Londra ci soffia il telescopio da due miliardi

Il più grande mai costruito, quartier generale previsto da Padova. Ma l'Inghilterra conta di più...

Londra ci soffia il telescopio da due miliardi

Uscimmo a riveder le stelle ma fummo ricacciati brutalmente con i piedi per terra.

Hai voglia a dire, come fa il premier, basta con il capitalismo di relazione. La batosta appena inflitta all'Italia dimostra che invece dovrebbe essere la nostra guida politica ad avere migliori relazioni internazionali. Quindici anni di sforzi del sistema industriale nazionale e soprattutto di quello scientifico si sono arenati in pochi giorni di fronte a una semplice realtà: sulla scena internazionale la voce di Londra è più ascoltata di quella di Roma. É dal 2000 che l'Istituto nazionale di astrofisica lavora per inserirsi al vertice della più ambiziosa impresa di osservazione del cosmo nella storia dell'umanità. L'obiettivo è costruire Ska, lo «Square kilometer array», il più grande radiotelescopio mai realizzato. Un apparato composto da migliaia di antenne che insieme comporrebbero un gigantesco «occhio» di 3.000 chilometri di diametro puntato sullo spazio, cinquantamila volte più grande della massima superficie ricevente in attività al momento in cui il progetto fu lanciato. Uno sforzo titanico a cui partecipano oltre cento enti di venti Paesi del mondo, con lo scopo finale di indagare eventi persi negli abissi del tempo e dello spazio e cercare risposte sull'origine stessa dell'universo. Un campo in cui in pochi hanno qualcosa da insegnarci: nel ranking mondiale dell'astrofisica ci piazziamo al quarto-quinto posto. E siamo presenti in altri grandi progetti, come il radiotelescopio Lbt in Arizona.

Fino al mese scorso all'Inaf circolava un vento di ottimismo, nonostante la dimensione dell'obiettivo. L'Italia è arrivata in «finale» con il Regno Unito nella gara per aggiudicarsi il quartier generale dello Ska. L'idea di ospitarlo nello splendido castello dei Carraresi, un edificio del 1200 vicino alla Specola, l'osservatorio astronomico di Padova, città in cui insegnò Galileo Galilei, convinceva i partner più della sede offerta dagli inglesi, l'osservatorio di Jodrell Bank a Manchester. «Francamente sì, ci credevamo - dice il presidente dell'Inaf, Giovanni Bignami - dopo che ben due commissioni tecniche avevano votato per Padova, col risultato di 5 a 0 l'una e 5 a 1 l'altra».

Fino al 5 marzo la situazione era questa. Cosa è successo dopo? Londra avrebbe battuto i pugni sul tavolo, minacciando di uscire dal consorzio. A quel punto la commissione ha chiesto un approfondimento ai due concorrenti e qualche giorno fa il verdetto si è improvvisamente ribaltato.

Com'è potuto succedere? «Per una volta - dice Bignami- il sistema Italia aveva lavorato in modo compatto, la nostra proposta era avallata da cinque ministeri e il premier Renzi ha scritto tre lettere per caldeggiare l'offerta di Padova. Ma purtroppo non è bastato, e non possiamo incolpare gli inglesi, si sono mossi da «potenza» e hanno fatto il loro. La nostra reputazione scientifica è altissima, ma come Paese a quanto pare il Regno Unito è stato ritenuto più affidabile».

Una conclusione amara, che il rettore dell'università di Padova rende ancora più esplicita: «C'è amarezza e sconcerto - ha detto a Padova Oggi - il panel di esperti ha ribadito più volte la preferenza per Padova. Quando però la scienza è uscita dalla stanza dei bottoni ed è entrata la politica, una logica esclusivamente di tipo politico-diplomatico ha preso il sopravvento e, diciamo pure la verità, con qualche non piccola forzatura». Così abbiamo perso il primato su un progetto che nella sua prima fase, in partenza dal 2017, prevedeva investimenti per un miliardo, più un altro miliardo nella seconda. Tradotto brutalmente, significava alcune centinaia di posti di lavori diretti per scienziati e tecnici di alto livello. E un vasto indotto per tante aziende piccolo-medie ad alta specializzazione oltre che per Finmeccanica, nei cui corridoi in questi giorni si mastica amaro: «Ha vinto il Paese più forte, non il sito migliore. Ora lavoriamo per compensazioni».L'Inaf ora minaccia di andarsene sbattendo la porta. Forse così arriverà un premio di consolazione. In attesa di diventare un Paese più credibile.

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