Dietro lo "state pronti" c'è l'ultimo treno utile

Siate pronti. Ignazio Visco lo dice senza urlare, con voce ferma, a modo suo e senza nascondere un sorriso di ottimismo

Dietro lo "state pronti" c'è l'ultimo treno utile

Siate pronti. Ignazio Visco lo dice senza urlare, con voce ferma, a modo suo e senza nascondere un sorriso di ottimismo. Il futuro prossimo visto da Bankitalia sembra un po' meno cupo. È scritto nei numeri, negli ordini, nella produzione, nelle mosse che stanno facendo le imprese. La ripresa dopo il buio della pandemia è più solida di quanto ci si aspettasse. Il Pil potrebbe superare il quattro per cento. È il famoso rimbalzo da cui dipende il destino dell'economia italiana. È il punto centrale della grande scommessa di Draghi. Quando arriveranno anche i soldi, prestiti e fondi da non rimborsare, dell'Europa la spinta sarà ancora più forte. Tutto questo non è un trucco di banale psicologia sociale. Non è neppure un film di Frank Capra, il regista italoamericano che evocò il sogno a stelle e strisce per dare una speranza a chi, dopo la «grande depressione» degli anni '30, vedeva solo fame e disoccupazione. È l'analisi del governatore della Banca d'Italia, un signore che tende più al realismo che alle illusioni.

Siate pronti a cosa, allora? A non sprecare questa occasione. Siate pronti a crederci, a immaginare, a rimboccarvi le maniche e ad avere coraggio. Non è un messaggio solo per gli imprenditori e per le banche. È per chi gestisce la cosa pubblica, per chi vive di Stato e di Stato muore, per i sindacati, per chi ha soldi da spendere e per chi cerca un lavoro, per gli anonimi funzionari delle regioni e, soprattutto, per la politica. Un rischio, in effetti, c'è e ha a che fare con i nostri vizi: la miopia, lo sguardo fisso sul presente, la furbizia di chi aspetta sempre come mungere il denaro pubblico, l'avidità di chi scommette sul fallimento dell'Italia e più di qualche volta vince. Il problema è dove va a finire il flusso di denaro che arriva dall'Europa e che servirebbe a rilanciare un sistema economico incagliato da più di vent'anni. Se l'idea è quella di stare fermi, a mani aperte, per raccogliere il flusso di denaro, allora non siamo pronti. È la solita cascata di risorse pubbliche che finisce per ingrassare gli amici dello Stato. È futuro sprecato. La tentazione, purtroppo, è già evidente. È quello che si aspettano i partiti che vivono di clientele, che da anni basano il proprio consenso sbandierando una vocazione governativa. È la resistenza di chi vede in ogni riforma economica una turbativa degli equilibri di potere. Gli unici cambiamenti graditi sono quelli che fanno rumore ma non vanno a toccare gli interessi degli «ottimati».

Draghi, però, le riforme le vuole, le deve fare. Su questo punto l'Europa ha parlato chiaro. Il Recovery è l'occasione imperdibile per rilanciare l'economia italiana, ma non è un prestito al buio. Servono le garanzie: riforma dello Stato (burocrazia), del fisco, del welfare e della giustizia civile e penale. Non è affatto facile. Il futuro ci dice anche che presto bisognerà fare i conti con la disoccupazione e trovare risposte. Questo significa tutelare chi cade e far ripartire il mercato del lavoro. Servono politiche coraggiose e chi pensa solo alle elezioni non è pronto.

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