Dosi, varianti, efficacia: "Tutta la verità sui vaccini"

Tempi, popolazione, modalità di somministrazione, varianti: sono troppe le variabili in gioco che hanno condizionato i trials dei vaccini che risultano, quindi, imparagonabili: ecco cosa ci hanno detto due esperti

Dosi, varianti, efficacia: "Tutta la verità sui vaccini"

I vaccini messi a punto per prevenire il Covid-19 hanno dati di efficacia diversi: dopo la somministrazione delle due dosi, Pfizer arriva ad una copertura del 95%, Moderna del 94%, AstraZeneca varia dal 62% al 90% (seconda dose dopo tre mesi) e Johnson&Johsnon, l'unico monodose, arriva al 66%.

Perché non vanno guardate queste cifre

Secondo questi numeri, quindi, si potrebbe pensare che Pfizer e Moderna abbiano un'efficacia maggiore degli altri due ma fare un confronto soltanto sulla base di questo dato non è corretto. L'efficacia di ogni vaccino è calcolata sempre nello stesso modo ma le sperimentazioni sono avvenute in contesti diversi: tempo, luogo e criteri sono differenti. Se Pfizer e Moderna sono stati realizzati nello stesso periodo negli Stati Uniti, Johsons&Johnson è stato testato in un periodo successivo ed in Paesi differenti compreso il Brasile, quando era molto più elevata la possibilità che i partecipanti fossero esposti all'infezione con varianti diverse e maggiormente contagiose da quella comune nel precedente periodo. E poi la popolazione: AstraZeneca inizialmente ha testato il siero su una popolazione in prevalenza sotto i 60 anni. Insomma, come si può notare, le variabili in gioco sono molto numerose per ridurre tutto a dei numeri in percentuale.

"Pandemia a ondate, un confronto è difficile"

Perché non si può, quindi, paragonare l'efficacia dei vaccini? "Il motivo principale è che si tratta di una pandemia che ha delle ondate: se si ha la fortuna di programmare lo studio in un momento di grande intensità di trasmissione, può effettivamente avere dei dati diversi rispetto ad un altro studio in cui la diffusibilità dell'infezione è minore. Quindi, benché le premesse sono le stesse, verosimilmente in una certa fase è più facile avere una condizione propizia per cogliere un certo numero di casi rispetto ad altre circostanze", afferma al giornale.it Giovanni Di Perri, Direttore del Dipartimento di Malattie Infettive dell’Ospedale Amedeo di Savoia e della Scuola di Specializzazione in Malattie Infettive dell’Università degli Studi di Torino, che ci spiega come lo studio condotto sul gruppo di controllo da Pfizer e Moderna parallelamente a chi ha ricevuto il placebo, abbia avuto un'incidenza di casi abbastanza costante che ha permesso di avere una migliore lettura dei risultati. "Dipende, però, anche dall'età dei soggetti che sono stati arruolati, anche questa è una variabile importante - specifica Di Perri - Il primo elemento è l'intensità di infezione nel periodo in cui si fa lo studio, il secondo elemento è anche la misura in cui i soggetti più suscettibili a sviluppare la malattia sono inclusi". In questo senso c'è un esempio calzante che viene dallo studio di AstraZeneca, che venne approvato a novembre 2020 con un'efficacia stimata al 62% e non ammesso per i soggetti al di sopra dei 55 anni. "Questo perché ne avevano arruolati pochissimi, la maggior parte della popolazione avrebbe fatto spontaneamente una malattia senza sintomi. Quando poi hanno ampliato la casistica ed hanno pubblicato i nuovi risultati lo scenario è cambiato: in particolare, in chi faceva la seconda dose AstraZeneca 12 settimane dopo la prima, si vedeva benissimo che l'efficacia saliva all'82% avendo studiato un bel numero di soggetti anziani che permetteva di trarre delle conclusioni", ci ha detto l'infettivologo.

Lo studio inglese che confronta i vaccini

"Questo è un esempio che calza perfettamente con lo scenario di cui stiamo parlando", aggiunge il Prof. Di Perri: uno studio in fase di pubblicazione effettuato in Inghilterra ha preso in esame una serie di persone o che avevano avuto l'infezione, o che avessero fatto una dose di Pfizer o di AstraZeneca o due dosi di Pfizer. Nel confrontare questi tre gruppi, i ricercatori inglesi si sono accorti che la protezione migliore è di chi aveva contratto l'infezione e chi aveva ricevuto due dosi di Pfizer ma il confronto tra una dose dei due diversi vaccini ha dato risultati simili. "Quindi, un confronto sul territorio del rendimento di una dose di due vaccini diversi che, nelle premesse avevano efficacie differenti, si è poi rilevato sostanzialmente lo stesso".

