I 47 giorni del rapimento di Danilo Calonego in Libia

Era il 19 settembre di tre anni fa quando Danilo Calonego, il tecnico di Belluno venne rapito in Libia a Ghat. Di quell'inferno ricorda ogni minimo particolare e racconta le atrocità in un libro.

Quante pene può sopportare la pelle di un uomo prima di abbandonarsi e dire basta? Quante sofferenze può patire il fisico di uomo prima che il corpo crolli e stramazzi a terra? Lo si capisce bene leggendo il libro, non ancora edito, di Danilo Calonego, il tecnico bellunese, rapito in Libia il 19 settembre 2016. Erano tre anni fa.

Danilo di quei giorni, 47 giorni di prigionia, ricorda tutto e come ha sempre fatto nella sua vita, ha preso e ha annotato. Un racconto, un quasi “romanzo” dove Danilo racconta con cura tutti i particolari, dal minuto del rapimento fino alla liberazione, avvenuta 47 giorni dopo, il 5 novembre 2016.

Danilo ricorda gli odori, i sapori, i gesti e i vestiti dei suoi sequestratori. Ricorda i discorsi, le immagini, le voci dei bambini che vanno a scuola, i topi dentro la stanza. Ha ancora addosso l’odore della morte, il sangue che cola sul corpo, che scorre dentro le vene e che ti porta a chiedere aiuto alla madre, a pregare il Signore. Sente ancora quelle ferite bruciare, quel corpo cosparso di benzina con il terrore di essere bruciato. Vede ancora quel corpo insanguinato, sente ancora quella bocca impastata senz’acqua. Percepisce ancora il suono di quella lama affilata del coltello che gli scorre sul collo, le grida dei suoi compagni, quel masso piantato sullo stomaco e quella musica, che come dice lui, ricorda tanto quelle usate dall’Isis.

Tutto questo Calonego lo racconta nel suo libro che tratta del rapimento dal titolo “Nel braccio della morte”. Con foto inedite mai uscite, fatto da Calonego stesso che in 35 anni di perenigrazioni, ha raccolto tutte le sue memorie. Sono 56 parti, che raccontano di viaggi, di pericoli e posti lontani. Calonego infatti, ora in pensione, di anni ne ha 71. Li ha fatti il 27 marzo scorso e fin dall’età di otto anni ha sempre lavorato.

A otto anni comincia “a conoscere la vita del lavoratore”, come dice lui. Il padre che lavorava in Svizzera, partiva a primavera a rientrava a novembre. Molte volte Danilo alla porta non lo riconosceva nemmeno. Alla madre diceva che alla porta ci stava “un signore con dei lunghi baffi, uno zaino alla schiena e una valigia legata con lo spago”. Poi, tutti gli anni per sei stagioni lo mandano a fare la stagione d’estate, dal 13 giugno al 7 settembre. Andava con un signore di Dussan–Meano, nella malga “Grava” al pascolo. A 14 anni sognava di fare il meccanico per seguire le orme del padre, scomparso prematuramente, e sognava di andare in Africa a lavorare. Fino al 1973 però, a causa dello scoppio della guerra in Libia, lavora in in Svizzera a Montreaux, “subendo – racconta – anche tante umiliazioni, tipo voi Italiani siete degli zingari e tante altre parolacce”. Nel frattempo si sposa e il 7 febbraio 1979 parte per la Libia. Aveva 31 anni. Passa 35 anni in giro per il mondo a lavorare, di cui 26 li trascorre in Libia che conosce come le sue tasche. Nel frattempo si risposa, una figlia, con la prima moglie ne ha avute due: Simona e Pamela e per poter sposare la seconda moglie si converte all’Islam. Ora lui risiede in Marocco infatti.

Tra un andirivieni e l’altro in Italia rientra “bello tranquillo” a giugno 2016. Già in Libia aveva subito qualche rapina o piccolo sequestro. Ma il 20 giugno 2016 la vecchia società per cui lavorava, la CON.I.COS, lo richiama per andare una ventina di giorni a Ghat, dove ha avuto inizio l’incubo.

