I 75 anni d'argento fatto sempre Dabbene

Dal nonno, ex martinitt, ai nipoti: tre generazioni in un negozio-laboratorio a Milano. Che ora fa anche le pentole

I 75 anni d'argento fatto sempre Dabbene

Argento è. Posate, vassoi e bicchieri. Ma anche gioielli, decori, lampade e qualsiasi oggetto desideriate, dall'impronta del piedino del vostro bambino, al taglia cotechino, al porta rossetto, alla scatola da panettone. È soprattutto regalo. Bello da fare e da ricevere, L'argento brilla e resiste. Chi lo lavora, l'artigiano, è un po'chimico e un po' meccanico. L'argento è anche la nostra storia, un candelabro o un'antica oliera ci parlano di come eravamo. È sicuramente futuro, «c'è sempre chi lo apprezza ed è disposto a spendere per un oggetto in argento» ci spiega Roberto Dabbene titolare, assieme al fratello Armando, dell'omonima argenteria in largo Treves.

Negozio e laboratorio nel cuore di Brera hanno appena varcato il traguardo dei 75 anni. Settancinque anni di storia milanese vissuti con l'occhio che sa dare forma al bello. Cominciò il papà, Marco. Nel 1938 rilevò l'argenteria Soldati. Stessa vetrina affacciata sullo slargo che apre a via Solferino. Era un ex martinitt, aveva imparato l'arte del cesello alle scuole della Società Umanitaria. L'attività iniziò così insieme con il matrimonio. «Fu mia nonna a introdurre gli oggetti regalo, in porcellana o rifiniti in argento» recupera gli aneddoti la nipote Cristiana che assieme a Marco ed Armando incarna la terza generazione Dabbene.

«Non ho mai pensato di occuparmi di altro - ammette lei - Dopo gli studi e sei anni di full immersion da Sotheby's a Londra, eccomi qua. L'argento e questo negozio rappresentano la mia casa». Certamente impegnativa. Cristiana è spesso alle fiere, «l'aggiornamento è continuo. Non manco mai di sbirciare le vetrine del quadrilatero della moda o queste di Brera, dal design all'abbigliamento. È un modo di intuire quello che arriverà». All'interno dell'ampio negozio si può visitare il laboratorio, lo stesso dagli anni Sessanta, destinato ai bagni galvanici e alle macchine per la lucidatura. Ci sono pure gli attrezzi dell'epoca.

«Ogni cesellatore aveva la propria cassetta con i ferri - racconta Cristiana - erano almeno una cinquantina. I martelli erano tutti diversi a seconda della mano dell'operaio. C'era chi era più geloso degli altri e la sera metteva tutto sotto chiave. Il segreto da non rivelare era rappresentato dalla pasta per lucidare: la si inventava dopo centinaia di tentativi, era formata da diversi composti per permettere all'argento di far presa anche su materiali che non avrebbero retto l'argentatura». Dai Dabbene è diventato famoso anche l'operaio che inventò un sistema per non affaticare il braccio. «Doveva dare la forma all'oggetto a colpi di martello, ingegnò un sistema di carrucole collegato a un pedale per non affaticarsi. E ogni sera smontava l'apparecchiatura e se la portava a casa».

Un angolo del negozio è riservato ai pezzi antichi, la collezione di Roberto Dabbene. «Ho fatto lunghe ricerche fra i vari antiquari per risalire alle manifatture italiane. E ho pubblicato un libro per Mondadori ( Argenti italiani del Settecento e Ottocento ). L'argenteria non è solo francese, tedesca o inglese. Nell'800, ogni Stato italiano imprimeva una bollatura su ogni pezzo, a garanzia della bontà dell'argento. A Milano il simbolo era l'aratro, a Bergamo il maglio, a Venezia il rostro, a Napoli la corona e a Roma lo stemma pontificio. Chi aveva oggetti sprovvisti di timbro era considerato un evasore».

Fra le chicche dell'argenteria di largo Treves ci sono le pentole in argento. «Ho accolto il suggerimento di esperti cuochi - spiega Dabbene - l'argento è il metallo che conduce meglio il calore senza cedere sapori. Anzi addolcisce il gusto delle pietanze e ne salta la qualità». Bisogna cucinare con la fiamma bassa e se siete tentati di provarle non dimenticatevi del ricettario.

Commenti