Migranti, la rotta dimenticata che Conte non riesce a fermare

Il fenomeno degli sbarchi è imponente anche nel Sulcis, territorio della Sardegna. Si tratta di giovani che partono dall'Algeria. Qui Conte non è riuscito a raggiungere accordi per contenere le partenze

Migranti, la rotta dimenticata che Conte non riesce a fermare

Immigrazione, viaggi della speranza via mare e sbarchi lungo le coste italiane più vicine alla rotta che è stata seguita: un fenomeno che non si arresta, anzi è destinato a far registrare numeri importanti nell’estate 2020. Ma quando si parla di approdi dei migranti e previsioni di imponenti sbarchi nelle coste italiane non si deve pensare che si tratti di eventi che riguardano solamente Lampedusa e la Sicilia in generale. Un’altra isola fortemente colpita da questo fenomeno è la Sardegna. Qui, i riflettori mediatici sono poco accesi nonostante questo tipo di eventi assume portate simili a quelle della Sicilia. Punto di approdo dei migranti in questo caso è il territorio di Sulcis, ovvero la porzione sudoccidentale dell’Isola che, a sua volta, è dirimpettaia con l’Algeria.

E proprio dalla nazione algerina che ogni anno partono migliaia di migranti con motoscafi e barchini di fortuna in cerca di una vita migliore, creando alla regione sarda non pochi grattacapi. Già perché i riflettori sull’Isola non sono spenti solamente da un punto di vista mediatico, ma sembrerebbe proprio anche da un punto di vista politico. Basti pensare che nella prima decade di aprile, periodo in cui il sindaco di Lampedusa Totò Martello assieme ad altri sindaci agrigentini lanciava appelli di aiuto al governo centrale che poi sono stati in un certo modo ascoltati, contestualmente simili richieste venivano lanciate dal deputato di Forza Italia ed ex presidente della Regione Sardegna, Ugo Cappellacci. Ad oggi, Sulcis, rimane da sola ad affrontare un fenomeno che, in periodi post emergenza sanitaria, assume una certa rilevanza per la tutela della salute pubblica. Gli sbarchi qui sono ripresi esattamente nello stesso periodo in cui sono iniziati per Lampedusa e di certo non si fermeranno durante la stagione estiva.

Chi parte dall’Algeria?

Protagonisti della rotta algerina sono spesso giovani di sesso maschile. A bordo di barchini affrontano i viaggi della speranza col sorriso e fiduciosi di arrivare nella destinazione prefissata. A testimoniare l’attività intrapresa sono spesso i video e i selfie che vengono registrati durante la traversata e pubblicati su un’apposita pagina Facebook. Nessuna paura di lasciare traccia, di essere identificati per poi essere accolti dalle Forze di polizia all’ arrivo nel territorio di Sulcis. Solo tanta spavalderia e sicurezza di quello che sarà la loro presenza “fantasma” una volta arrivati sulla terraferma. In alcune circostanze i barconi sono stati intercettati e i migranti trasferiti al porto di Cagliari o nel centro di accoglienza di Monastir. In altre occasioni invece i migranti sono riusciti ad eludere i controlli. Come detto sopra, gli algerini che arrivano lungo le coste sarde sono spesso giovani di sesso maschile, una caratteristica che si contrappone con i viaggi che seguono la rotta tunisina. Da qui infatti a partire sono anche molte donne e bambini, il più delle volte facenti parte di un nucleo familiare che decide di mettersi in viaggio.

La situazione in Algeria

Mentre nel Sulcis da anni oramai si contano sbarchi e migranti approdati, viene spontaneo chiedersi cosa sta succedendo dall’altra parte del Mediterraneo e, in special modo, lungo le coste algerine da cui si parte verso la Sardegna. La domanda principale riguarda soprattutto il perché questa parte meridionale dell’isola a volte sembra trasformarsi in una sorta di “nuova Lampedusa”. In Algeria non c’è guerra, non ci sono gli stessi scenari riscontrabili in Libia e non operano le stesse organizzazioni criminali presenti in Tripolitania. È pur vero però, che anche questo Paese nordafricano non sta attraversando il suo miglior periodo. Sotto il profilo economico, l’Algeria rischia di rappresentare una vera e propria polveriera del Mediterraneo: la disoccupazione ha superato da tempo la doppia cifra in termini percentuali, quella giovanile si è attestata addirittura al 26.9%. A questo occorre aggiungere una quasi totale dipendenza dalle esportazioni di gas e petrolio e di questo l’Italia ne sa qualcosa, visto che quasi il 20% del gas che soddisfa il nostro fabbisogno nazionale proviene proprio dall’Algeria.

