Prescrizione, Cartabia: "Processi troppo lunghi sono anticipo di pena"

Per Marta Cartabia, prima donna presidente della Corte costituzionale, la pena non deve mai essere contraria al senso di umanità

Prescrizione, Cartabia: "Processi troppo lunghi sono anticipo di pena"

Processi infiniti? La possibilità non piace alla presidente della Corte costituzionale, Marta Cartabia, che nella sua prima intervista rilasciata a Repubblica, ha evidenziato che "i processi troppo lunghi si tramutano in un anticipo di pena anche se l'imputato non è in carcere''. Senza dimenticare, però, il grande danno esistenziale che una persona potrà accusare se alla fine risulterà innocente.

Per la Cartabia, inoltre, il carcere deve "rispecchiare il volto costituzionale della pena e dia al detenuto una seconda chance''. ''Partendo dal luogo più remoto della società qual è appunto il carcere - ha aggiunto - la Corte sta portando la Costituzione ovunque. Perché la Costituzione e i suoi valori vivono e muoiono nella società''.

Due giorni fa è stata depositata alla Corte l'ultima sentenza che riguarda le detenute madri di figli gravemente disabili che potranno scontare la pena anche a casa e che vede la Cartabia come relatrice. La presidente della Corte costituzionale ha affermato che ''non abbiamo voluto rinviarla perché riguardava la vita in concreto di due persone. Oltre che la madre reclusa, n'era coinvolta anche la figlia disabile, incolpevole''. La Cartabia spiega che l’ordinamento prevede strumenti come la detenzione domiciliare che permettono di eseguire la pena con modalità che tengono conto delle persone innocenti bisognose di assistenza. Il tutto senza fare sconti e quando le circostanze lo consentono.

Una giustizia dal volto umano che rispetta la dignità delle persone. La Corte, secondo il presidente, ha affermato ''che quando il figlio della madre detenuta è affetto da grave disabilità non conta l'età anagrafica, e quindi la detenzione domiciliare può essere concessa anche oltre l'età di dieci anni''. Anche perché a subire una pena non sarebbe solo la persona che ha commesso il reato ma anche un innocente.

Nulla di diverso, in sostanza, da quanto previsto dall'articolo 27 della Costituzione che recita come ''la pena non deve mai essere contraria al senso di umanità; ma anche che la giustizia deve essere capace di tenere conto e bilanciare le esigenze di tutti: la sicurezza sociale, il bisogno di giustizia delle vittime e lo scopo ultimo della pena che è quello di recuperare, riappacificare, permettere di ricominciare anche a chi ha sbagliato''.

La Cartabia sottolinea che in quest'ultima decisione vengono sviluppati alcuni principi già espressi in un caso analogo nel 2003 e che la Corte ha sempre tenuto presente delle condizioni dei carcerati. Il presidente sottolinea che anche chi ha commesso un grave delitto ma si impegna in un percorso di riabilitazione e risocializzazione non deve disperare e sentirsi una sorta di condannato a vita anche una volta terminata la pena. ''La Corte opera con gli strumenti che le sono propri e nei limiti che sono imposti al suo agire: giudicando le leggi, eliminando gli ostacoli incostituzionali all'effettivo reinserimento sociale di chi in carcere ha davvero colto l'opportunità di una seconda chance''. Ma, spiega la Cartabia, questo è un compito, non facile, che deve essere svolto da più figure perché ''occorre l'azione responsabile e convinta di molti: il legislatore, i giudici, la polizia e l' amministrazione penitenziaria, i servizi sociali, le associazioni di volontariato''.

La Cartabia ritorna sulla recentissima polemica in merito alla decisione che la Corte ha assunto mercoledì sulla legge Spazzacorrotti. Qualcuno ha parlato di legge bocciata mentre altri hanno accusato la stessa Corte di far uscire dalle prigioni i condannati.

Ma il presidente prova a gettare acqua sul fuoco specificando che è stato seguito ''uno dei principi fondamentali della civiltà giuridica in materia penale che vieta l'applicazione delle leggi più severe ai fatti commessi prima della loro entrata in vigore''. La Spazzacorrotti ha inasprito il regime carcerario per i reati contro la pubblica amministrazione. Ciò ha fatto sì che questi crimini siano stati equiparati ''a quelli di criminalità organizzata e terrorismo, ed è stata applicata anche ai reati commessi prima della sua entrata in vigore''.

Per questo, ha spigato ancora il presidente della Corte costituzionale, ''la nostra decisione ha colpito non la legge, ma la sua interpretazione retroattiva, con una sentenza che tecnicamente definiamo interpretativa di accoglimento''. La legge, infatti, di per sé non disponeva l'applicazione retroattiva ma non la escludeva neanche in quanto non era prevista nessuna disciplina transitoria per i fatti pregressi.

L’intervento della Corte''introduce una importante innovazione perché chiarisce che il divieto di retroattività delle leggi penali riguarda anche quei cambiamenti nel regime penitenziario che comportano una radicale trasformazione della natura della pena e della sua incidenza sulla libertà personale, rispetto a quella prevista al momento del reato''.

Un modo che consente a chi è stato condannato di non vedere la propria vita completamente distrutta. Perché per chi ha sbagliato una volta ci sarà una seconda possibilità per riscattarsi. ''L'articolo 27 della Costituzione parla di pena, non solo di carcere, che deve tendere alla rieducazione del condannato: dare una seconda chance''.

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