I tranquillanti nel caffè, poi il filo del telefono. "È così facile ammazzare..."

Nel 1995, Nadia Frigerio e Marco Rancani vennero fermati per l'omicidio della madre di lei. Poco dopo confessarono di aver somministrato alla donna dei tranquillanti e di averla strangolata. La psicologa e criminologa Giulia Schioppetto a ilGiornale.it: "Il movente principale? Il denaro"

I tranquillanti nel caffè, poi il filo del telefono. "È così facile ammazzare..."

Era il novembre del 1994 quando un omicidio sconvolse Verona. Protagoniste una donna, Eleonora Perfranceschi, uccisa e abbandonata sul ciglio della strada, e la figlia Nadia Frigerio che, insieme al compagno Marco Rancani, venne arrestata per il delitto. Tutto per prendere possesso della casa dove viveva, in affitto, con la madre.

Ma cosa può portare una persona a uccidere un proprio caro? "È plausibile che Nadia covasse un forte odio nei confronti della figura materna - ha spiegato a ilGiornale.it la dottoressa Giulia Schioppetto, psicologa e criminologa specializzata in Neuropsicologia e Psicopatologia Forense - ma ciò chiaramente non basta a giustificare né a spiegare un gesto simile. Si può ipotizzare che, ancor più in profondità rispetto alla rabbia, una sensazione di intensa paura abitasse in Nadia, una paura che, è bene ricordarlo, è la madre della violenza. Una violenza che ritroviamo anche in situazioni più o meno 'normali', se la normalità davvero esiste. Poiché d’altronde il delitto è un’aberrazione della normalità: uccido te per non morire io".

L'omicidio

Il 12 novembre 1994 un ciclista di passaggio trovò il corpo di una donna sulla cinquantina, abbandonato lungo la strada che porta a Cancello, una frazione collinare nel Comune di Verona. Gli inquirenti intervenuti sul luogo notarono, accanto al cadavere, una borsa nera contenente fazzoletti, sigarette e preservativi. Niente soldi né documenti. Il cadavere, spiegò La Repubblica al tempo, “era riverso nell’erba umida, le calze strappate, la camicetta aperta”. Sul collo un segno scuro, un’abrasione: la vittima, accertò poi l’autopsia, era stata strangolata ed era morta per asfissia acuta. Nel sangue vennero trovate anche tracce di benzodiazepine e il cuore appariva affaticato per una miocardite avanzata.

Ci vollero due giorni per dare un nome a quel corpo apparentemente senza identità. Ma il 14 novembre il corpo venne identificato dai familiari della donna: si trattava di Eleonora Perfranceschi, 57 anni, collaboratrice domestica, separata da anni da Elvezio Frigerio. Una delle figlie, Nadia, viveva da qualche tempo con la madre nella casa di via San Michele e apparve subito come la più decisa di fronte alle domande dei carabinieri: "Cosa c'è di strano ad avere quelle cose in borsa? Molte donne ne portano con sé. Non pensate male. La vita della mamma era del tutto regolare", avrebbe detto al tempo, stando a quanto riportò La Repubblica. Ma qualcosa insospettì gli inquirenti.

Eleonora infatti era scomparsa il 4 novembre, ma la figlia non aveva sporto denuncia perché, a suo dire, la donna era solita allontanarsi da casa anche per lunghi periodi di tempo. Non solo. Qualche giorno dopo la scoperta del cadavere, gli agenti trovarono i gioielli della donna uccisa al Monte di Pietà. L'altra figlia, Giordana, li riconobbe come appartenenti alla madre Eleonora. "Li portava sempre con sé", dirà Nadia agli inquirenti per cercare di giustificare l'assenza dei gioielli da casa. Ma i sospetti attorno alla figlia che viveva con la Perfranceschi si fecero sempre più concreti. Pochi giorni dopo la morte della donna, infatti, nella casa di via San Michele si trasferì Marco Rancani, il compagno di Nadia, che la madre non vedeva di buon occhio e al quale aveva proibito di trasferirvisi prima. E i telefoni dell’abitazione vennero messi sotto controllo.