La crisi globale generata dall’emergenza coronavirus ha poi ulteriormente aggravato il quadro, visto il deprezzamento del petrolio ed i conseguenti minori introiti all’interno delle casse dello Stato algerino. La Sonatrach, principale azienda del settore energetico del Paese ed in cima alle classifiche anche a livello africano, ha dovuto rivedere diversi investimenti già programmati per i prossimi anni. Ma a destare le principali preoccupazioni per la situazione in Algeria è anche il contesto politico. Il Paese sta infatti affrontando un delicato periodo di transizione, avviatosi dopo le dimissioni nell’aprile del 2019 del presidente Abdelaziz Bouteflika, il quale ha governato per 20 anni ed è stato costretto a rinunciare all’incarico non tanto da una malattia che dal 2013 lo faceva apparire debilitato, quanto dalle proteste soprattutto dei più giovani. Un movimento di manifestanti che ancora non ha gettato via la spugna, visto che buona parte di loro non crede nelle promesse fatte dal nuovo presidente Abdelmadjid Tebboune, eletto nello scorso mese di dicembre.

Tutto questo non basta però a spiegare come mai dall’Algeria si parte in modo così massiccio ogni anno verso la Sardegna. Se è vero che molti giovani algerini possono essere tentati dal cercare maggior fortuna in Europa, è altrettanto vero che, come detto in precedenza, in tanti sono scesi in piazza nel 2019 manifestando la volontà di rimanere in patria per provare a cambiare la situazione. Il sospetto ed il timore che viene spesso paventato nel Sulcis ed in Sardegna, è che a partire nella maggior parte dei casi sono persone che hanno tutto l’interesse a scappare dall’Algeria magari perché raggiunti da provvedimenti giudiziari. Il fatto che molti degli sbarchi registrati in Sardegna siano autonomi, rendendo quindi il fenomeno meno controllabile, contribuisce a far aumentare la paura tra i cittadini.

Italia in affanno sul controllo della tratta

Nello scorso mese di gennaio, quando in Sardegna si è registrata un’importante impennata nel numero degli sbarchi, il presidente del consiglio Giuseppe Conte è volato in Algeria per un bilaterale con il presidente Tebboune. Nessuna parola in quell’occasione è stata però espressa sul problema migratorio. Una circostanza che ha indispettito e non poco diversi amministratori locali e che è stata ribadita all’epoca anche dal capogruppo di Fratelli d’Italia alla commissione difesa della Camera, Salvatore Deidda: “Nel giorno che il Presidente del Consiglio Conte visita l’Algeria, in Sardegna continuano a sbarcare immigrati algerini, facendo salire il numero di arrivi di questo primo mese del 2020 – ha dichiarato l’esponente del partito della Meloni il 18 gennaio scorso –Non trovando traccia nelle agenzie e nelle dichiarazioni immagino che non si sia ricordato di mettere in agenda questo problema che non riguarda la Sardegna ma anche l’Italia e la stessa Algeria”.

Un senso quasi di abbandono, quello manifestato dagli abitanti soprattutto del Sulcis, che è spesso ben riscontrabile tra i lampedusani o tra i cittadini siciliani dei comuni più esposti al fenomeno migratorio. Questo perché, nel caso specifico dell’Algeria, pur non essendoci guerre nel Paese nordafricano, l’Italia non riesce a richiamare le autorità algerine alla loro responsabilità riguardante il pattugliamento delle proprie coste. E non va meglio sul discorso rimpatri: pur essendoci, tra Roma ed Algeri, un accordo risalente al 2003 sono pochi coloro che sono stati rimandati in patria. Dal 2015 al 2017, come si legge da dati del Viminale, sono stati soltanto 245 a fronte di più di 4.000 fogli di via.

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