Perché all'ultimo l'Iss s'è sfilato dal convegno sulla fiscalità del tabacco

Un webinar sulla "fiscalità del tabacco" organizzato da Casmef e Luiss affronta il tema dell'aumento della tassazione sulle sigarette elettroniche e gli Htp. Ma il centro ha redatto una serie di analisi in partnership con uno dei giganti del settore. E l'Iss annulla la partecipazione

Perché all'ultimo l'Iss s'è sfilato dal convegno sulla fiscalità del tabacco

Sempre più italiani preferiscono le sigarette elettroniche e i prodotti a base di tabacco riscaldato alle classiche bionde. Dal 2017 al 2019, infatti, secondo l’ultima edizione del Libro Blu dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli, la domanda di sigarette tradizionali è calata del 6,80 per cento. Alla base non ci sono soltanto le campagne anti-fumo ma soprattutto l’arrivo sul mercato di questi nuovi prodotti tecnologici accomunati dall’assenza di combustione.

Un’alternativa non priva di rischi. Entrambi, infatti, contengono nicotina proprio come le sigarette tradizionali. Ma per diversi enti governativi, come la Food and Drug Administration americana o il britannico Public Healt England, senza la combustione le sostanze tossiche presenti nel fumo si riducono. Lo conferma anche uno studio della filiale sudcoreana di British American Tobacco. "I fumatori che sostituiscono completamente le sigarette con il nostro dispositivo a base di tabacco riscaldato, dopo tre mesi riducono sostanzialmente la loro esposizione a diversi agenti tossici", si legge sul sito della multinazionale britannica.

"Per molti degli agenti tossici analizzati – continua la nota - i livelli rinvenuti nei partecipanti erano simili a quelli delle persone che hanno smesso completamente di consumare tabacco". E ancora, chi passa a fumare esclusivamente il dispositivo Htp prodotto da Bat, si legge sul sito dell’azienda "riduce significativamente i livelli di esposizione a sostanze tossiche dannose, riducendo potenzialmente il rischio di sviluppare malattie connesse al fumo".

Una tesi, questa, che, a sorpresa, non sembra essere condivisa dalla filiale italiana del gruppo che al contrario, la scorsa primavera, ha chiesto al ministro della Salute, Roberto Speranza, e a quello dell’Economia, Roberto Gualtieri, di ridurre lo sconto fiscale, oggi pari al 75 per cento, sui prodotti a tabacco riscaldato. Nella missiva firmata dal vicepresidente di Bat Italia, Alessandro Bertolini, si parla di un "privilegio fiscale" giudicato "inopportuno" in tempi di pandemia. "Tanto più – spiega l’azienda – in assenza di evidenze scientifiche in merito al potenziale rischio ridotto".

Ma andiamo con ordine. Inizialmente il gigante del settore, che commercializza un dispositivo per fumare il tabacco riscaldato, aveva accolto con favore gli sconti fiscali sugli Htp. Ma con il passare del tempo la strategia di Bat Italia è cambiata radicalmente, come dimostra un’intervista all’Huffington Post del dicembre 2019, nella quale i vertici dell’azienda puntavano il dito contro le agevolazioni fiscali per i prodotti a tabacco riscaldato, fautrici di "squilibri" nel mercato.

In realtà i dispositivi elettronici in Italia hanno un regime fiscale diverso rispetto a quello delle sigarette, in virtù delle loro specifiche caratteristiche, e in linea con quello degli altri Paesi europei. Perché, quindi, una società dovrebbe avere interesse a pagare più tasse sui propri prodotti, mentre altrove pubblicizza gli stessi come addirittura meno nocivi per la salute rispetto alle sigarette classiche? Secondo alcuni, quella di Bat potrebbe essere una legittima strategia commerciale. Sul mercato italiano degli Htp, che cresce del 200 per cento l’anno a scapito delle tradizionali bionde, la multinazionale britannica detiene, infatti, soltanto una quota dell’1 per cento.

