Due vescovi italiani "contro" il Papa su Amoris Laetitia

Due vescovi italiani hanno sottoscritto la "professione di verità sul matrimonio sacramentale". Dopo il documento dei kazaki, ecco le adesioni

Due vescovi italiani "contro" il Papa su Amoris Laetitia

Due vescovi italiani hanno aderito alla professione di verità sul matrimonio sacramentale. Il 2 gennaio del 2018 è stato reso pubblico questo documento: i vescovi Tomash Peta, Jan Pawel Lenga e Athanasius Schneider, tutti e tre appartenenti alla Chiesa del Kazakistan, si sono detti "costretti in coscienza a professare, di fronte all’attuale dilagante confusione, l’immutabile verità e l’altrettanto immutabile disciplina sacramentale riguardo all’indissolubilità del matrimonio secondo l’insegnamento bimillenario ed inalterato del Magistero della Chiesa". La polemica dottrinale sull'esortazione apostolica "Amoris Laetitia" sembrava chiusa, ma la presa di posizione dell'episcopato kazako ha riaperto il dibattito dottrinale in merito. E così, sia mons. Luigi Negri, arcivescovo emerito di Ferrara-Comacchio sia mons. Carlo Maria Viganò, nunzio apostolico negli Stati Uniti d’America ed ex membro del Governatorato dello Stato della Città del Vaticano, hanno sottoscritto l'ennesima "Correzione" al testo del pontefice argentino. La notizia è stata data, tra gli altri, dall'agenzia Corrispondenza Romana.

Monsignor Lugi Negri, già vescovo della Diocesi di San Marino-Montefeltro, ha spiegato così la scelta di aderire al documento dei vescovi kazaki: "Davanti alla grave confusione che c’è nella Chiesa riguardo al tema del matrimonio io credo che sia necessario riproporre la chiarezza della posizione tradizionale". E ancora:"Mi è sembrata giusto firmare perché il contenuto di questa posizione è ciò che ho largamente presentato in questi anni, non solo in questi ultimi mesi, in tutti i momenti della messa a punto che ho dedicato al tema della famiglia, della vita, della procreazione, della responsabilità educativa nei confronti dei più giovani. Sono temi di assoluta importanza per cui il mondo cattolico nel suo complesso non mostra molta sensibilità". Monsignor Carlo Maria Viganò, invece, non avrebbe ancora specificato le sue ragioni. Nomi pesanti, quelli di Negri e Viganò, che di certo avranno stuzzicato le fantasie del "fronte tradizionalista". Il documento dei vescovi kazaki, così come specificato qui da Aldo Maria Valli, non può essere interpretato come una richiesta di chiarimenti. Il fine del testo sembra essere una vera e propria "Correzione". La divisione dottrinale sul capitolo ottavo dell'esortazione apostolica di Bergoglio, insomma, rimane attuale nonostante Francesco abbia indirettamente risposto ai "dubia" sollevati dai cardinali Burke, Meisner, Caffarra e Brandmueller.

Qual è, quindi, il contenuto della professione di verità dei kazaki? Tomash Peta, Jan Pawel Lenga e Athanasius Schneider hanno individuato nell'applicazione delle direttive del pontefice il punto più "problematico". Hanno scritto, infatti, i tre: "Secondo la dottrina della Chiesa solamente il vincolo matrimoniale sacramentale costituisce una chiesa domestica (cf. Concilio Vaticano II, Lumen gentium, 11). L’ammissione dei fedeli cosiddetti "divorziati risposati" alla Santa Comunione, che è la massima espressione dell’unità di Cristo-Sposo con la sua Chiesa, significa nella pratica un modo d’approvazione o di legittimazione del divorzio, e in questo senso una specie di introduzione del divorzio nella vita della Chiesa". L'interpretazione estensiva dell'accesso ai sacramenti da parte dei "divorziati risposati", secondo quanto sostentuo dai tre esponenti dell'episcopato kazako, rappresenterebbe l'ammissione della possibilità del divorzio da parte della Chiesa cattolica. Anzi, un vero e proprio "mezzo di diffusione" di questa "piaga". Dichiarazioni esplicite, cui hanno aderito anche due vescovi italiani.

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