Dalla telefonata alla sentenza, il delitto di Garlasco: "Gli indizi inchiodano Stasi"

Dopo la richiesta di revisione di condanna per Alberto Stasi, condannato a 16 anni di reclusione per l'omicidio di Chiara Poggi, si ritorna a parlare del delitto di Garlasco: "Ci sono sette indizi forti che provano la colpevolezza"

Dalla telefonata alla sentenza, il delitto di Garlasco: "Gli indizi inchiodano Stasi"

Il 13 agosto 2007 a Garlasco, una cittadina di 10mila abitanti tra le risaie della Lomellina, una ragazza di 26 anni viene ritrovata cadavere all'interno della sua abitazione. Si tratta di Chiara Poggi uccisa, proveranno le indagini e un iter processuale intricato, dal fidanzato 24enne Alberto Stasi. Il 12 dicembre del 2015, atto conclusivo di una lunga e tortuosa vicenda giudiziaria, la Corte Suprema di Cassazione ascrive il reato di ''omicidio volontario'' al giovane condannandolo a 16 anni di carcere.

A cinque anni dalla sentenza definitiva, lo scorso martedì 23 giugno 2020, il legale di Stasi, Laura Panciroli, annuncia di aver richiesto una revisione della condanna sostenendo di avere in pugno ''nuovi elementi che escludono la colpevolezza” dell'imputato. Un fulmine a ciel sereno che, forse, potrebbe rimescolare o invertire le 'carte' degli atti processuali. “È altamente improbabile che il delitto possa essere rimesso in discussione. Ci sono 7 'indizi forti' che provano la colpevolezza di Stasi”, dice a IlGiornale.it l'avvocato della famiglia Poggi, Gian Luigi Tizzoni.

Ma cosa è accaduto davvero in quella villetta al civico 8 di via Pascoli la mattina del 13 agosto 2007?

Chi è Chiara Poggi

Chiara è una ragazza di 26 anni residente a Garlasco, laureata a pieni voti in Economia e successivamente stagista presso uno studio commerciale di Milano. Ha due grandi occhi azzurri che, così come dimostreranno le indagini, sono lo specchio di un animo puro, senza vezzi. Chiara non ha né scheletri nell'armadio né grilli per la testa. Lavora sodo e, di tanto in tanto, si concede qualche chiacchierata al telefono con le amiche, uno scambio di messaggi via mail, nulla di più. Nel tempo libero, frequenta il suo fidanzato Alberto, di due anni più piccolo, del quale è innamorata. Una vita semplice, con la prospettiva di un futuro raggiante, che viene brutalmente interrotta un lunedì prefestivo di agosto.

Alberto Stasi

Un ragazzo è apparentemente tranquillo. Ha 24 anni ed è nato e cresciuto a Garlasco. All'epoca dei fatti, è iscritto alla Facoltà di Economia della Bocconi, percorso di studi che sta per ultimare con una tesi a cui lavora da mesi. Durante le pause dallo studio, Stasi incontra Chiara, con la quale trascorre molto tempo. Ma il loro rapporto, negli ultimi mesi, potrebbe essersi incrinato – la sentenza del 2014, a pagina 127, riferisce di alcune ''difficoltà” interne alle dinamiche sessuali di coppia – probabilmente anche a causa della passione di Stasi per la pornografia. Successivamente ai fatti, per i media diventerà “il biondino con gli occhi di ghiaccio” e la sua ''freddezza'', dinanzi al corpo senza vita della fidanzata, dividerà l'opinione pubblica. Per alcuni non è lui ad aver commesso il delitto, per la Giustizia è l'assassino di Chiara.

13 agosto 2007

Un mercoledì prefestivo di agosto. Chiara si trova da sola in casa, nella villetta al civico 8 di via Pascoli mentre i genitori e il fratello sono in Trentino per una breve vacanza. Alle ore 9.12, la giovane disattiva l'allarme (inserito alle 1.52) ed apre la porta all'aggressore. Indossa un pigiama rosa ed ha appena finito di fare colazione. L'assassino la colpisce al volto e al capo utilizzando un oggetto contundente - probabilmente un martello da muratore o forbici da sarto – che non sarà mai ritrovato. Chiara comincia a perdere sangue, l'aggressore la trascina per i piedi fino alla porta di accesso alla tavernetta del piano seminterrato poi, le infligge altri colpi alla nuca in cima alle scale che conducono alla cantina. Resta in vita per 30 minuti, comproveranno gli esami autoptici, salvo poi morire riversa in una pozza di sangue per le profonde ferite alla nuca.