In un contesto del genere un "sacrificio" sui dispositivi elettronici potrebbe essere sostenibile e contribuire ad invertire il trend commerciale degli ultimi anni. Se l’aumento del prezzo dei prodotti a base di tabacco è tra i principali deterrenti per il consumo, infatti, non è difficile immaginare che una maggiore tassazione, se associata ad un aumento del prezzo, porterebbe ad un minore appeal dei dispositivi elettronici rispetto alle sigarette tradizionali. Un settore in cui, al contrario, la Spa britannica detiene una quota di mercato che in Italia sfiora il 20 per cento.

All’indomani dell’approdo in Parlamento della legge di bilancio il tema dell’aumento della tassazione sulle sigarette elettroniche e gli Htp è tornato alla ribalta con un webinar sulla "fiscalità del tabacco tra sostenibilità del gettito e cambiamento strutturale della domanda", organizzato dal Centro Arcelli per gli Studi Monetari E Finanziari (Casmef) e dall’università Luiss. Tra i relatori, oltre al presidente dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli, Marcello Minenna, e al sottosegretario di Stato al Ministero dell’Economia e delle Finanze, Pierpaolo Baretta, c’è anche il professor Marco Spallone, ordinario all’Università D’Annunzio di Chieti-Pescara e coordinatore dello stesso centro.

Basta fare una rapida ricerca sul web per scoprire che tra il Casmef e Bat Italia c’è una sinergia che va avanti da diversi anni. Il centro, infatti, ha pubblicato vari report e analisi proprio con il contributo di Bat. L’ultimo approfondimento sugli "scenari per i prodotti a base di tabacco nei mercati francese e italiano", realizzato in collaborazione con Bat Italia e Bat France è tuttora in fase di realizzazione. Non sorprende, quindi, che le posizioni espresse da Spallone, anche in un recente convegno sul tema organizzato dalla senatrice Paola Binetti, spesso ricalchino quelle della multinazionale e viceversa.

"L’evidenza empirica suggerisce che, semplicemente ri-equilibrando la tassazione nel comparto dei tabacchi, ovvero portando la tassazione dei prodotti HTP dal 25% all’80% dell’accisa esistente sulle sigarette a combustione di prezzo medio, si potrebbe generare un maggior gettito da accise e IVA superiore a 500 milioni di euro", scrive ad esempio il prof in un intervento dello scorso giugno. Una proposta rilanciata dai vertici dell’azienda in una recente intervista a Quotidiano.net in cui viene affermato che "andrebbe ripristinata l’aliquota originale dell’accisa per il tabacco riscaldato come era fino al 2018, ovvero 50% rispetto alle sigarette, con un gettito che aumenterebbe di 350 milioni su base annua (fino a 500 milioni se salisse all’80%)".

Nessun riferimento, però, ad un incremento parallelo della tassazione sulle bionde, che rappresentano l’85 per cento del mercato, e in generale sugli altri prodotti a base di tabacco. Su questo punto abbiamo chiesto spiegazioni a Roberta Pacifici, Direttore del Centro Nazionale Dipendenze e Doping, dell’Istituto Superiore di Sanità, che avrebbe dovuto essere tra i relatori allo stesso webinar presentando una relazione sui rischi del consumo di prodotti a base tabacco riscaldato.

"Sono favorevole alla tassazione di questi prodotti, come anche alla tassazione delle sigarette, perché promuovo il principio dell’Oms che riconosce nell’aumento dei prezzi un intervento utile per aiutare le persone a staccarsi dalla dipendenza", ci dice al telefono. Quando le chiediamo perché l’Iss abbia accettato l’invito di un centro studi che ha collaborato in più occasioni e collabora tutt’ora con una grande multinazionale del tabacco, prende subito le disanze e rivendica di essere stata invitata dall’università che ospita l’evento e non dal Casmef. In serata l’ufficio stampa dell’Iss ci fa sapere che l’esperta ha preferito non partecipare all’evento.

Resta comunque un interrogativo: se il tabagismo, secondo quanto emerge da un recente rapporto dell’Ocse, rimane la principale causa di morte nell’Unione europea, e se è opinione condivisa che le tasse sul tabacco siano il modo più efficace per incitare le persone a smettere di fumare, perché tutte le proposte di incremento delle aliquote presentate nel 2020 si concentrano sul tabacco riscaldato commercializzato in Italia e non sugli altri prodotti da fumo?

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