Ora anche i guru della sinistra si schierano contro lo "schwa"

Intellettuali, linguisti e filosofi come Alessandro Barbero, Massimo Cacciari, Paolo Flores d'Arcais e Claudio Marazzini, presidente dell'Accademia della Crusca, hanno firmato un appello contro l'abuso dello schwa

Ora anche i guru della sinistra si schierano contro lo "schwa"

L'iniziativa non piacerà affatto a Michela Murgia e ai crociati della correttezza politica ma rappresenta una battaglia di civiltà contro il fanatismo che proviene da una minoranza fortemente ideologizzata, a tutela della nostra lingua. L'uso, o meglio, abuso dello "schwa" - rappresentato da "ə", che gli attivisti "woke" vorrebbero imporre al posto delle desinenze maschili e femminili per definire un gruppo misto di persone e introdurre nella lingua italiana il genere "neutro" - è oggetto di una petizione pubblicata sulla piattaforma su change.org che ha già raccolto, ad oggi, più di 7500 firme, ed è stata sottoscritta da intellettuali, giornalisti, accademici e filosofi come Massimo Arcangeli, linguista e scrittore, Ordinario di Linguistica italiana, Università di Cagliari, Angelo d'Orsi, storico e scrittore, già Ordinario di Storia del pensiero politico, Università di Torino, Claudio Marazzini, presidente dell'Accademia della Crusca, già Ordinario di Storia della Lingua italiana, Università del Piemonte Orientale "Amedeo Avogadro", la poetessa Edith Bruck, Alessandro Barbero, storico e scrittore, Ordinario di Storia medievale, Università del Piemonte Orientale "Amedeo Avogadro", Massimo Cacciari, filosofo, professore emerito, già Ordinario di Estetica, Università Vita-Salute San Raffaele di Milano, Ascanio Celestini, attore, regista, scrittore, Paolo Flores d'Arcais, filosofo, direttore di "MicroMega".

"Lo schwa (ə)? No, grazie"

Come spiega il professor Massimo Arcangeli, siamo dinanzi a "una pericolosa deriva", spacciata per "anelito d'inclusività da incompetenti in materia linguistica", che vorrebbe "riformare l'italiano a suon di schwa". I promotori dell'ennesima follia, bandita "sotto le insegne del politicamente corretto," pur consapevoli che l'uso della "e" rovesciata" non si potrebbe mai applicare alla lingua italiana in modo sistematico, "predicano regole inaccettabili, col rischio di arrecare seri danni anche a carico di chi soffre di dislessia e di altre patologie neuroatipiche". I fautori dello schwa, afferma,"proposta di una minoranza che pretende di imporre la sua legge a un'intera comunità di parlanti e di scriventi", esortano "a sostituire i pronomi personali lui e lei con ləi, e sostengono che le forme inclusive di direttore o pittore, autore o lettore debbano essere direttorə e pittorə, autorə e lettorə, sancendo di fatto la morte di "direttrice" e "pittrice", "autrice" e "lettrice".

Lo schwa e altri simboli (slash, asterischi, chioccioline, ecc.), oppure specifici suoni (come la "u" in "Caru tuttu", per "Cari tutti, care tutte"), osserva Arcangeli, che si "vorrebbe introdurre a modificare l'uso linguistico italiano corrente", non "sono motivati da reali richieste di cambiamento". Sono invece il "frutto di un perbenismo, superficiale e modaiolo, intenzionato ad azzerare secoli e secoli di evoluzione linguistica e culturale con la scusa dell'inclusività".

L'ossessione ideologica degli identitari progressisti

La sinistra identitaria che preme affinché lo schwa entri nel linguaggio comune e istituzionale sostiene che il genere maschile e femminile siano limitanti - e dunque offensivi - per tutte le persone che si definiscono "non binarie", ovvero chi non riconosce di appartenere al genere maschile né a quello femminile, a prescindere dalla realtà biologica. Sostanzialmente, gli identitari progressisti vorrebbero imporre la loro ideologia - "transgender" - veicolandola nel linguaggio. Questione di egemonia culturale. Tuttavia, come ha già spiegato in passato Cecilia Robustelli, ordinaria di Linguistica italiana presso l’Università degli studi di Modena e Reggio Emilia, da anni collaboratrice dell’Accademia della Crusca, quest'interpretazione è forzata e sostanzialmente sbagliata. "Il genere grammaticale - ha spiegato all'agenzia Dire, nelle socrse settimane -viene assegnato ai termini che si riferiscono agli esseri umani in base al sesso. Il genere socioculturale, cioè la costruzione, la percezione sociale di ciò che comporta l’appartenenza sessuale, rappresenta un passaggio successivo". Per non parlare del fatto che leggere ad alta voce un testo infarcito di "schwa" risulta essere un'impresa pressoché impossibile e già questa motivazione pratica basterebbe per accantonarne definitivamente l'uso.

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