La telefonata al 118

A dare l'allarme ai carabinieri di Garlasco è Alberto Stasi, poco dopo le 13.50. Il giovane racconta di aver telefonato a Chiara almeno 7 volte (sia da fisso che da cellulare) e di aver raggiunto la villetta dei Poggi a bordo della sua Volkswagen attorno alle 13.30. Non ricevendo risposta dalla fidanzata e notando le finestre aperte dell'abitazione, decide di scavalcare il muretto di recinzione. La porta di casa è socchiusa, Stasi attraversa il soggiorno e si dirige verso la tavernetta dove, al di là della porta, c'è il corpo senza vita di Chiara al fondo della scala. A quel punto, ritorna in strada e chiama il 118: “Sì, mi serve un'ambulanza in via Giovanni Pascoli a Garlasco – riferisce il 24enne ad un operatore – È una via senza uscita, mi sembra il 29 ma non ne sono sicuro. Credo che abbiano ucciso una persona ma non ne sono sicuro, forse è viva. Adesso sono andato dai carabinieri, c'è sangue dappertutto e lei è sdraiata per terra”. A quel punto, la centralinista domanda se si tratti di un parente: “No. - dice Stasi – È la mia fidanzata”. Poche parole, pronunciate con un tono che viene definito agli atti ''distaccato'', insospettiscono gli investigatori. Nel giro di poche ore, scongiurata l'ipotesi di un furto (non vi sono segni di effrazione nell'abitazione) il 24enne viene convocato per un interrogatorio che dura 17 ore: diventerà l'indiziato unico del processo.

Il computer contenente materiale pedopornografico

In quel periodo, Stasi sta lavorando alla tesi di laurea. Lo avrebbe fatto anche il giorno in cui Chiara viene uccisa: dalle 9.36 alle 10.17 e successivamente fino alle 12.20, quando il dispositivo viene messo in stand-by. Ma sullo stesso pc dove sta redigendo l'elaborato finale del corso di laurea, il 24enne nasconde, in una cartella denonimata ''Militare”, la sua passione per la pedopornografia. Quando i carabinieri acquisiscono il computer, all'indomani del delitto, scoprono 10mila foto di donne, talvolta anche minori, coinvolte in atti di natura sessuale ''raccapriccianti”, si legge nella sentenza del 2014. Quei file vengono catalogati ''ossessivamente” e visionati, per circa 10 minuti, anche la mattina del 13 agosto. "Anche se Stasi viene assolto per il reato di detenzione di materiale pedopornografico – spiega l'avvocato Tizzoni – non vuol dire che Chiara non abbia visto quelle immagini e gli abbia chiesto spiegazioni al riguardo. La sera precedente ai fatti, il 12 agosto, Stasi lascia il pc a casa della fidanzata e ritorna presso la sua abitazione per controllare il cane. In quel breve lasso di tempo in cui si assenta, circa 20 minuti, Chiara ha visionato alcune cartelle. Purtroppo non possiamo sapere se abbia guardato anche quella 'Militare' in quanto c'è stata un'operazione maldestra dei carabinieri, quando hanno controllato il pc, che ha alterato gli accessi. Ma è altamente probabile che lo abbia fatto”.

Le scarpe

Il principale elemento indiziario a carico del 24enne sono il ''mancato imbrattamento delle scarpe” nonostante abbia attraversato la scena del crimine. Dai rilievi effettuati dai Ris di Parma, emerge che le impronte lasciate dall'assassino di Chiara corrispondano ad un paio di scarpe numero 42, la stessa misura del piede di Stasi. Tuttavia, sulle scarpe del ragazzo ''tipo Lacoste'' numero 41 – calza, a seconda del modello, 41o 42 – non vengono individuate tracce del Dna di Chiara. Più tardi, un raddrizzamento fotogrammetrico di un paio Geox, modello city numero 42, che l'indiziato calzerà durante il processo di primo grado indicheranno la compatibilità con la dimensione delle suole rinvenute nella villetta dei Poggi. Senza contare che, nella casa di via Pascoli non saranno mai rinvenute orme di terzi. "Il fatto che Stasi fosse entrato nella villetta, avesse aperto la porta di accesso alle scale dove ha trovato Chiara, senza sporcarsi le scarpe di sangue, è un indizio di colpevolezza. – afferma l'avvocato Tognazzi - Impossibile dal momento che, proprio lì davanti, c'era una distesa pozza di sangue. Posto che una persona non abbia il potere di volare, non è pensabile che l'abbia schivata”.