La confessione

"È così facile ammazzare - commentò Nadia, secondo quanto riferì l’Unità, dopo la scoperta del corpo della madre - Basta guardare i film gialli in tv, tutti possono imparare". Ma la sicurezza di essere riuscita a uccidere la madre rimanendo impunita, grazie alle strategie imparate dalla televisione si sgretolò dopo poco.

"Dalle prime testimonianze e sommarie informazioni da parte di Nadia e Marco al fermo e poi all’arresto il passo fu abbastanza breve - ha spiegato la dottoressa Schippetto - A incastrare i due fidanzati furono in primis le intercettazioni telefoniche sui loro cellulari, l’autopsia sulla vittima, che rivelò che a quest’ultima, prima di essere strangolata, era stata somministrata una forte dose di benzodiazepine per diminuirne la capacità difensiva, e infine fu d’aiuto anche una particolare frase che Marco riferì agli inquirenti, in cui egli sottolineava quanto Nadia ed Eleonora di fatto si odiassero a morte e quanto quest'ultima fosse ‘d’impiccio’ a Nadia".

Così il 14 gennaio 1995 Nadia Frigerio e Marco Rancani vennero fermati, accusati di aver strangolato Eleonora Perfranceschi. Pochi giorni dopo arrivarono le confessioni. L’Unità del 25 gennaio 1995 riportò la versione di Nadia, che sostenne di aver somministrato il Tavor alla madre su consiglio di Marco: "Mi ha detto di metterne quattro nel caffè di mia madre, nella tazzina, e che quella quantità sarebbe stata sufficiente per farla addormentare".

Sembra che il piano stesse prendendo forma già qualche giorno prima, quando i due avevano pensato alle possibili modalità da utilizzare per uccidere la donna: "Si poteva fare in due o tre modi: o sgozzarla […] oppure addormentarla e strangolarla nel sonno". La scelta ricadde sulla seconda ipotesi.

Il 4 novembre, Eleonora Perfranceschi aveva cenato con la figlia. Poi si era seduta sul divano per guardare la telenovela Perla Nera, in onda su Rete4. "Mentre mia madre eia in sala a guardare la televisione io le preparai la tazzina con il caffè, lo zucchero ed un po’ di latte - raccontò Nadia - In cucina in modo che non vedesse nulla e non sospettasse. Mia madre è crollata alla fine della telenovela".

Nel frattempo era arrivato anche Marco che, stando alla versione di Nadia, avrebbe legato i polsi e le caviglie di Eleonora con il filo del telefono, "per prevenire l’eventuale reazione nervosa durante lo strangolamento, come si vede nei film tutti i giorni". Inizialmente i due avrebbero provato a strangolare la donna insieme, ma la figlia non ne avrebbe avuto la forza. Per questo, Marco, le avrebbe detto "di andare pure nell’altra stanza, visto che non volevo assistere alla scena. Così feci e lui la uccise", concluse Nadia nel suo racconto.

La Frigerio non si limitò a indicare Marco come l’autore materiale del delitto. Secondo la donna infatti sarebbe stata sua anche l’idea di uccidere la madre: "Credo che l'idea gli sia venula una volta, dopo una battuta che io feci tempo fa, mentre lui se la prendeva con mia madre che ci impediva di vivere liberamente la nostra relazione - disse Nadia - Allora io gli dissi 'non vorrai mica che ammazzi mia madre per fare posto a te'". Una frase che sarebbe stata pronunciata dalla donna durante un litigio con il ragazzo: "Non pensavo si passasse ai fatti", disse poi la Frigerio nel corso di un’intervista rilasciata a Franca Leosini per il programma Storie Maledette.

La versione di Nadia non venne condivisa da Rancani, che accusò la donna di essere stata ideatrice e artefice dell’omicidio. All’inizio, in realtà, i due amanti si erano apparentemente sostenuti a vicenda, iniziando a scambiarsi in carcere lettere d’amore, ma in poco tempo lo scambio cessò: "Fu allora - spiega la psicologa Schioppetto - che i due cominciarono ad accusarsi a vicenda. Più avanti, durante il processo, entrambi dichiararono di essere scambiati quelle lettere più per controllarsi a vicenda che per condividere il loro amore. Una volta divisi non aveva più ragione di esistere il loro disfunzionale incastro di bisogni, che a mano a mano che il processo proseguiva si sgretolava sempre di più, lasciando spazio alla mera e semplice tutela e interesse personale".

