Per i ministri giallorossi le umili origini fanno curriculum

Non sapendo più come autoelogiarsi - per evidente assenza di meriti - adesso gli esponenti del governo giallorosso si giocano la carta dei familiari.

Non sapendo più come autoelogiarsi - per evidente assenza di meriti - adesso gli esponenti del governo giallorosso si giocano la carta dei familiari. Ad aprire la danza di sbrodolamenti è stato il ministro della Salute che, alla festa del Fatto quotidiano, si è fatto marzullianamente una domanda e si è pure dato una risposta: «Cosa unisce uno come me a Luigi Di Maio o ai 5 stelle». Immaginiamo la tensione palpabile tra il pubblico negli attimi precedenti la risposta. D'altronde sono mesi che milioni di italiani si interrogano sul tema e - anche loro marzullianamente - si rispondono da soli: forse per la voglia di non mollare la poltrona e di stare al governo? Ma no, malpensanti. È tutta una questione di feeling, come cantavano Mina e Cocciante. «Rappresentiamo una tensione popolare. Nessuno di noi ha il triplo cognome, io sono figlio di un artigiano e di un'insegnante, lui di un piccolo imprenditore. È un tratto di cambiamento popolare che sta dentro la sinistra e anche ai 5 Stelle». Alt. Sgomberiamo il campo da un dubbio: chi scrive ha un paio di nomi e cognomi ma, sfortunatamente, non ha né castelli né simboli araldici. Speranza può stare tranquillo. Nomen omen vale fino a un certo punto, caro ministro. Ma, soprattutto, si può salvare un governo così sgangherato solo perché i ministri non hanno due cognomi e i loro genitori fanno professioni simili? La logica direbbe di no, ma a sinistra la pensano diversamente. Effettivamente per il partito delle Ztl e dei salotti chic deve essere uno choc piuttosto radicale. Il Fatto quotidiano coglie subito la palla al balzo per dedicare un paginone a «Ferrovieri, fabbri, maestri e casalinghe: le famiglie normali dei giallorosa». Come se essere figlio, chessò, di un avvocato fosse una macchia indelebile sul curriculum vitae. Anche se, a questo punto, sarebbe più corretto chiamarlo curriculum familiae, visto che evidentemente i ministri vengono scelti in base ai lombi dai quali provengono. La realtà è molto più articolata, per fortuna. E se è vero che Spadafora è figlio di un ferroviere e la De Micheli è cresciuta nei campi piacentini, molti politici di sinistra provengono da famiglie pluriblasonate. L'ex premier Paolo Gentiloni Silveri (avrà avuto una forma di pudicizia nell'omettere pubblicamente il secondo cognome?) discende dalla famiglia dei conti Gentiloni Silveri, nobili di Filottrano, Cingoli, Macerata e Tolentino. E pure il democraticissimo Walter Veltroni è figlio di un celebre giornalista e radiocronista. Nessuno, per fortuna, gliene ha mai fatto una colpa. In compenso, giusto per citarne uno, Umberto Bossi (due volte ministro) è figlio di un operaio tessile e di una portinaia. Ma, soprattutto, un governo vorremmo giudicarlo per quello che fa per i nostri figli. Non in base alla professione dei genitori.

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