Imprenditore suicida davanti al Santuario di Pompei

Debito da 4mila euro: in una lettera accuse a Equitalia. Altre due persone si tolgono la vita a Prato e Molfetta. E Bersani non trova di meglio che accusare Berlusconi

Imprenditore suicida davanti al Santuario di Pompei

Pompei - L’ondata di suicidi in Italia non si arresta e c’è persino chi, come Pier Luigi Bersani, dà la colpa a Silvio Berlusconi. In Campania il fatto più eclatante, ma ieri altre tragedie nate da emergenze sociali si sono svolte anche a Molfetta e a Prato. La disperazione per una cartella esattoriale o la perdita del posto di lavoro, della casa, il fallimento della propria azienda. Ieri l’angoscia ha spinto un imprenditore sorrentino a togliersi la vita. La sua morte ha lasciato sbigottiti, per le ragioni, la dinamica e lo scenario: il santuario della Madonna di Pompei. Una tragedia che secondo il leader Pd «il sistema è uscito dai binari per le troppe balle raccontate in passato».
Arcangelo Arpino, 63 anni, se n’è andato senza lasciare dubbi sulle ragioni del suo gesto. I familiari, le istituzioni ed Equitalia conoscono i motivi della tragedia. Arcangelo prima si è recato al Santuario, poi è uscito dalla chiesa, ha raggiunto il parcheggio dell’auto. Lì ha impugnato una pistola, l’ha puntata contro la tempia e ha premuto il grilletto. Si è poi accasciato sul prato, ormai morto.
Nella sua Fiat Punto, in tre lettere, la spiegazione del gesto e l’invito a bloccare i tre assegni a vuoto per un totale di 4mila euro, emessi poco prima. I primi ad accorrere in soccorso sono stati i parcheggiatori, poi le suore del Santuario, fedeli e cittadini. È arrivato anche il vescovo, monsignor Carlo Liberati. La disperata corsa in ospedale non è però servita a salvare la vita di Arpino. Ora Pompei è sconvolta e in lutto. L’imprenditore viveva a Vico Equense, nella penisola sorrentina, dove aveva anche la sua azienda. In una delle lettere, Arpino ha chiesto perdono alla Madonna, invocando protezione per la moglie e i tre figli.
Ma è nelle altre due lettere che l’imprenditore lancia accuse a Equitalia per alcune cartelle esattoriali ricevute e attacca il suo commercialista che, a detta di Arpino, nonostante fosse stato pagato e si fosse avvalso di lavori edili mai saldati, non aveva sistemato le pendenze con Equitalia. Questo avrebbe comportato un ulteriore peggioramento della situazione. Per anni l’imprenditore aveva diretto un’impresa edile, poi andata in crisi, non avendo incassato ingenti somme per lavori pur eseguiti. Arpino aveva così cambiato genere avviando un’agenzia immobiliare e matrimoniale, ma la situazione non era migliorata. Parole dure nei confronti delle istituzioni sono state espresse dal vescovo Liberati. Anche un imprenditore di Molfetta ha chiesto perdono alla moglie e alle due figlie di 15 e 19 anni con una lettera prima di uccidersi. È avvenuto tra Molfetta e Terlizzi, dove Giuseppe Rennola, 46 anni, si è tolto la vita perché non riusciva più a pagare i fornitori. Ha spiegato di aver accumulato debiti, ma di non aver avuto mutui dalle banche per fronteggiarli. Ed era in credito nei confronti di alcuni enti pubblici per i quali aveva lavorato, ma non era stato recentemente pagato. A Prato, un’altra tragedia della disoccupazione e del dramma della casa. Un uomo di 55 anni, da alcuni mesi in mobilità, che due anni prima aveva perso il contributo versatogli dal padre, e frutto della sua pensione, si è tolto la vita. Morto il genitore le entrate erano diminuite. La crisi dell’azienda tessile dove lavorava gli aveva reso ancor più drammatica la vita dal punto di vista economico. Moroso con il proprietario dell’abitazione in cui viveva, due notti fa ha deciso di farla finita. Si è infilato una corda al collo, l’ha legata a un albero e si è lasciato andare.

Commenti