Falsificano i permessi di soggiorno, ma la fanno franca così

Cinque consulenti del lavoro sono accusati di aver agevolato il rilascio di decine e decine di permessi di soggiorno tramite documentazioni false, ma il processo sta per andare in prescrizione

Falsificano i permessi di soggiorno, ma la fanno franca così

Cinque consulenti del lavoro sono accusati di aver agevolato, tramite documentazioni fittizie, il rilascio di decine e decine di permessi di soggiorno. Eppure, le accuse rischiano di cadere semplicemente perché il fatto sta per andare in prescrizione. È una storia che arriva da Prato, per un maxi-processo che conta sessantaquattro imputati a seguito di quindici arresti avvenuti nel 2016. Una maxi-operazione che, partita dal capoluogo laniero, portò a centinaia di perquisizioni da parte della guardia di finanza allargatesi a macchia d'olio a tutta Italia.

Il problema principale riguarda tuttavia il tempo: l'udienza preliminare si è tenuta infatti solo ieri, a quasi sei anni di distanza dall'operazione che ha portato alla luce un sistema di connivenze ben rodato fra professionisti italiani e cittadini cinesi. Riguardava in particolare un consulente del lavoro titolare di due studi, i suoi quattro dipendenti e cinquantanove cittadini orientali che, a vario titolo, avevano ottenuto i permessi di soggiorno falsi elaborati su buste paga, assunzioni o bilanci aziendali falsi. Intanto, il giudice per le indagini preliminari Francesca Scarlatti ha rinviato a processo quarantacinque imputati con le accuse di truffa all’Inps, falso ideologico, induzione alla falsità ideologica di pubblico ufficiale e violazioni in materia di immigrazione clandestina.

Il gip ha anche accolto il patteggiamento di una dipendente orientale e assolto, con rito abbreviato (per non aver commesso il fatto) una delle impiegate dello studio. Secondo l’accusa, i due studi professionali gestivano autonomamente le pratiche per il rinnovo dei permessi di soggiorno. A fronte di un compenso che poteva arrivare sino a 1800 euro per pratica, fornivano i "kit" (che constavano di tre buste paga e di un indirizzo di domicilio) che i richiedenti originari della Cina portavano in questura con la documentazione per il rilascio del permesso.

Solo che nella maggioranza dei casi la documentazione era fittizia: assunzioni mai avvenute, licenziamenti immediati, ditte nelle quali i richiedenti risultavano lavorare senza averci però mai messo piede. La prima udienza è stata quindi fissata per il febbraio del 2023, ma fra un anno e mezzo interverrà la prescrizione. La stessa che ha già fatto sì che sette imputati uscissero dal procedimento, oltretutto. Si profila insomma una vera e propria corsa contro il tempo. Per evitare quella che apparirebbe alla stregua di una beffa.

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