Quel braccio di ferro con la Fiom salvò l'impianto di Pomigliano

Tra le grandi vittorie di Marchionne come manager Fiat, spicca il successo al referendum del 2010 tra gli operai di Pomigliano sull'applicazione del nuovo contratto. Lo scontro con la Fiom fu durissimo, ma alla fine ha avuto ragione lui

Quel braccio di ferro con la Fiom salvò l'impianto di Pomigliano

Nelle ore in cui si apprende del ricovero in gravissime condizioni di Sergio Marchionne, il pensiero corre inevitabilmente al periodo in cui l'ex amministratore delegato Fiat, poi diventata Fca, era finito sulle prime pagine di tutti i giornali, protagonista di uno scontro durissimo con il mondo sindacale, in particolare la Fiom. Correva l'anno 2010 e Marchionne lavorava da tempo per migliorare i conti e sanare le inefficienze del gruppo. Una su tutte quella legata allo stabilimento Fiat di Pomigliano d'Arco, che per alcuni mesi fu al centro della vertenza tra Marchionne e i sindacati per applicare il nuovo contratto ai metalmeccanici.

A quei tempi uno spettro si aggirava dalle parti di Pomigliano. Non si trattava dell'ancora imberbe Luigi Di Maio, ma di qualcosa di molto più pericoloso per questo paesone dell'entroterra napoletano: la chiusura dello stabilimento della Fiat, che dal lontano 1972 dava lavoro a tutta la città. A suscitare i timori degli operai era proprio Marchionne, intenzionato a risolvere con misure drastiche le tante inefficienze della fabbrica. I metalmeccanici di Pomigliano venivano da tre anni di cassa integrazione e lo stipendio non bastava a mantenere la famiglia. Serviva una cura da cavallo. L'ad Fiat lo sapeva bene.

Tanto da proporre ai metalmeccanici un contratto che prevedeva grandi sacrifici, ma anche incentivi. Alcune delle misure: riduzione delle pause da 40 a 30 minuti, spostamento della mensa a fine turno e - soprattutto - aumenti salariali svincolati dall'inflazione e quindi non più automatici. Banalmente, un discorso legato all'efficienza e alla produttività della fabbrica. "Volete più soldi in busta paga? Lavorate di più". Un invito neanche troppo gentile a rimboccarsi le maniche, che la Fiom considerò una provocazione. Via via tutto il resto. L'azienda si siede al tavolo coi sindacati, dove si apre una spaccatura tra la "triade" Cgil-Cisl-Uil e la Fiom che, al referendum (al quale partecipa il 95% dei dipendenti di Pomigliano) chiede di votare no. A costo di vedere trasferita in Polonia la produzione della nuova Panda al posto delle vecchie Alfa Romeo.

L'esito della consultazione è scontato: sì 63%, no 37%. Agli ideali, gli operai di Pomigliano antepongono la famiglia. Sarà una grande vittoria, loro e di Marchionne. Che porta in Campania la produzione della Panda e smuove le acque al punto da riuscire ad applicare la ricetta di Pomigliano a tutto il gruppo Fiat, divenuto nel frattempo gruppo Fiat-Chrysler. Nel 2015 la fabbrica napoletana è risultata la più efficiente d'Italia. I dipendenti ne guadagnano in termini reputazionali ed economici, l'aumento della produzione porta nelle loro tasche ricchi bonus. E la stessa cosa avviene per la neonata Fca. Il resto è storia recente.

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