I castristi ciechi di casa nostra

Il suo mito è duro a morire anche da noi. Ma lui era solo un dittatore che trasformò in tragedia un ideale

I castristi ciechi di casa nostra

Castro, il castrismo, Guevara, il guevarismo, Cuba, il comunismo, sono stati a lungo, fino a un ieri che ancora si stinge nell'oggi, l'icona di ciò che per l'immaginario occidentale di sinistra, consumista ed edonista, una rivoluzione doveva essere: allegra, calda, ribelle, entusiasta. In quanto ultimo avamposto di un'idea che aveva infiammato il secolo, in quanto apparentemente meno cupa di quelle via via fallite all'Est dell'Europa o nel Sud-Est asiatico, si tendeva a stingerne la componente teorica e dottrinaria e a esaltare le idee di riscatto sociale, di difesa del più debole, sorvolando imbarazzati sul ruolo dei cubani in Africa, sulla negazione dei diritti civili in patria e battendo la grancassa sull'embargo che affamava un popolo. In L'Occhio del Barracuda, interessante quanto ambigua biografia di Saverio Tutino, viene raccontato con dovizia di particolari come si partecipa alla costruzione di un falso storico in nome delle superiori esigenze dell'ideologia.

A Cuba come corrispondente dell'Unità fin dagli anni Sessanta, Tutino vede le persecuzioni dei dissidenti, i campi di lavoro forzato per gli omosessuali, la caccia ai capelli lunghi e alle gonne corte, la sessuofobia tipica delle dittature. Funzionario di partito, più che cronista, vede, ma non scrive: «Il progetto comunista ci sembrava così perfetto da potergli sacrificare contemporaneamente anche verità e libertà. O comunque, la necessità di dire il vero».

Per anni, dunque, Tutino, e quelli come lui, raccontarono con articoli, libri, conferenze, il falso, costruirono pervicacemente una visione di Cuba che non esisteva. Ci volle la caduta del Muro di Berlino e la fine del comunismo perché cominciasse a spegnersi anche «l'eccezione cubana, ancora per molti una fiammella da mantenere accesa. Molti non capivano che anch'essa era ormai spenta. A Cuba non vi era molto più di diverso, dal punto di vista del rapporto sociale, da tutto ciò che il mondo conosce come ingiustizia universale». L'Occhio del Barracuda è un libro del 1995, scritto da un settantenne che ci tiene comunque a descriverlo orgogliosamente come «l'autobiografia di un comunista», qualsiasi cosa quella parola potesse ormai significare. Stando all'autore, il titolo indica la metafora di chi si muove tra i pericoli come un pesce nell'acqua. Le Lacrime di un Coccodrillo sarebbe stato un titolo più felice.

Che si sia trattato di un mito duro a morire, lo testimonia del resto il «Che» come icona pop finita nelle canzoni di Jovanotti, insieme con Madre Teresa di Calcutta e non so più chi, conferma di come la ruota del tempo giri e trasformi la tragedia in farsa. Oppure, più o meno negli stessi anni in cui Tutino versa le sue lacrime di barracuda-coccodrillo, la curiosa introduzione di un altro intellettuale-romanziere-pubblicista, a L'anno in cui non siamo stati da nessuna parte, il diario inedito dell'esperienza di Guevara in Congo. Invece di analizzare il fallimento di quell'esperienza («Non possiamo liberare da soli un Paese che non ha voglia di lottare», scriverà sconsolato il Che a Castro, sintetizzando la miopia di quella politica e la scarsa o nulla conoscenza della realtà africana), Pino Cacucci, che per età a Tutino sarebbe potuto essere figlio, parla di «aspetto profondamente umano di quell'esperienza tragica e intensa, dettata dal bisogno di accorrere ovunque vi fosse un grido di libertà soffocata dal sangue». Vien voglia di chiedere perché il Che non guardò meglio in Unione Sovietica, in Cecoslovacchia, in Cina o, più semplicemente, in casa propria.

Con questo retroterra mentale, per chi, fra i Sessanta e i Settanta, stava a sinistra, si aprivano orizzonti sconfinati nel nome di un internazionalismo forte e vincente, quando dall'Africa al Sud America, all'Asia, il mondo era una polveriera pronta a esplodere e gli Eletti della Causa correvano a portare il loro cerino votivo intellettuale, e non solo. E Cuba esercitava il massimo dell'attrazione proprio perché la si voleva vedere come il trionfo di un'avventura nazionale al sole dei Tropici, di un Davide colorato, pieno di vita, sesso e fede contro il Golia delle multinazionali e dello sfruttamento. Quando le lenti colorate e false delle visioni ideologiche si riveleranno fuori uso, uno come Regis Debray, l'intellettuale francese che nel 1967 si era ritrovato intrappolato con il Che in Bolivia, si accorgerà di tutti i qui pro quo che non aveva visto: «Degli hidalgo travestiti da guerriglieri alla testa di un'armata di contadini scambiati per proletari; un caudillo all'antica trasformato in leader d'avanguardia; dei dirigenti antimperialisti impastati di cultura imperiale (nessuno più americano-maniaco, nel profondo, americanofilo di Fidel Castro)».

Al Museo Alejandro de Humboldt, nell'Avana vecchia, fa bella mostra di sé la replica di un dinosauro di 5 metri d'altezza e 12 di larghezza ritrovato nel 2001 da paleontologhi messicani nel deserto di Coahuila. Castro è stato come quel dinosauro, solo che era un originale e non una copia, un dinosauro immerso nella sua era, alla sua era sopravvissuto. Politicamente a Cuba non c'è stato il comunismo di Fidel, ma il fidelismo del comunismo, un caudillo latino-americano che si servì del comunismo, inteso come alleanza con l'Urss, per rafforzare e mantenere il potere. Dalla rivoluzione alla gerontocrazia, il falò delle vanità e delle illusioni.

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