I veri nemici del Recovery

A frenare il Recovery plan saranno tutti quelli che temono di perdere il potere di dire "no". La resistenza che Mario Draghi non si aspettava parla a voce bassa.

I veri nemici del Recovery

A frenare il Recovery plan saranno tutti quelli che temono di perdere il potere di dire "no". La resistenza che Mario Draghi non si aspettava parla a voce bassa. Non ha nulla di particolarmente nobile o coraggioso. Non è neppure ideologica. È piuttosto un abito mentale. È la paura che qualcosa in Italia possa davvero cambiare.

Draghi è arrivato al governo con una missione: dare un orizzonte e un futuro a questo Paese. Non è soltanto sopravvivere. Non è solo lasciarsi alle spalle il buio della pandemia. È realizzare riforme e progetti per tirare fuori l'Italia dalla palude. È troppi anni che siamo immobili. Nulla si muove e nulla si fa perché il potere più amato è quello di veto. È il piacere, perfido e rassicurante, di dire no. I soldi e i prestiti europei non servono solo per riparare i danni economici e sociali del virus. Sono una scommessa. È un atto di fiducia. L'Europa non può permettersi il fallimento dell'Italia e investe su di noi per farci tornare competitivi. C'è molto scetticismo, ma la speranza è che non sprecheremo l'ultima occasione.

Questo discorso, che sembra facile e lineare, non è però condiviso da tutti. Quando Draghi ricorda ai partiti della maggioranza che bisogna fare in fretta e sporcarsi le mani trova gran parte degli interlocutori indaffarati a pensare ad altro. C'è sempre qualcuno che mette sul tavolo questioni che Draghi considera non urgenti: la cittadinanza, la scelta del presidente della Repubblica, la fame di consenso per vincere le prossime elezioni o, come ieri, la tassa di successione. Draghi, e anche Mattarella, si stanno da tempo chiedendo se i partiti abbiano davvero capito cosa ci stiamo giocando. La risposta, sconsolata, è no. Ognuno è in fondo perso dentro i fatti suoi.

Il Recovery plan è vissuto quasi come un fastidio, una questione noiosa che non accende le ossessioni delle chiacchiere da bar. Il «Recovery» non è «social». È per questo che il governo fatica a lavorare sulla sua missione. C'è una resistenza prima di tutto culturale.

Draghi, per esempio, è convinto che per modernizzare l'Italia serva un atto di fiducia da parte dello Stato. Questo non significa chiudere un occhio o devastare il territorio. È immaginare una burocrazia diversa, meno lenta, meno paurosa, meno arroccata nella verità del proprio potere. Tutti i ministri su questo punto stanno avendo delle difficoltà. La grande macchina dello Stato, che ha il volto e le teste di dirigenti, funzionari e tutta la schiatta del potere amministrativo, non è in genere troppo favorevole alla rivoluzione draghiana. Non è sfiducia verso il presidente del Consiglio, ma verso il cambiamento troppo veloce. Dario Franceschini, ministro per i Beni culturali, è quello più in difficoltà, fino a incarnare la figura del politico prigioniero dei suoi burocrati. Non si sa se è davvero di sì, ma è un dato di fatto che il ministro sta frenando sul decreto semplificazioni e sulla riforma del codice degli appalti. Non è contrario a qualche ritocco, ma non è in linea con la visione di Draghi e di altri ministri. La sua posizione preoccupa perfino 80 sindaci del Pd che gli hanno scritto una lettera per chiedergli di «abbattere la burocrazia». La democrazia, sostengono, è velocità. Il timore, insomma, è che la lentezza dei sopraintendenti sia uno scoglio difficile da superare.

La paura di muoversi e il potere di dire no. È lungo questi due confini che si gioca l'impresa di Draghi. La sua maggioranza non lo sta aiutando.

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