Il cimitero delle madri mancate

Cuore e legge in conflitto

Il cimitero delle madri mancate

N ei ricordi già lontani dell'università, c'è quella volta in cui la professoressa di Propedeutica filosofica ci spiegò che, per Tommaso d'Aquino, Dio non «immette» subito l'anima nel feto, l'anima intellettiva e immortale che distingue gli uomini dai vegetali e dagli animali: l'anima è un dono che arriva dopo qualche tempo, quando il feto è già parzialmente sviluppato e, quindi, in grado di ricevere questo privilegio dell'eternità. Ora, benché la filosofia medievale offra numerosissimi quesiti che suonano davvero insoliti per la mente contemporanea, la teoria di San Tommaso mi lasciò subito perplessa. Mi chiesi: perché? Voglio dire, perché, se il feto è sacro, lo è solo «dopo un po'»? Perché bisogna aspettare di essere «degni» - in senso fisico - di ricevere l'anima? E dire che, quanto a ortodossia, San Tommaso era il massimo, quindi forse ero io, che ortodossa proprio non sono, a non capire. E in effetti, molti secoli dopo quelle riflessioni assai sottili, lo Stato italiano, che pure non parla affatto di anima, inizia a considerare «feto» quello dopo le 28 settimane, e solo se un feto muore dopo quel periodo può essere definito «nato morto», altrimenti è «prodotto abortivo». Se si scrive «prodotto abortivo» su Google, ci si trova di fronte a frasi del genere: «L'autorizzazione al trasporto ed alla sepoltura o cremazione di un prodotto abortivo di età gestazionale pari o superiore a 28 settimane viene rilasciata dal Comune... I genitori possono chiedere che i prodotti al di sotto della predetta 28ma settimana di gestazione siano sepolti con esequie singole». Chiamare un possibile futuro bambino «prodotto», associare la burocrazia al dolore più intimo, a una ferita che mai si rimargina, indipendentemente dai motivi di quella perdita, sembra allucinante, un inferire senza pietà su quel corpicino mai arrivato alla vita, e sulla madre che lo portava dentro, nella pancia.

Questo non c'entra col fatto che l'aborto sia un diritto e sia legge, c'entra piuttosto col fatto che la legge, quando viene applicata nella sua cavillosità e verbosità, talvolta paia quasi ritorcersi contro le persone che dovrebbe tutelare. Ma può succedere anche che una donna si ritrovi il proprio nome scritto su una croce desolata in un cimitero, come se fosse morta, mentre qualcuno ha seppellito il suo feto nato morto proprio lì, sotto terra, senza il suo consenso. Violando la privacy, la legge dello Stato e, anche, la legge divina, che dice: non giudicare. Voler bene a quei feti, o a quei «prodotti», come se avessero tutti un'anima immortale, volata in cielo e, quindi, decidere di seppellirli, lasciando memoria della loro identità, non può portare a violare la legge e, soprattutto, non comporta (non dovrebbe comportare) mettere all'indice la madre, che può avere avuto mille ragioni (o forse nessuna, è che il destino ha deciso per lei), che non sono soggette alle sentenze altrui, di sicuro non qui sulla terra. Alla madre non è necessario contare le settimane, per sapere che il suo bambino ha un'anima, né ha bisogno che qualcuno conti per lei. Se è giusta, e umana, la compassione per il feto, incomprensibile è la sua assenza nei confronti della madre mancata, e ferita, alla quale quella croce non serve come ricordo (come non serve a nessuno per ricordare i propri morti), perché lei di certo non ha dimenticato.

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