"L'informazione è in trappola. In pericolo la libertà di pensiero". Dialogo con Marco Tarchi

Il professor Marco Tarchi è sicuro: " L'homo digitalis intrappolato nella Rete coltiva ormai un’ambizione suprema e spesso unica: sentirsi un leader di opinione"

Non ha mai ceduto al richiamo dei social network. E a maggior ragione non intende farlo adesso, nell'epoca in cui le multinazionali del web hanno cambiato completamente - e forse definitivamente- le nostre vite. Marco Tarchi, politologo e professore ordinario di Scienza Politica a Firenze, si tiene ben lontano da piattaforme come Facebook e Twitter. Canali che, tra gli altri aspetti, hanno trasformato il nostro modo di socializzare, la comunicazione politica e perfino la democrazia. Di questo e tanto altro abbiamo parlato proprio con il professor Tarchi.

Professore, dopo i fatti accaduti in America, Twitter ha censurato l'account di Donald Trump (profilo che contava decine di milioni di follower). L'opinione pubblica si è spaccata in due: alcuni hanno ritenuto questa mossa corretta, altri l'hanno vista come un attacco alla libertà e alla democrazia. Lei come valuta la decisione del noto social di silenziare la voce del presidente americano?

"È l’ennesimo segnale della pericolosità, per la libertà di pensiero, dell’oligopolio informativo che si è costituito attorno alle multinazionali del web. Fino a non molti anni addietro, per far conoscere le proprie opinioni in sede pubblica si poteva disporre di una pluralità di canali influenti: tv e radio, siti web, ma anche giornali, riviste, libri. Nessuno di questi è scomparsa, ma la loro capacità di irradiazione si va sempre più riducendo a profitto dei social media. Chi frequenta questi ultimi non presta praticamente più alcuna attenzione ad altre fonti. E se qualche voce viene estromessa da Facebook, Youtube, Twitter, TikTok e via dicendo, è come se non esistesse più. Ben pochi andranno a cercarla, e ad ascoltarla, altrove. Siamo alla cappa di piombo della censura, come ha scritto di recente un intellettuale acuto – e censurato – come Alain de Benoist".

Da un punto di vista "tecnico", c'è il rischio che i social network possano influenzare la democrazia e il dibattito democratico? Se sì, in che modo?

"Certamente. Si è confermata l’osservazione che il grande scrittore e dissidente russo Solgenitsin – uno dei tanti grandi intellettuali non conformisti il cui nome è oggi dimenticato dai media mainstream – aveva fatto in un discorso, allora celebre, tenuto all’università di Harvard dopo essere arrivato negli Stati Uniti dopo una lunga detenzione nei campi di concentramento sovietici. Nell’Urss, aveva detto, non è consentito esprimere voci critiche. In Occidente in teoria è possibile farlo, ma basta che qualcuno tagli il filo del microfono agli interlocutori scomodi, e il risultato è lo stesso: la costrizione al silenzio di chi non si allinea alla volontà di chi è al potere".

La scure di Twitter è caduta anche sul quotidiano Libero, per il momento soltanto "ammonito". Che cosa rischiano i media (e in generale il mondo dell'informazione) "affidandosi" troppo ai social?

"L’oligopolio di cui ho accennato chiude l’informazione in trappola: se si rinuncia alle piattaforme telematiche si riduce l’audience, ma ci si espone al rischio della censura. Aver rinunciato alla battaglia contro lo strapotere del web, per quanto ardua fosse, è stato un grave errore per la stampa cartacea. Che comunque, spesso a sua volta ha censurato le voci scomode".

Dovessimo fare un bilancio, a suo avviso l'impatto dei social network sul mondo della comunicazione è positivo o negativo?

"Entrambi gli aspetti sono presenti. Da un lato, la rete offre la teorica possibilità di esprimere liberamente i più diversi punti di vista e di far circolare informazioni altrimenti difficili da ottenere. Dall’altro, di fatto non solo non annulla la possibilità di censura, ma ne amplifica gli effetti (si veda il caso di Trump, ma anche quello, in Francia, del comico Dieudonné, a cui le scorrettezze politiche erano già valse l’esclusione dal circuito di teatri e locali pubblici e che adesso si è visto bandire da YouTube, dove aveva trasferito i suoi spettacoli. E ci sono stati moltissimi episodi analoghi in varie parti del mondo)".

Com'è cambiata (in peggio e in meglio) la comunicazione politica nell'era dei social?

"In meglio: è diventata più immediata, diretta e ipoteticamente interattiva. In peggio: ha ingigantito la personalizzazione nei suoi aspetti più deplorevoli, con l’emarginazione dei temi propriamente politici a profitto del chiacchiericcio sui dettagli della vita privata degli esponenti dei vari partiti o dei titolari di cariche istituzionali – Instagram è il veicolo più dannoso in questo senso – e ha dato più spazio all’umoralità dei sostenitori e degli avversari. Per non parlare dell’ampia circolazione di notizie false e commenti destituiti di ogni fondamento, usati per screditare il "nemico"".

