alla volta di Port Stanley accompagnato da 11 aerocisterne Victor, insieme ad un altro Vulcan e altri due Victor di riserva. Le aerocisterne, con una serie di rifornimenti in volo tra di esse e col bombardiere, gli avrebbero permesso di piombare, di notte, sul bersaglio e il Vulcan dopo aver sganciato il suo carico bellico avrebbe virato per tornare verso la base sull'Isola di Ascensione. In quel momento, nel 1982, sarebbe stata la più lunga missione di bombardamento della storia.

Black Buck One

Gli aerei decollano insieme, a un minuto di distanza l'uno dall'altro, alle 22:50 ora di Ascensione, e fanno rotta verso Sud. Da subito si presentano alcuni problemi: il Vulcan che avrebbe dovuto effettuare l'attacco non riesce a pressurizzare correttamente la cabina, e deve abbandonare, mentre a un Victor si inceppa la manichetta di rifornimento in volo (un tubo flessibile con un “cestello” in fondo) ed è costretto a rientrare. Black Buck One, però, la prima delle missioni di bombardamento delle Falkland, continua a essere operativa. Al Vulcan del capitano (flight lieutenant per la Raf) Martin Withers tocca quindi dare inizio al conflitto. “Sembra che abbiamo del lavoro da fare ragazzi” dice nell'interfono al suo ammutolito equipaggio quando sente dei problemi al bombardiere primario.

A circa 840 miglia (1550 chilometri) a sud di Wideawake avviene il primo rifornimento, ed è qui che si scopre che la quota di volo (30mila piedi – 9100 metri) è ottimale per i Victor, ma non per il Vulcan, che per risparmiare combustibile dovrebbe volare a 40mila piedi (12200 metri). Dopo due ore e mezza dal decollo, a 1150 miglia (2129 chilometri), il secondo, poi il terzo, un'ora e mezzo dopo, a circa 1900 miglia da Ascensione (3520 chilometri).

Intanto a Wideawake arrivano i primi Victor, e il destino, ancora una volta, ha in serbo una brutta sorpresa per Black Buck One: gli aerei si presentano tutti insieme e tutti a corto di carburante, perciò è da escludere che possano effettuare dei circuiti di attesa per aspettare che chi era atterrato liberasse la pista di decollo. Si decide di farli scendere insieme e di lasciarli parcheggiati alla fine della striscia di asfalto, uno dietro l'altro. Qualcosa di molto pericoloso. Il comandante Martin Todd, a bordo del quarto e ultimo Victor, ebbe a dire una volta a terra: “C'erano gli altri tre alla fine della pista, ad aspettare che ci fermassimo. Se i nostri freni non avessero funzionato... Cristo... non ci voglio pensare...”. Ma tutto fila liscio. Il Victor di Todd atterra dispiegando il paracadute frenante, fa inversione ed esce dalla pista seguito da tutti gli altri.

A questo punto della storia la forza che si stava dirigendo verso le Falkland è composta da due Victor e dal Vulcan carico di bombe. Dopo aver volato 2700 miglia (5mila chilometri) in cinque ore e mezza, bisogna effettuare un ulteriore rifornimento in volo. Questa volta l'imprevisto si chiama maltempo.

Nel bel mezzo dell'Atlantico Meridionale la piccola formazione incappa in una tempesta tropicale, il cui tetto lambisce la quota di volo dei velivoli. A bordo dei Victor si comincia l'ultimo trasferimento di carburante “omologo” prima di lasciare il resto al Vulcan, ma la turbolenza è terribile: la manichetta continua a oscillare con sbalzi di 9 metri, e dopo lunghi interminabili minuti, il velivolo del capitano Steve Biglands riesce a inserire la sonda nel cestello e “abbeverarsi”.

Il fato però sembra accanirsi su Black Buck One. La sonda si spezza, e pertanto si decide che sarebbe stato l'aereo del maggiore Bob Tuxford a proseguire verso Ascensione e rifornire il Vulcan. Dopo aver appurato che non ci fossero pezzi di sonda nel cestello dell'aereo di Tuxford, si trasferisce tutto il carburante possibile nel Victor rimasto ma ci si rende conto che è inferiore a quanto preventivato: la tempesta aveva prolungato i tempi per il contatto, portando i velivoli troppo a sud e ai Victor non rimaneva molto carburante per poter tornare a Wideawake, considerando anche che il velivolo di Biglands, con la sonda spezzata, non poteva più essere rifornito in volo.

Ora i due velivolo rimasti sono a tremila miglia a sud di Ascensione (5550 chilometri) e l'obiettivo è “a un ultimo balzo”. Quando si trovano a 350 miglia (648 chilometri) a Nord-Est di Porty Stanley comincia l'ultimo rifornimento. Il prezioso combustibile fluisce nei serbatoi del Vulcan, ma l'operazione termina prima del previsto, cogliendo di sorpresa il capitano Withers, che rompe il silenzio radio per dire “più carburante” al collega sul Victor. Sull'aerocisterna, però, hanno fatto bene i conti, non senza animate discussioni tra l'equipaggio, e hanno dato tutto quanto era possibile dare per evitare di finire in mare tornando ad Ascensione.

