"I casi critici non sono gravi". Lo schema che frena la paura

Bassetti smonta la narrazione allarmista. "Noi medici seguiamo dei criteri internazionali, non parlo di ponti o palazzi"

"I casi critici non sono gravi". Lo schema che frena la paura

Continuano le polemiche per quanto riguarda la definizione della gravità dei casi di Coronavirus registrati nel nostro Paese in particolar modo nelle ultime settimane e quindi anche quello del livello di allarme diffuso da certi media, secondo alcuni specialisti decisamente troppo elevato.

È di pochi giorni fa la precisazione dell'epidemiologo Pier Luigi Lopalco, costretto ad intervenire sul suo profilo Facebook per moderare il contenuto di un'intervista rilasciata circa il contagio di 5 giovani di età compresa tra i 20 ed i 30 anni. Secondo la notizia diffusa successivamente, i ragazzi sarebbero stati ricoverati in gravi condizioni di salute e addirittura in terapia intensiva negli ospedali di Foggia e San Giovanni Rotondo.

"Qualche giorno fa a domanda di una brava giornalista che mi chiedeva che tipo di casi stiamo osservando in queste settimane, ho risposto che nel nostro archivio risultavano anche 5 casi di giovani fra 20-30 anni definiti con un livello 'severo' di malattia", aveva spiegato il professore, sottolineando di non aver mai parlato nè di condizioni gravi nè di terapia intensiva."Per chiarire, nelle linee guida dell'Istituto Superiore di Sanità si definisce caso 'severo' un paziente con "manifestazioni cliniche a carico delle vie respiratorie/altri organi apparati che necessitano di ricovero (non in terapia intensiva). Se passa in terapia intensiva si etichetta come 'critico'", aveva precisato ulteriormente l'epidemiologo.

Ad intervenire oggi è invece il dottor Matteo Bassetti, direttore della Clinica malattie infettive dell'Ospedale San Martino di Genova, che fornisce direttamente sul proprio profilo personale uno schema riepilogativo con le specifiche linee guida fornite dal National Institutes of Health (NIH) per definire i livelli di gravità del Coronavirus in un paziente.

"Ho sentito parlare di casi critici e casi gravi di Covid-19 come fossero la stessa cosa. Noi medici seguiamo dei criteri internazionali che riporto (fanno riferimento all'NIH). Per discutere di malati e descriverne la criticità o la gravità, bisogna averli visti e trattati, altrimenti è come se io parlassi di come costruire un ponte o un palazzo", spiega il professore.

Nelle linee guida si fa riferimento ad una "infezione asintomatica o presintomatica", qualora si risulti positivi agli specifici test per individuare la presenza del Coronavirus ma non sia comunque effettivamente rilevabile alcun sintomo legato alla malattia. Si passa poi alla "malattia di media entità", nel caso in cui si possono rilevare varie tipologie di sintomi, come ad esempio tosse, gola infiammata, malessere generale, mal di testa, dolori muscolari ma non difficoltà respiratoria o dispnea nè problemi rilevabili attraverso esami radiodiagnostici. Si definisce invece una malattia di moderata entità qualora siano rilevabili livelli di saturazione dell'ossigeno con valori superiori al 93% o infezioni delle basse vie respiratorie emerse a seguito di una valutazione clinica o di specifici esami radiodiagnostici.

Nella "malattia di grave entità" sono invece rilevabili livelli di saturazione dell'ossigeno con valori uguali o inferiori al 93%, tensione arteriosa di O2/Frazione ispirata di O2 (PaO2/FiO2) con valori inferiori a 300, frequenza respiratoria con numero di atti respiratori inferiori a 30 per minuto, infiltrazioni nei polmoni (>50%). Si giunge infine alla "malattia critica", definita da grave insufficienza respiratoria, shock settico e/o disfunzione multiorgano.

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