La forza dell'unità e i rischi dell'addio

In trent'anni il centro-destra non ha mai avuto voce in capitolo sull'argomento perché, per uno strano scherzo della sorte, al fatidico appuntamento è sempre arrivato quando era minoranza in Parlamento. Questa volta non è così

La forza dell'unità e i rischi dell'addio

Due settimane fa, prima che cominciasse il solito massacro elettorale con i «casi» Morisi (Lega) e Fidanza (Fratelli d'Italia), scrissi che il problema del centro-destra era quello di dare per scontato il successo alle prossime elezioni politiche. Come se l'esito fosse ineluttabile. Al punto che da sei mesi una competizione neppure tanto sotterranea tra Salvini e la Meloni su chi farà il premier dopo un voto di cui non si conosce né la data né il possibile vincitore, ha avvelenato i pozzi della coalizione. Inutile dire che in quindici giorni lo scenario è cambiato: tutti hanno scoperto che il domani non è ancora scritto e, soprattutto, che mentre i leader del centro-destra bisticciavano in casa, c'era chi stava pianificando la guerra dal di fuori. Che poi le vicende Morisi e Fidanza, programmate scientificamente a tre giorni dal voto, siano nate per il solito intervento a gamba tesa dei magistrati, o perché al Viminale qualcuno voleva togliersi un sassolino dalla scarpa o, ancora, per un'operazione giornalistica, poco importa: da noi, almeno da trent'anni, in politica come in amore tutto è permesso.

Solo che quello scontro fratricida, quell'atteggiamento mentale senza senso per cui dentro la coalizione di centro-destra c'era chi si stava litigando una vittoria ancora tutta da venire, ha facilitato il compito degli avversari. E nell'immediato ha reso più difficile il voto di domenica che era già di per sé complicato. Eppure basterebbe la storia del bipolarismo italiano a dimostrare che in questo singolare Paese la strada più facile per perdere è pensare di avere la vittoria in tasca: dalla gioiosa macchina da guerra di Occhetto, alla tattica delle tre punte che costò a Berlusconi-Fini-Casini la sconfitta nel 2006. Senza contare che dal 2010, cioè dal cosiddetto «tradimento» di Fini, il centro-destra non ha più vinto le elezioni. Al massimo le ha pareggiate.

Episodi che dentro la coalizione tutti dovrebbero stamparsi nella memoria come monito per il futuro. Un futuro che comincia già domani, al di là delle elezioni amministrative, con la scelta del nuovo Capo dello Stato. In trent'anni il centro-destra non ha mai avuto voce in capitolo sull'argomento perché, per uno strano scherzo della sorte, al fatidico appuntamento è sempre arrivato quando era minoranza in Parlamento. Questa volta non è così. Se fosse unito e compatto su un nome darebbe le carte in questa partita. Invece, sono giorni che vuoi Giorgetti, vuoi Brunetta, vuoi Salvini, vuoi la Meloni tirano fuori dalla tasca un loro candidato, che si tratti di Draghi o di altri poco importa, il punto è che ognuno dice la sua. Ed è l'atteggiamento più banale per non essere determinanti neppure in questa occasione. Solo che se ciò avvenisse si imporrebbe una riflessione: o il centro-destra è una coalizione politica, si sente tale e si comporta come se lo fosse; o, invece, se si è ridotto ad essere una parvenza di alleanza, una sorta di sepolcro imbiancato, allora tanto varrebbe cambiar gioco e, magari, pure legge elettorale.

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