Qual è l'obiettivo della vaccinazione

"La valutazione dell'efficacia è basata sulla malattia sintomatica, anche chi ha dei sintomi molto blandi come qualche linea di febbre o un naso che cola e ci sono le variabilità tra un vaccino e l'altro, tra un minimo del 60% ad un massimo del 90-95%. Ma la modalità con cui si devono giudicare i vaccini non è quella della malattia sintomatica o del tampone positivo, non è questo l'obiettivo della vaccinazione", afferma in esclusiva per ilgiornale.it Matteo Bassetti, Direttore della Clinica di Malattie infettive dell'ospedale San Martino di Genova. L'infettivologo genovese sottolinea che l'obiettivo che si sta osservando giornalmente con i dati riportati dall'Istituto Superiore di Sanità "è la riduzione dei ricoveri e dei decessi, quindi la riduzione di quella che è la malattia grave, cioé avere la polmonite e finire in ospedale". Su questo punto tutti i vaccini approvati in Italia (Pfizer, Moderna, AstraZeneca e Johnson&Johnson) non hanno differenze significative l'uno dall'altro. "L'efficacia per quanto riguarda la riduzione dei ricoveri e della mortalità è vicina, per tutti i vaccini, al 99%, siamo praticamente ad una copertura totale", ci dice Bassetti.

"Abbiamo delle supercar, i dettagli non sono importanti"

Il Prof. ci spiega che i vaccini si possono paragonare nel momento in cui vengono utilizzati su vasta scala e quello che oggi ci dicono "è che non c'è nessuna differenza quando sono applicati": se guardiamo i dati inglesi, il vaccino di AstraZeneca e quello di Pfizer sono identici per quanto riguarda l'efficacia; i dati italiani dello studio fatto a Ferrara e riportato dall'Iss non vedono differenze tra un vaccino e l'altro, vicini tutti al 100% sull'indicatore che a noi interessa. "Valutare un vaccino sulla base di quanti hanno avuto sintomi blandi non è corretto - incalza Bassetti - È come se avessimo preso delle automobili perché andassero veloci: di andare a vedere se una macchina dentro è più confortevole di un'altra per quanto riguarda il sedile non mi interessa, mi interessa che faccia 250 Km/h e tutti e quattro i vaccini vadano a questa velocità, che è quella massima a cui dobbiamo arrivare in fondo al rettilineo, quello che ci interessa è quanto riducano decessi e ricoveri. I dati che abbiamo non permettono che la gente faccia la differenza tra un vaccino di serie A, di serie B o di serie C come se l'80 o il 90% fossero quanti gol ha fatto una squadra. Non è così, sono dei parametri dati in pasto al popolo ma che devono essere letti dai professionisti: il popolo non può dire di volere quello al 90% piuttosto di quello all'80%, non è il parametro che si deve guardare".

"Manca uno studio comparativo"

Insomma, per tutti i motivi spiegati molto bene dagli esperti e per quanto avevamo scritto già a marzo (qui il nostro pezzo su InsideOver), è impossibile allo stato attuale fare un confronto ma non è escluso che possa accadere nel prossimo futuro. "Può darsi che, estendendo i tempi di osservazione, verificando quello che sarà il rendimento di vaccini diversi nella popolazione, si potrà fare un confronto anche se non avrà comunque la metodologia di uno studio comparativo: vaccino A contro vaccino B, testa a testa, non l'ha fatto nessuno", ci dice il Prof. Di Perri. A chi parla di percentuali affermando che un vaccino al 95% copre meglio di uno al 70% cosa si può dire? "Non è proprio così, non siamo autorizzati a questo tipo di affermazione benché i dati portino a dire questo - sottolinea - Sono stati sperimentati in situazioni e periodi diversi anche se, da un punto di visto metodologico, gli studi di Pfizer e Moderna sono risultati tecnicamente migliori. AstraZeneca ha fatto uno studio con tante problematiche ma, di fatto, alla prima prova dei fatti cioé il rendimento di un bacino molto ampio ci dice che non ci sono differenze con il Pfizer dopo la prima dose", conclude.

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