La bicicletta

È uno degli elementi-chiave del processo che determineranno la colpevolezza di Stasi. All'esterno della villetta di via Pascoli 8, viene avvistata una bicicletta nera, da donna, appoggiata alle mura d'ingresso dell'abitazione. La segnalazione viene fatta dalla testimone Bermani (durante l'indagine istruttoria) e confermata successivamente dalla teste Travain. È quella di Stasi? A quanto pare, il ragazzo è solito utilizzarne una di colore boreaux, oro e nocciola. In realtà, il ragazzo possiede quattro biciclette da donna, delle quali, una nera collocata nel negozio di ricambi del padre la cui esistenza viene nascosta agli inquirenti.

Tracce del dna sui pedali

Le indagini successive accertano che la bicicletta nera, una ''Luxury'', monta pedali Union"che, di serie, sono invece rinvenibili sulla bicicletta "Umberto Dei", quella da uomo bordeaux con cui il 24enne è solito spostarsi. Viceversa, tale veicolo, sequestrato ai tempi dell'inchiesta, monta pedali non originali Wellgo, sui quali vengono trovate tracce ''copiose'' del DNA della vittima. Il nesso è chiaro ed evidente per gli inquirenti: Stasi ha invertito i pedali delle due biciclette.

Impronte sul dispenser del sapone

Altro rilevante indizio di colpevolezza è l'impronta di digitale dell'anulare del giovane sul dispenser del sapone liquido nel bagno a piano terra di casa Poggi, segnato da residui del DNA della giovane. Sulla scena del crimine non vengono riscontrate impronte digitali appartenenti a terzi, nemmeno sul pomello della porta della cantina ''sicuramente chiusa prima di gettare il corpo giù dalle scale'', recitano gli atti.

Il capello nella mano di Chiara

Nella mano sinistra della ragazza, viene ritrovato un capello castano chiaro privo di bulbo e, quindi, di DNA. Tuttavia, alcuni residui sotto le unghie presentano marcatori maschili compatibili, ma non attribuibili con certezza all'indagato e, secondo indiscrezioni dei mass media, anche con almeno due profili maschili sconosciuti e non identificabili o confrontabili a causa del deterioramento del materiale.

I processi

La vicenda giudiziaria si protrae per ben 10 anni, un periodo lunghissimo in cui non sono mancani repentini e sorprendenti colpi di scena. Con la sentenza del 17.12.2009, il Gup del tribunale di Vigevano assolve Stasi per ''non aver commesso il fatto”, decisione confermata successivamente dalla 2° Corte di Assise d'Appello di Milano il 6.12.2011. Al processo d'appello bis, il 17 dicembre 2014, in seguito alla nuova perizia computerizzata sulla camminata e ad alcune incongruenze nel racconto, Stasi viene ritenuto colpevole e condannato a ventiquattro anni di reclusione (pena poi ridotta a 16 anni grazie al rito abbreviato) per omicidio volontario, con l'esclusione però delle aggravanti della crudeltà e della premeditazione. Presentando successivo ricorso in Cassazione, il pm chiede la conferma della condanna e l'aggravante della crudeltà (per inasprire la pena), mentre la difesa (composta dagli avvocati Angelo e Fabio Giarda e Giuseppe Colli) chiede l'annullamento senza rinvio o un nuovo processo, ricollegandosi ai dubbi espressi in precedenza dalla stessa Cassazione sull'impossibilità di determinare la colpevolezza o l'innocenza con certezza. Ad ogni modo, il 12 dicembre 2015 la Corte di Cassazione conferma la sentenza-bis della Corte d'Appello di Milano condannando in via definitiva Alberto Stasi a 16 anni di reclusione. Il ragazzo viene recluso nel carcere di Bollate.

