E la Cina spia preti e religiosi

Non avrai altro Dio all'infuori dello Stato. E del Comunismo

E la Cina spia preti e religiosi

Non avrai altro Dio all'infuori dello Stato. E del Comunismo. È questo in estrema sintesi il senso del nuovo documento con cui la Sara, l'Amministrazione statale per gli affari religiosi, ovvero l'autorità di Pechino preposta al controllo di tutti i culti, stabilisce e conferma la subalternità di ogni fede all'autorità del Partito e del presidente Xi Jinping. Ma il documento - reso noto dall'agenzia Asia News - finisce con il confermare l'illusorietà dell'accordo sulla nomina dei vescovi stretto dal Vaticano nel 2018 e rinnovato per altri due anni da Papa Francesco lo scorso ottobre. E a regalare al tutto un tocco di orwelliana memoria si aggiunge l'istituzione di un rigorosissimo database preposto ad archiviare, conservare e segnalare tutti i dati riguardanti i rappresentanti religiosi dei più svariati culti dall'ultimo monaco ai cosiddetti «buddha viventi», dagli imam ai vescovi cattolici. Insomma un Grande Fratello al servizio dell'Amore e della Verità incaricato - come nel celeberrimo romanzo 1984 - di registrare e segnalare dichiarazioni, mosse e attività, di qualsiasi individuo portatore di istanze religiose. E come nella distopia di 1984 anche nella Cina di Xi Jinping la funzione del nuovo Grande Fratello, chiamato in questo caso «Sara», è quella di mettere in contrapposizione i propri sudditi spingendoli a denunciarsi e combattersi a vicenda. Per capirlo basta l'articolo 3 delle nuove disposizioni. L'articolo stabilisce che per poter esercitare funzioni religiose bisogna innanzitutto «amare la madrepatria, sostenere la leadership del Partito comunista cinese, sostenere il sistema socialista, rispettare la Costituzione, le leggi, i regolamenti e le regole, praticare i valori fondamentali del socialismo, aderire al principio di indipendenza e autogestione della religione e aderire alla politica religiosa della Cina, mantenendo l'unità nazionale, l'unità etnica, l'armonia religiosa e la stabilità sociale». In pratica sottomettere la propria religione e la predicazione della fede a tutti i diktat dello Stato. Ma il cavillo che di fatto annulla qualsiasi possibilità di accordo tra Santa Sede e Pechino è quello che impone di «resistere alle attività religiose illegali e all'estremismo religioso e alle infiltrazioni di forze straniere che usano la religione». Come fanno notare fonti del mondo missionario ascoltate da Il Giornale adempiere a quella disposizione equivarrebbe a riconoscere soltanto l'autorità dei prelati nominati dallo Stato cinese delegittimando di fatto tutta quella «chiesa sotterranea» che da decenni lotta per restare fedele al Vaticano e ai vescovi nominati dal Papa. Anche i vescovi cattolici, sebbene «approvati e ordinati» dal Consiglio dei vescovi cinesi, sono infatti obbligati a registrarsi presso la Sara e a seguirne le disposizioni pena la messa fuori legge. Come dire insomma che il ministero «pastorale» dei vescovi resta saldamente nelle mani dello Stato anziché della Chiesa. Anche per questo, probabilmente, Papa Francesco affrontando il tema dell'accordo con la Cina durante l'incontro dell'8 febbraio con gli ambasciatori accreditati al Vaticano ha insistito nel descriverlo come intesa puramente «pastorale» escludendo implicitamente qualsiasi ipotesi di reciproco riconoscimento diplomatico a breve termine. Ma anche la valenza «pastorale» citata dal Papa resta, a ben vedere ampiamente sopravaluta, se l'autorità religiosa verrà, garantita esclusivamente ai vescovi registrati presso la Sara e sottoposti alla vigilanza del Grande Fratello cinese.