Ghat, 19 settembre h 22 circa: "Sento il mio battito cardiaco attraversarmi tutto d’un colpo. Il freddo penetra le mie ginocchia come un ago fa con il cuoio. Ho la schiena a pezzi e non riesco a immaginare nulla di ancor più puntiglioso. Sento la presenza dei miei colleghi ma non riesco a immaginare dove siano. La stanza è buia. Le mie mani, strette l’una all’altra, pulsano a tempo. In lontananza mi sembra di sentire la colonna sonora de "Il nome della rosa". Sì, è proprio lei. Inquietante. Ma ancor più vicino sento una affilatrice accendersi. A cosa dovrebbe servire in questo buio? Se con la luce serve ad affilare coltelli, anche al buio dovrebbe fungere alla stessa funzione. Ed è un attimo che un rumore fastidioso conferma l’ipotesi. Si sente benissimo. L’affilatrice sta affilando un coltello”.

“Una serie di rumori definiti mi attraversano la testa con un’immagine: l’immagine dei miei colleghi decapitati, agonizzanti con il sangue che spruzza da tutte le parti. Non riesco a pensarci. Il rumore dei passi si fa sempre più vicino. Prima uno e poi l’altro. E’ sicuramente il mio turno. Un altro soffio gelido mi attraversa il corpo, disegnando però questa volta una linea dritta dietro il mio collo“.

In Libia ci sarebbe dovuto rimanere fino al 21 agosto, giorno di scadenza del visto, ma gli imprevisti sul lavoro, lo trattengono lì fino al 28. “Dopo un’intera esistenza in questi paesi una consulenza sarebbe dovuta durare giusto un mesetto. Ma se un imprevisto ti può portare via ore e ore di lavoro, la mancanza della materia prima ti può rendere inerme”. Lui con il suo collega di Cuneo Bruno Cacace doveva seguire dei lavori nell’aeroporto locale. Avevano iniziato un lavoro di costruzione di tre piste all’ aeroporto. La partenza era prevista per il 4 settembre ma alla fine il 19 erano ancora lì.

“Quella mattina – scrive Calonego - ci alziamo presto come sempre. Alle 06.45 avevamo già fatto colazione”. Lui con il collega, con Franco l’italo canadese e con il militare Ibrahim che li accompagna sempre all’aeroporto salgono sul pick up e partono. “Come ogni mattina sfrecciamo a 135-140 km/h – racconta – ma a neanche 20 km dalla partenza ci sfreccia davanti un altro pick-up, celeste. Ed è d’un tratto che veniamo circondati da una dozzina di uomini armati”. I ribelli armati di kalashnikov, di mitra e di bazooka li caricano sul cassone e intimano loro di stendersi a terra. Da lì partono 47 giorni di puro inferno. Caloneago si ritrova a petto nudo, bendato, le mani legate, tutto sporco e sanguinante. E poi le razioni minuscole da mangiare, per i primi giorni. Le sigarette contate. L'assenza di medicine. La mancanza d'acqua. L’acqua del catino ridotta a una fogna, le minacce, il terrore, la morte in faccia. Calonego ricorda anche di aver chiesto ai suoi rapitori di morire. “A morte gli occidentali! – aveva urlato il capo dei rapitori – bisogna farli a pezzettini tutti!!!”.

Il giorno 5 novembre Calonego e Cacace, dopo un passamano tra la fuga dei ribelli e l’intervento delle forze di sicurezza, vengono liberati. Il cellulare di Calonego, sequestrato dai terroristi, gli sarà misteriosamente riconsegnato. Il prezzo del riscatto chiesto dai rapitori prima era di 15 milioni di euro, cinque a testa, poi scende. Per Calonego nessun risarcimento. La prefettura di Belluno, a giugno scorso, ha inviato una lettera a Calonego col rigetto dell’istanza da parte del ministero dell’Interno che, appoggiandosi a quanto dichiarato dalla Procura di Roma, ha scritto: “Dalle indagini effettuate dalla polizia giudiziaria non sono emersi elementi certi sulla matrice terroristica del sequestro”.

Il libro è per raccontare la verità e dare voce all’amaro in bocca. Oggi sono tre anni. E per la figlia Simona che sta a Belluno il 19 settembre è una data che vorrebbe dimenticare.

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