Copasir, strappo Salvini-Meloni: un dualismo che può logorare

Prima l'accordo sui candidati sindaci alle prossime amministrative. Un'intesa a metà, con il centrodestra che accende finalmente il semaforo verde su Roma e Torino, mentre rinvia per nebbia Milano e Bologna

Copasir, strappo Salvini-Meloni: un dualismo che può logorare

Prima l'accordo sui candidati sindaci alle prossime amministrative. Un'intesa a metà, con il centrodestra che accende finalmente il semaforo verde su Roma e Torino, mentre rinvia per nebbia - alla prossima settimana - Milano e Bologna. Poi, solo qualche ora dopo, lo strappo sul Copasir. Una rottura non solo politica ma anche istituzionale. A suggellare tre mesi di tatticismi e conflitti sotto traccia che hanno cristallizzato un dualismo tra Matteo Salvini e Giorgia Meloni che rischia ogni giorno di più di logorare la coalizione.

Se ne è avuta una prima avvisaglia ieri, giorno in cui l'intesa sulle candidature nelle due grandi città davvero contendibili in autunno avrebbe potuto e dovuto rimandare l'immagine di una ritrovata unità, di una comunione d'intenti da trasmettere subito su una campagna elettorale partita già in evidente ritardo. A Roma, per dire, l'ex ministro Roberto Gualtieri è in corsa da un mese, mentre Carlo Calenda è in pista addirittura da prima di Natale. E questo al netto di Virginia Raggi, che - a prescindere dalle disastrose condizioni in cui versa la Capitale - ha il vantaggio di giocare la partita dal Campidoglio.

L'intesa per Roma e Torino è stata invece offuscata dagli strascichi del braccio di ferro sulla presidenza del Comitato parlamentare di controllo dei Servizi, non proprio un organismo di secondaria importanza. La Lega, come è noto, ha provato a resistere per mesi al dettato della legge secondo cui la presidenza del Copasir deve andare a un esponente dell'opposizione. Dopo un lungo stallo - condito da affondi polemici, appelli a costituzionalisti e veline incrociate tra Lega e FdI - Salvini è stato però costretto ad abbandonare lo scontro e far dimettere da presidente del Comitato il leghista Raffaele Volpi. Una vittoria tutta della Meloni, che sul punto non ha mollato di un metro da quando, ormai oltre tre mesi fa, si è ritrovata ad essere l'unico partito di opposizione al governo di Mario Draghi. Insomma, la querelle era formalmente chiusa e tutte le regole non scritte della politica prevedevano di buttare la polvere sotto il tappeto e silenziare definitivamente la cosa.

Invece, il dualismo che si è ormai creato tra Salvini e Meloni non è evidentemente solo di natura politica, ma deve essersi allargato anche alla sfera personale. Perché altrimenti sarebbe difficile spiegare la scelta dei due esponenti leghisti Volpi e Paolo Arrigoni - le cui dimissioni sono state respinte dai presidenti delle Camere - di non presentarsi alla votazione. L'elezione del nuovo presidente Adolfo Urso è infatti passata con i voti di Pd, M5s e Forza Italia (sette sì e una scheda bianca, probabilmente proprio quella di Urso), mentre il Carroccio ha scelto di non partecipare, chiamandosi fuori da un Comitato che ha un ruolo fondamentale per la sicurezza della Repubblica. «L'organismo può andare avanti anche senza il nostro contributo», ha fatto sapere Matteo Salvini, spiegando che a suo avviso «la formazione dell'attuale Copasir non risponde ai criteri previsti dalla legge». «Speriamo che tornino presto a collaborare in un Comitato che si occupa di questioni molto delicate», ha replicato Meloni.

E, in effetti, la scelta del muro contro muro difficilmente pagherà. Non solo perché i presidenti di Camera e Senato - sentito pure il Quirinale - non hanno avuto alcun dubbio sulla legittimità dell'attuale composizione del Comitato, ma pure perché tutte le forze politiche che governano insieme alla Lega - non solo Forza Italia, ma anche M5s e Pd - si sono dette d'accordo sull'opportunità di affidare la presidenza del Comitato che controlla i Servizi a FdI, unico partito di opposizione.

È questa, dunque, la fotografia di un centrodestra che fatica a muoversi di concerto persino nel giorno dell'intesa su Roma e Torino. Ancora ieri Salvini rivendicava il ruolo di «federatore», tutto dedito «all'unità del centrodestra nelle città», tanto da annunciare «un vero e proprio tour delle periferie di Roma» a sostegno del ticket formato da Enrico Michetti (che vedrà oggi) e Simonetta Matone (che ieri ha chiamato più volte). Ma se il dualismo con Meloni dovesse continuare con questa intensità anche nei prossimi mesi, il rischio concreto è quello di un lento logoramento della coalizione. Non a caso, trovare un punto di caduta sulla corsa al Campidoglio è stata impresa improba, tanto che si è deciso per un piuttosto inusuale cartello che ha, forse, l'obbiettivo di non scontentare nessuno: Michetti, candidato sindaco, e Matone, candidata prosindaco (dizione che - ad oggi - non trova riscontri nelle leggi vigenti).

Dopo le tensioni che hanno accompagnato l'idea di federazione tra Lega e Forza Italia, insomma, il rischio è che le incomprensioni non si sopiscano. Nonostante in agenda ci siano appuntamenti dove il centrodestra dovrebbe avere la forza di muoversi di concerto. Dalla campagna elettorale che porterà in autunno al voto per Comuni del calibro di Bologna, Napoli, Milano, Roma e Torino, fino all'elezione del presidente della Repubblica in programma a febbraio.

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