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I cattivi maestri

A poco più di una settimana dalle elezioni, c'è stata una sorta di epifania collettiva

I cattivi maestri

A poco più di una settimana dalle elezioni, c'è stata una sorta di epifania collettiva. Improvvisamente tutti, ma proprio tutti, hanno scoperto che in Italia c'è un problema grosso come una casa e ha un nome orribile: la povertà. Gli stipendi si restringono, il potere d'acquisto diminuisce, gli affitti si impennano e, come raccontiamo tutti i giorni, le bollette decuplicano. Molti italiani, sempre di più, faticano ad arrivare alla fine del mese. Certo, la guerra e la crisi del gas hanno esasperato esponenzialmente la situazione, ma la crisi non è nata l'altro giorno e neppure lo scorso 25 settembre. I segnali - lo dicono, tra i tanti, anche i dati dell'Istat - erano già ben evidenti nel 2021. Ecco, questo è il punto: se il problema era già sotto gli occhi di tutti, perché solo oggi scatta l'allarme povertà? Escludiamo, per amor di Patria, l'ipotesi che qualcuno possa aver creduto al Di Maio concionante dal balcone che sventolava la sua cancellazione (della povertà, quella della sua carriera politica sarebbe inesorabilmente arrivata). Siamo malpensanti e ci viene il dubbio che forse, Draghi regnante, nessuno avesse interesse a far suonare le sirene della crisi, a farci vedere il baratro che attendeva tutti noi poco più in là.

E, adesso, chi prima faceva professione di ottimismo e predicava responsabilità, soffia sul fuoco. Anzi sul gas. Dai grillini alla sinistra. E persino Confindustria, che di numeri ne capisce qualcosa, ha deciso repentinamente che flat tax e prepensionamenti non si possono fare, mettendo una zeppa sulla strada del governo. E poi c'è la piazza. Legittimo protestare contro il caro energia, ma fare casino no. Hanno iniziato gli studenti di Milano - occupando le scuole contro una vittoria democratica alle elezioni, caso unico al mondo - e li seguiranno, con un motivo qualunque, le frange più radicali dei sindacati e tutti quei cespugli antagonisti che sbucano oltre la sinistra parlamentare. A chi protesterà per la crisi si sommeranno quelli che non vorranno le riforme. I cattivi maestri grillini ne sanno qualcosa: prima delle elezioni Conte aveva minacciato la guerra civile se qualcuno avesse osato toccare il sussidio pentastellato, ieri Grillo, con la pacatezza che lo contraddistingue, ha parlato di «brigate di cittadinanza». Truppe pacifiche di percettori del reddito che, improvvisamente, dopo tre anni a grattarsi sul divano, iniziano a lavorare. Ma il messaggio e il lessico raccontano una voglia mai sopita di alimentare le tensioni sociali. Rischiamo di rimanere al freddo in quello che si preannuncia come un inverno caldo, stupidamente arroventato da proteste strumentali.

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