Il movente del delitto

La storia che coinvolge Nadia Frigerio e Marco Rancani è quella di un matricidio: una figlia che insieme all’amante uccide la madre. Ma per quale motivo? "In questo delitto appare chiaro come il movente primario sembra essere legato al denaro", ha spiegato a ilGiornale.it la psicologa e criminologa Giulia Schippetto. Nel cercare il movente che portò all’omicidio, gli inquirenti ipotizzarono la volontà di Nadia di liberarsi della madre per poter svolgere l’attività di prostituta nella casa in affitto alla donna.

In un’intervista a La Repubblica, il magistrato che seguì il caso rivelò inizialmente che "Nadia non voleva più guadagnarsi da vivere come la madre, facendo la domestica. Lei voleva una vita facile. Così ha deciso di fare la prostituta". Ma la madre "aveva capito tutto e aveva cercato di opporsi al progetto di Nadia". Per questo, la figlia avrebbe progettato di ucciderla. Per sviare le indagini, poi, avevano simulato un crimine nel campo della prostituzione, vestendo Eleonora con gonna e calze, ritrovate l’una aperta e le altre strappate, e lasciando una confezione di preservativi sul luogo del delitto.

La verità venne a galla anche grazie alle rivelazioni di Marco, che all’indomani del ritrovamento del corpo ammise che madre e figlia non andavano d’accordo. E tra i motivi dei litigi c’era anche la relazione tra Nadia e Marco. Così gli investigatori scoprirono che i due amanti ambivano a prendere possesso della casa di via San Michele, per vivere la loro relazione senza vincoli e impedimenti, tanto che il ragazzo vi si trasferì non appena fu possibile.

In sostanza, spiega la dottoressa Schioppetto, "il motivo per cui i due fidanzati hanno deciso di uccidere la madre di Nadia riguarda la possibilità di poter usufruire di un appartamento, che altrimenti non avrebbero potuto permettersi, oltre alla possibilità di poter vivere liberamente la loro relazione". Ma, aggiunge l’esperta, "è indubbio come vi fossero senz’altro altre e più profonde dinamiche inter/intrafamiliari e relazionali che hanno concorso alla perpetrazione del reato".

Chi sono Nadia e Marco?

"Nadia e Marco provengono entrambi da contesti disfunzionali, sia relativamente all’ambito familiare che a quello socio-culturale", ha spiegato a ilGiornale.it la psicologa e criminologa Giulia Schioppetto. Nadia infatti proveniva da "una famiglia conflittuale, all’interno della quale è stata evidentemente diretta spettatrice dei pesanti litigi tra madre e padre, dal quale avrebbe inoltre subito molestie sessuali".

La storia di Marco è fatta, invece, da "continue esperienze di emarginazione e di instabilità affettiva, aggravate dal fatto che il padre era in carcere". I due amanti erano quindi accomunati da una vita di "emarginazione, instabilità, disfunzionalità relazionale ed esperienze traumatiche", ma caratterizzati da due personalità ben distinte: "Da un lato c’è Nadia, personalità dominante, direttiva e impositiva, prevaricatoria e manipolatoria - ha sottolineato la dottoressa Schioppetto - dall’altro Marco, personalità prevalentemente dipendente, timorosa e bisognosa di una guida, e che instaura relazioni affettive ambivalenti, in cui il morboso bisogno dell’altro è direttamente proporzionale al timore nei suoi confronti".

Due personalità talmente diverse, da renderli "quasi speculari" dato che, come spiega la dottoressa Schioppetto, "Nadia manifesta tratti prevaricatori e manipolatori ed è orientata al possesso e al controllo nella relazione", mentre Marco mostra caratteristiche "dipendenti e volte alla sottomissione". Due amanti uniti da un delitto, che il 16 luglio 1996 costò loro una condanna per omicidio volontario premeditato. La Corte d’Assise di Verona infatti inflisse a Nadia 24 anni di carcere e a Marco 18. Secondo i giudici fu la donna a ideare l’omicidio, mentre il compagno fu l’esecutore materiale. Il 3 giugno 1997 la Corte d’Assise d’Appello di Venezia ridusse la pena a entrambi di due anni (22 per Nadia, 16 per Marco), sentenza poi confermata dalla Cassazione.

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