Grandi manovre nel centrodestra

Come era inevitabile che fosse, l'onda lunga del voto in Emilia Romagna inizia ad agitare anche le acque del centrodestra. Per ora, in verità, è solo una piccola mareggiata, perché tutti cercano di stemperare i toni e non dar fuoco a un'insofferenza che in verità cova da tempo. Ma la linea del Piave delle candidature per le sei regioni che andranno al voto nei prossimi mesi - Veneto, Liguria, Toscana, Marche, Campania e Puglia - rischia di essere una pericolosa miccia. Al di là delle frasi di circostanza («con Berlusconi e Meloni il rapporto è ottimo», spergiurava ieri sera Matteo Salvini a favore di telecamere), i rapporti tra i tre leader del centrodestra arrancano non da ieri. In particolare quello tra l'ex ministro dell'Interno e Giorgia Meloni, che spesso e volentieri si è vista trattata con ostentata sufficienza. Insomma, dire che i due mal si sopportano è il minimo sindacale. Anche se più probabilmente si detestano cordialmente. La ragion politica, però, impone una certa forma. Così la leader di Fratelli d'Italia pare abbia saggiamente scelto di non togliersi i tanti sassolini che ha nella scarpa approfittando del passo falso di Salvini in Emilia Romagna. Nelle sue conversazioni private, infatti, ha più volte ripetuto che «Matteo ha ancora una volta peccato di presunzione», illudendosi di fare e disfare tutto da solo. Già, perché non solo Salvini ha deciso da solo di far diventare il voto emiliano-romagnolo una sorta di doppio referendum - sulla sua persona e contro il governo giallorosso - ma ha pure imposto la candidatura di Lucia Borgonzoni nonostante il fortissimo scetticismo di Forza Italia e Fratelli d'Italia. Non a caso, secondo uno studio Swg domenica in Emilia Romagna si sarebbe astenuto il 12,5% degli elettori di centrodestra. Per non dire del timore - che Salvini ha confidato ai suoi - di un «fuoco amico» proprio da alcuni esponenti del centrodestra locale che avrebbero spinto per far votare Stefano Bonaccini. D'altra parte, la grandissima abilità comunicativa di Salvini è sempre più controbilanciata dai suoi comportamenti fortemente divisivi. Così, se pure raccoglie il 30% dei consensi arriva poi a catalizzare contro la sua persona almeno il doppio dei dissensi. Evidentemente un problema.

È in questo quadro complesso, dunque, che si sta trattando sulle candidature per le prossime regionali. Con Salvini che ora non può far valere il successo in Emilia Romagna per ridiscutere un accordo già chiuso quando portò a casa la presidenza del Copasir per il leghista Raffaele Volpi. Nel pacchetto, infatti, c'era anche l'intesa per lasciare a Forza Italia Calabria e Campania e a Fratelli d'Italia Puglia e Marche. La Lega avrebbe avuto il candidato presidente in Toscana, mentre in Veneto e Liguria correranno i governatori uscenti. Uno schema che oggi a Salvini sta stretto.

Sulla Lega, infatti, non pesa solo l'inaspettato stop della Borgonzoni in Emilia Romagna ma anche la pessima performance in Calabria dove il Carroccio si è fermato al 12% contro il 22% delle Europee di soli sei mesi fa. Se il trend resta questo è del tutto evidente che la partita in Toscana sarà durissima, ai limiti dell'impossibile. Con una Lega destinata a comprimersi ancora. Anche perché Forza Italia e Fratelli d'Italia si troveranno ad avere il volano di due regioni popolose e certamente contendibili come Campania e Puglia. Nella prima dovrebbe correre Stefano Caldoro, nella seconda Raffaele Fitto. Quest'ultimo fortemente voluto dalla Meloni, ben conscia del fatto che l'ex ministro darebbe un contributo decisivo anche al risultato complessivo di Fdi nella prossima tornata regionale. D'altra parte, alle scorse Europee Fitto è stato eletto con 87mila preferenze di cui 55mila solo in Puglia.

È anche per questa ragione, per il valore aggiunto complessivo di avere candidature forti e in corsa in grandi regioni come Campania e Puglia, che né Berlusconi né Meloni sono intenzionati a riaprire la trattativa. Senza considerare un altro elemento: dopo la vittoria schiacciante dell'azzurra Jole Santelli in Calabria, se Caldoro e Fitto dovessero farcela la Lega resterebbe di fatto «fuori» dalle regioni del Meridione. Un modo per resistere alle mire egemoniche di Salvini dentro il centrodestra, visto che da tempo l'ex ministro dell'Interno punta a ingrossare i consensi della Lega nel Mezzogiorno.

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