L’emancipazione del povero: un rischio per il potente

Intorno al caso di Bibbiano c'è stato, come per molte altre vicende, un approccio poco rispettoso verso le vittime e per nulla costruttivo verso i cittadini

L’emancipazione del povero: un rischio per il potente

Una scarna notizia accenna che molti (o tutti?) i bimbi coinvolti nelle vicende di Bibbiano sono tornati a casa da mamma e papà. Nel corso dell’udienza del 25 febbraio 2021 il Pubblico Ministero Valentina Salvi ha replicato puntualmente alla valanga di eccezioni presentate all’interno dell’inchiesta “Angeli e Demoni” e ha voluto precisare che l’inchiesta sui minori dati in affidamento in provincia di Reggio Emilia non ha un nome pregiudizievole per i 24 indagati che coinvolge.

Infatti, a detta del PM al contrario di quanto sostenuto dagli avvocati difensori, non vengono associati gli 'Angeli' ai bambini e i 'demoni' agli assistenti sociali che, con presunte relazioni artefatte relative ad abusi, li strappavano alle famiglie naturali; il titolo prende bensì spunto da un preciso elemento di indagine. Durante le sedute di psicoterapia condotte da una delle indagate, Nadia Bolognini, “venivano infatti sventolate davanti ai bambini dei disegni di personaggi positivi e negativi, tra cui anche il diavolo, che i bambini ricordavano anche a casa, talvolta con incubi la notte”. “A questa Procura sono state mosse accuse molto pesanti e non voglio che in quest'aula rimanga alcun dubbio”, ha affermato la dott.ssa Salvi in premessa, ribattendo poi, punto per punto, a tutte le critiche sollevate.

Questo mi pare il passaggio più interessante. Non dobbiamo lasciare alcuno spazio al dubbio per ricucire quel rapporto fiduciario fra cittadini e istituzioni, fra cittadini e magistratura, fra genitori e servizi sociali. Fare chiarezza è fondamentale per capire dove si è inceppato il meccanismo, così da sapere dove intervenire. Dimentichiamo troppo spesso che la pena ha valore riabilitativo, cioè serve perché non si ripetano gli stessi errori. Diversamente i giudici sarebbero dei giustizieri ma, lo sappiamo, un approccio da giustiziere è l’atteggiamento tipico di chi non ha interesse a porre fine alle ingiustizie, alle discriminazioni. Quindi ci si copre dietro il carnefice per legittimare i propri errori.

Credo che intorno al caso di Bibbiano, ci sia stato, come per molte altre vicende, un approccio poco rispettoso verso le vittime e per nulla costruttivo verso i cittadini. La confusione alimenta sempre la discriminazione e legittima l’ingiustizia. Proviamo a ricostruire l’approccio ad una vicenda drammatica:
Intorno alla vicenda emiliana è stata creata una prima fase tesa a generare un clima di isteria collettiva analoga a molte altre vicende che hanno contribuito a scatenare le ire dei cittadini, spesso mediante i social.

Le notizie che giungono della vicenda sono poche e confuse; sulla confusione si innesca la strumentalizzazione. L’unico modo per far sì che simili ingiustizie non avvengano più è affrontare la vicenda in modo chiaro, lucido, onesto, per diradare le zone d’ombra; si ricostruiscono gli avvenimenti, si individuano le responsabilità, si applica la giustizia.

Allora occorre farsi domande scomode: chi ha interesse ad alimentare la confusione? Chi ha interesse che si sappia poco? Chi e cosa ci guadagna? Allora si dice quel poco che serve perché si faccia una giustizia sommaria, ci si senta tutti quanti assolti, si riempiano le prime pagine. Per fare ciò, servono poche e confuse notizie, slogan che creino quel giusto distacco dalla realtà, perché tutti quanti ne possano parlare.

Allora, in questo caso, spariscono dalla scena i bimbi strappati alle loro famiglie, a torto o a ragione, per il loro bene o per l’interesse di altri, gli errori materiali o di metodo, un metodo scientemente perseguito, e spariscono anche i carnefici. Utilizzando poi il titolo “Angeli e demoni”, si esorcizza la paura, si placa lo sdegno, se ne può parlare tutti e ovunque, innescando così l’irreale… Va in scena il film e noi siamo quegli spettatori che calati in un contesto horror possono commentarlo.