In che misura, invece, i social come Twitter e Facebook hanno peggiorato le relazioni personali e, in generale, l'esistenza umana?

"In misura amplissima. Hanno scatenato fino al parossismo le tendenze narcisistiche che, più o meno visibili, giacciono nel fondo dell’animo umano. E per apparire, per farsi notare, per guadagnarsi i famosi quarti d’ora di notorietà, c’è chi è disposto a dare il peggio di sé, a lasciarsi andare alle stramberie e agli eccessi più svariati. Le pagine – da molti definite “apocalittiche” che un politologo di grande acume qual era Giovanni Sartori aveva dedicato nel 1997 alle conseguenze nefaste della dipendenza dal video televisivo nel suo libro Homo videns hanno ritrovato una straordinaria attualità se proiettate nel contesto dei social media: indebolimento del sapere, trionfo della volgarità, successo di pubblico delle trovate più stupide e stravaganti. Anche in questo caso siamo dinanzi ad una mutazione antropologica: l’homo digitalis intrappolato nella Rete coltiva ormai un’ambizione suprema e spesso unica: sentirsi un leader di opinione. Molti individui, che in precedenza seguivano ideologie, programmi, progetti espressi da partiti, movimenti, associazioni e si accontentavano di un ruolo di sostenitori e collaboratori di quelle entità collettive, oggi mirano a costituire la propria cerchia di fedeli – i mitici “amici Facebook” –, magari destinati a non essere mai conosciuti di persona, e impartiscono lezioni urbi et orbi, emanano scomuniche, scaricano illazioni velenose o insulti su ogni soggetto non di loro gusto. La delazione e la diffamazione si sono moltiplicate, così come la credulità e la mancanza di senso critico. Si aggiunga a tutto ciò il fatto che le ore dedicate, nell’arco di una giornata, alla consultazione via cellulare o computer dei profili social propri ed altrui, allo scambio di post e di messaggi Whatsapp e così via, vanno a discapito di molte altre attività più produttive. Si legge molto meno di prima, si dedica un minor tempo ai rapporti intrafamiliari e alla frequentazione degli amici in carne ed ossa, si fa persino meno attività fisica e sportiva. Sugli studenti di ogni ordine e grado, tutto questo ha un effetto particolarmente deleterio, che quasi tutti coloro che si dedicano all’insegnamento constatano quotidianamente. Se c’è qualcuno che non se ne accorge, è perché passa il suo tempo libero sui social...".

Professor Tarchi, lei si è sempre tenuto fuori dal mondo dei social: è ancora convinto della sua scelta?

"Più che mai, e quanto ho detto sin qui dovrebbe essere sufficiente a spiegare perché. Preferisco spendere il mio tempo in altre maniere e non mi interessa minimamente condividere qualunque aspetto della mia vita privata con persone che con essa non hanno granché, o nulla, a che fare. Ma poiché nessuno è perfetto, ho anch’io una debolezza da confessare: mi diverte, quando sono in vacanza oppure ho un ritaglio di tempo libero, rendere conto di ristoranti, luoghi, musei che ho visitato nel corso dei miei viaggi (viaggiare è una delle mie passioni, e ho sempre interpretato questa vocazione come qualcosa di molto più importante e interessante dell’escursione turistica), per cui, nell’arco di sette anni, ho accumulato più di mille e trecento recensioni su Tripadvisor. Le pubblico anonimamente, anche se gli amici sanno come reperirle. Spero che servano ad altri appassionati del viaggio per orientarsi meglio e mi fa piacere quando qualcuno esprime un giudizio favorevole su quanto ho scritto o mi scrive per approfondimenti. Penso che le mie esperienze in paesi non molto frequentati, come Armenia. Georgia, Ucraina, Venezuela, Colombia, Ecuador ecc., siano utili ad altri come molte di quelle di altri lo sono state per me. Come vede, un qualche spazio al narcisismo lo lascio anch’io, non solo quando parlo in un’aula universitaria o in una sala per conferenze. E anzi, stavo dimenticando: mi piace anche recensire film su qualcuno dei siti specializzati. Quando era ancora possibile frequentare le sale – che rispetto allo schermo di un notebook dove guardare una pellicola in streaming danno ben altro piacere – ogni anno ne vedevo almeno un paio di centinaia. Commentarli con altri, in certi casi, mi veniva spontaneo".

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Commenti

madrud

Sab, 16/01/2021 - 10:30

Aggiungiamo ancge il fatto che anche la stampa è ormai molto attenta a non urtare il potere politico che la finanzia. Basti guardare se c'è un organo di informazione che attacca nel merito le scelte anti covid del Governo che sono quantomento bizzarre. Guardate ad esempio il "grande" spazio dato alla protesta di bar e ristoranti di ieri anche su questa testata.

routier

Dom, 17/01/2021 - 11:58

Parafrasando il Cyranò de Bergerac di Edmond Rostand, direi: "Cos'é mai una missiva se non un brandello d'anima lanciato alla ventura". Ciò premesso mi stupisce la superficialità del volgo nell'affidare a sconosciuti media alcuni brandelli della propria vita. CUI PRODEST?