Gli ''errori'' delle perizie

Nonostante i ''forti indizi di colpevolezza', Stasi viene assolto per ben 2 volte. "Viene assolto nel 2009 per tre motivazioni assurde – spiega l'avvocato Tizzoni - La prima è la testimonianza, rivelatasi poi falsa, del carabiniere Francesco Marchetto che aveva mentito sulla bicicletta di Stasi: non ha sequestrato la bici con i pedali intrisi del Dna di Chiara ma un'altra appartenuta al ragazzo. La seconda riguarda la simulazione del delitto ordinata dal giudice: i periti non hanno simulato il passaggio di Stasi davanti alla porta di accesso alla cantina, dove è stata trovata Chiara, ma si sono fermati prima. Decisione assurda dal momento che la pozza di sangue più grossa era proprio lì e Stasi non avrebbe mai potuto schivarla. La terza, invece, riguarda la storia della bicicletta. Quella coi pedali contenenti tracce del Dna della vittima Stasi l'aveva nascosta ed era bordeaux non nera come quella indicata dalla testimone Travain. Il giudice si è fatto bastare le parole della Travain e non ha chiesto che fosse sequestrata anche l'altra. Ecco perché Stasi fu assolto: per perizie incomplete. Per fortuna, poi, la Cassazione ha approfondito e ribaltato la sentenza”.

Il movente

Il delitto sarebbe stato commesso per un ''raptus'' e il movente, almeno in apparenza, sembrerebbe non essere mai stato chiarito. Ma la sentenza del 2014 riferisce di alcune ''difficoltà” interne alla coppia. “Il movente c'è. - continua il legale dei Poggi - Questo è un altro aspetto della vicenda che deve essere smentito. Nella sentenza del processo d'appello bis, il 17 dicembre 2014, il movente è riportato, eccome. C'erano dei problemi interni alla coppia e poi, c'è quello che è accaduto la sera prima del 13 agosto a comprovare ulteriormente la sua colpevolezza oltre ai 7 'indizi forti' che sono ormai noti".

Richiesta di revisione della sentenza

Il neo avvocato di Stasi, Laura Panciroli, mercoledì 24 giugno, ha depositato la richiesta di revisione della sentenza sostenendo ci siano ''nuovi elementi che escludono la colpevolezza" del suo assistito. "Ogni imputato, qualsiasi detenuto, può chiedere la revisione di una sentenza. -spiega Tizzoni - Può farlo in qualunque momento e tutte le volte che vuole a condizione che ci siano dei nuovi elementi, significativi, che consentano di ribaltare la sentenza. E, nel caso di Stasi, dubito fortemente ci sia qualcosa di nuovo in grado di invalidare 10 anni di processo. Ci sono ben 7 indizi 'forti' che determinano la sua colpevolezza. Senza contare che i suoi legali avevano già chiesto una revisione nel 2017, richiesta dichiarata agli atti 'inammissibile' ". Secondo una recente ricostruzione, Chiara potrebbe essere stata uccisa non più alle 9.12 ma un quarto d'ora dopo. Ad avvalorare l'ipotesi di una nuova 'finestra temporale', ci sarebbe la testimonianza della signora Travain sostenente che alle ore 9.30 Chiara non avesse ancora aperto le finestre. “Questo è fuori da ogni discussione. - continua il legale - Anzitutto perché non si tratta di un elemento nuovo ma già chiarito e comprovato. Poi, i tabulati telefonici dimostrano che la signora Travain, quando ha fatto la telefonata, si trovava a Dorno e non a Garlasco. Dunque, a meno che non abbia il dono della ubiquità, non vedo come possa aver visto che le finestre di casa Poggi erano chiuse, è passata di lì prima. Chiara è stata uccisa alle 9.12, è fuori discussione. E le finestre della villetta sono state aperte da Stasi per controllare che non ci fosse qualcuno nei paraggi".

I genitori di Chiara

Un dolore che si rinnova per la famiglia Poggi a 13 anni dal delitto. “Loro sono tranquilli – conclude Tizzoni -ma è chiaro che queste cose riaprono una ferita dolorosa non ancora rimarginata, rompono quel minimo di equilibrio che sono riusciti a ritrovare. Ricordiamoci che hanno perso la loro figlia in circostanze terribili. Questa richiesta che è stata fatta credo non porterà a nulla di nuovo, aggiunge solo dolore”.

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