Allora ritengo che il caso di Bibbiano ci insegni anzitutto a cercare fortemente un approccio realistico alle questioni. La realtà ci deve fare un gran male; solo così possiamo migliorarla, possiamo dire mai più campi di sterminio, mai più Bibbiano. Se noi edulcoriamo la realtà o la esasperiamo, esorcizziamo la paura che invece ci serve per avere un approccio costruttivo alle situazioni più drammatiche.

La vicenda di Bibbiano ci insegna anche a considerare le situazioni in modo competente e coraggioso: scaviamo, andiamo a fondo alle questioni, chi sono gli attori, cosa è successo, non liquidiamo le vicende sempre in modo semplicistico. C’è da aver paura di chi semplifica alimentando la discriminazione. La chiarezza è necessaria per fare giustizia ma anche per non demolire il rapporto fiduciario che ci deve essere fra cittadini e istituzioni, fra cittadini e magistratura.

Il nostro approccio frantuma i rapporti fiduciari, delegittima le figure e le istituzioni, i servizi sociali e gli educatori, in questo caso. Di chi potrà fidarsi il cittadino? Allora occorre fare la dovuta chiarezza per riaccreditare agli occhi dei cittadini la figura dei servizi sociali, perché l’eccesso opposto è l’anarchia e il povero, l’indifeso, passa di padrone in padrone. Ricordo quel 2019 quando scoppiò il caso di Bibbiano: una vicenda quasi emersa fatalmente, dal nulla, nessuno aveva visto e sentito nulla, poi tutti sapevano e vedevano e in mezzo ci sono le vittime, ossia i bambini strappati.

Perché oggi la notizia che i bambini sono tornati a casa è passata sotto silenzio?

Allora come oggi, credo che parlarne nel giusto modo sia rischioso perché scomoda i poteri forti della nostra società. Ne scrissi dichiarando che Bibbiano era l’epilogo tragico di una politica che per anni ha privato la famiglia della facoltà di esercitare la propria responsabilità educativa in modo libero, rendendo pienamente i genitori responsabili dei figli, ai sensi dell’art. 30 della Costituzione, tranne che non fossero incapaci di intendere e di volere; in quest’ultimo caso provvede lo Stato. Noi diciamo senza sdegno che il povero si deve far andare bene tutto, per lui non c’è libertà di scelta educativa, c’è la scuola di Stato: perfetta, ci mancherebbe, ma la scelta è obbligata.

Quindi teniamo il povero - cioè quelle famiglie più povere per ragioni economiche, per ragioni di provenienza, di strumenti - sempre più suddito. Al povero, quindi, prima lo Stato impone la scuola unica, poi un cambio di famiglia. Ma chi colpisce? Non certamente chi ha condizioni economiche agiate o strumenti cognitivi e di conoscenza tali da potersi difendere, ma il povero e l’indigente, come se gli abusi e la violenza si consumassero solo nelle realtà di più svantaggiate. Un aspetto degno di attenzione, a ragione della mia richiesta che i cittadini tutti siano messi nelle condizioni di avere le pari opportunità per essere dei cittadini, per sapersi difendere, per poter vantare i propri diritti.

Rimane la domanda: chi ci guadagna?

La strada maestra alla quale siamo chiamati per ritrovare il nostro cammino dovrà essere incentrata sulla prudenza che vieta il giudizio facile, sommario; ancora, sul riconoscere lo Stato, le Istituzioni e le Leggi come strumento e mezzo per l’esercizio della Giustizia. Perchè ciò avvenga, occorre ristabilire quel rapporto fiduciario che si è rotto. Occorre superare ogni dubbio. Alla politica, alla magistratura, alle istituzioni serve sempre la verità, il dato chiaro e incontrovertibile. Il sospetto, la zona grigia lede le Istituzioni, perché le allontana dai cittadini.

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