Il bombardamento

Il Vulcan, a questo punto, comincia una planata che lo porta in breve tempo a 600 metri di quota. L'addetto al sistema di bombardamento (un vecchio H2S degli anni '50) accende l'apparecchiatura per controllare la rotta: tutto è perfetto. Poco dopo le 4 del mattino, ora delle Falkland, il bombardiere nato per bersagliare l'Unione Sovietica con ordigni nucleari, si trova a 75 chilometri dal suo obiettivo.

A questo punto Withers dà tutta manetta, e i quattro Rolls Roye Olympus spingono l'aereo sino a circa tremila metri di altitudine e a una velocità di 650 chilometri orari, calcolate affinché le 21 bombe che trasporta possano avere abbastanza energia cinetica e inerzia per poter penetrare nella pista a una distanza di circa 15 metri l'una dall'altra, creando così il massimo danno possibile.

L'attacco viene condotto tenendo un angolo di 30 gradi rispetto all'asse della striscia di volo: il Vulcan, come anticipato, ha una tecnologia degli anni '50 e pertanto questo è il metodo più sicuro per poter mettere a segno “almeno un colpo” sul bersaglio. Durante la salita un radar argentino, uno Skyguard di fabbricazione statunitense, illumina il bombardiere, ma l'addetto alla guerra elettronica, nella cabina posteriore del bombardiere, attiva immediatamente le contromisure e il segnale si perde.

Il bombardiere ora è in volo livellato, il computer di bordo ha tutti i dati per calcolare il momento dello sgancio e il distanziamento tra le bombe secondo i parametri impostati. I portelli del vano bombe sono aperti. I 21 ordigni da più di 450 chilogrammi vengono sganciati nell'arco di cinque secondi e ne impiegano circa 20 per raggiungere il suolo.

Nel frattempo il Vulcan effettua una cabrata a tutta manetta virando a sinistra per evitare la possibile reazione avversaria, che non c'è. Gli argentini sono stati colti totalmente di sorpresa. Solo quando l'aereo è a 14 miglia da Port Stanley le difese aeree si attivano, ma ormai è tardi: una bomba, una sola, esplode nel mezzo della pista a circa un terzo della sua lunghezza, rendendola inservibile. Missione compiuta.

Le infrastrutture aeroportuali, e un Pucarà (un aereo da attacco tattico) argentino subiscono gravi danni. Il comandante Withers comunica via radio la parola in codice che indica il successo: “Superfuse!”. Sono le 4:30 del mattino, e la guerra delle Falkland è formalmente cominciata.

A bordo del bombardiere non c'è giubilo, ma solo la consapevolezza di aver dato il via a un conflitto e la soddisfazione di aver portato a termine una missione che, per quei tempi, era incredibile: un vecchio bombardiere, con tecnologia obsoleta, aveva compiuto la missione di bombardamento senza scalo più lunga della storia, che sarebbe rimasta tale sino al recente conflitto in Afghanistan, quando i bombardieri strategici statunitensi decollavano da Diego Garcia nel mezzo dell'Oceano Indiano per martellare le posizioni talebane.

Epilogo

Black Buck One ebbe un successo duplice: da un lato permise lo sbarco della forza anfibia britannica con una certa sicurezza data dalla messa fuori uso della pista di Port Stanley, dall'altro costrinse gli argentini sulla difensiva, forzandoli a tenere l'unico gruppo da caccia (il Grupo 8) nella base Comodoro Rivadavia, nel Nord dell'Argentina, per difendere Buenos Aires e tutto il Paese da un possibile bombardamento britannico, abbandonando così l'aeroporto di Rio Gallegos, da dove i Mirage III avrebbero potuto fornire appoggio aereo in contrasto allo sbarco inglese. Da quel momento i Sea Harrier della Royal Navy si assicurarono il dominio dei cieli delle Falkland.

Soprattutto la missione, insieme alle successive, ebbe un forte impatto sul morale degli argentini, e minò pesantemente il consenso della Junta: oltre a quella della notte tra il 30 aprile e il primo maggio, ce ne furono altre sei (due abortite), di cui due di bombardamento e quattro di attacco antiradar coi missili Shrike.

Durante una di queste missioni per colpire i sistemi radar argentini un Vulcan, per un guasto grave, fu costretto ad atterrare a Rio de Janeiro, e l'aereo col suo equipaggio rimase internato per 9 giorni, ma questa è un'altra storia.

L'ultima missione Black Buck fu effettuata il 12 giugno 1982, su obiettivi terrestri vicino a Port Stanley.

Terminava così la carriera del Vulcan, un bombardiere nato per una missione terribile, la guerra nucleare, che ebbe un “canto del cigno” convenzionale: gli ultimi esemplari – nel ruolo di aerocisterne – vennero ritirati dal servizio a marzo del 1984.

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