Se il Portogallo è meglio dell'Italia

Leonardo Vanneschi: "Nessun paese, nemmeno il più in crisi, è così masochista da distruggere l'unico motore che può rimettere in piedi l'economia. Il Portogallo considera gli universitari con una certa importanza, li paga con stipendi che sono dignitosi e investe in ricerca"

Leonardo Vanneschi, 45 anni, laureato in Informatica a Pisa, ottiene il dottorato di ricerca a Losanna (Svizzera) nel 2004. Per sette anni fa il ricercatore all'Università di Milano-Bicocca. Poi la decisione di voltare pagina e ricominciare da un altro stato, il Portogallo. Inizxia come "professor auxiliar" (titolo equivalente a quello di ricercatore) all'Universidade Nova de Lisboa (Portogallo) dal 2011 al 2014, e l'anno scorso diventa professore associato. Una carriera tutto sommato veloce, grazie alla scelta di spostarsi all'estero, dopo le innumerevoli porte in faccia subite in Italia. Ma veniamo all'intervista

Perché hai lasciato l'Italia? Qual è stato il motivo principale?
Ho conosciuto Sara, portoghese, e mia attuale moglie. È però anche vero che con Sara abbiamo discusso se fosse il caso di vivere in Italia oppure in Portogallo ed il risultato è che in Italia ci sarebbe stato praticamente impossibile vivere decentemente come famiglia (praticamente, con due bambini, avremmo avuto solo il mio stipendio di ricercatore italiano, che è ridicolo); mentre in Portogallo (dove il mio stipendio è più alto e anche Sara ha un lavoro) possiamo vivere in modo decente (tanto è vero che siamo appena riusciti a comprare una casa che, senza essere una reggia, credo di poter definire bella).

Ora come ti trovi?
A parità di ruolo, lo stipendio di un universitario in Portogallo è più alto. Inoltre, la vita costa molto ma molto meno (qui sto confrontando Lisbona con Milano, non so quanto questo possa essere generalizzato a Italia e Portgallo). Di conseguenza, la differenza di qualità di vita, sul piano economico, è significativa. Il lavoro è piuttosto simile a quello che avevo in Italia, con un vantaggio e uno svantaggio chiari.

Vantaggio?
la burocrazia universitaria qui è molto più efficiente (ancora una volta, sto confrontando l'Universidade Nova de Lisboa con l'Università di Milano-Bicocca; non so quanto questo sia generalizzabile a Portogallo vs Italia): ogni volta che ho bisogno di un documento, di una informazione, di una firma, etc... immediatamente un membro del personale amministrativo si fa carico della cosa. Io mi posso dimenticare il problema e dedicarmi al mio lavoro e spesso, nell'arco della giornata, il problema è risolto. Questo fa a pugni con la mia esperienza italiana, in cui ogni volta che c'era bisogno di un ufficio amministrativo c'era da perdere molto tempo.

E lo svantaggio?
La preparazione degli studenti portoghesi è, senza la minima ombra di dubbio, estremamente peggiore di quella degli studenti italiani. Andare a indagarne le cause è difficile, e ci porterebbe molto lontano. La cosa però è davvero evidente. Perché questo è uno svantaggio per me? Beh... non certo perché insegnare e fare gli esami è più difficile (su questo chi fa il mio mestiere imapara a passarci sopra). Il problema, piuttosto, è che vedo difficilissimo, per me, poter "allevare" e far crescere giovani in gamba che potranno essere i miei futuri collaboratori, cosa che invece a Milano era possibile. Lo testimonia il fatto che, i miei due attuali principali collaboratori giovani (un giovane professore invitato e un dottorando) sono italiani: sono stati miei studenti, a suo tempo, a Milano, e hanno deciso di "seguirmi" in Portogallo. Questo "flusso" di persone giovani italiane che "si ricordano" di me come professore e che vogliono continuare a lavorare con me, prima o poi si esaurirà (è già arrivata una generazione di studenti milanesi che non mi ha mai avuto come professore)... ed allora, trovare ragazzi in gamba per collaborare con me sarà davvero dura. Onestamente non vedo come i miei attuali studenti portoghesi possano mai essere in grado di portare avanti un'attività di ricerca che, tecnicamente, è piuttosto sofisticata e "faticosa" da un punto di vista delle energie mentali che richiede.

La vita privata?
Inutile negarlo: l'Italia mi manca eccome e il mio stato di straniero chiaramente mi pesa. Mi consolo con il fatto di vivere in una bellissima città e con la mia bellissima famiglia... che è poi la cosa più importante.


Hai valutato altri Paesi/soluzioni?
Ho fatto il dottorato in Svizzera e, dopo il dottorato, ho vautato la possibilità di rimanere in Svizzera, poi accantonata per seguire il posto fisso in Italia, e anche per raggiungere la mia compagna di allora, che viveva a Milano. Durante il mio periodo a Milano, come dicevo prima, ho fatto molti concorsi di professore associato in molte città italiane (sia Milano, che altre città, sia al nord che al sud), ma non ho mai vinto nessuno di questi concorsi, nonostante che mi sia sempre ben piazzato (la maggior parte delle volte, guarda caso, secondo). Spesso le decisioni delle commissioni di questi concorsi sono state quantomai discutibili e con motivazioni curiose. Se avessi vinto uno di questi concorsi, probabilmente/certamente avrei accettato il posto, anche fuori Milano. Poi, sia a vari congressi internazionali, che per la partecipazione a un progetto di ricerca comune, ho conosciuto Sara e tutto è cambiato.


Ti pesa di più essere dovuto andar via o cosa?
Professionalmente, le cose che mi mancano dell'Italia sono due: poter insegnare in italiano (puoi imparare una lingua straniera bene quanto vuoi... quando devi spiegare in un'aula non sarà mai come la tua lingua materna). Inoltre il buon livello degli studenti italiani, tra i quali, sia in passato che oggi, sono stato in grado di trovare eccellenti giovani collaboratori. Personalmente, certamente mi manca l'Italia. Mi mancano i miei amici, la mia famiglia (intesa nel senso dei miei genitori, ecc.), il poter parlare in dialetto, il potermi sentire a casa... Quando si fa una scelta, è sempre un compromesso... e per me il compromesso è stato allontanarmi da queste cose.


Torneresti in Italia? A quali condizioni?
Adesso i miei bambini si sono ambientati in Portogallo: vanno a scuola, hanno amici... non sarebbe facile ripartire adesso. Nonostante questo, se teoricamente io vedessi una rinascita dell'interesse per la ricerca e della sua valutazione, se gli stipendi degli universitari italiani diventassero competitivi con quelli stranieri, se ci fosse la concreta possibilità di avere finanziamenti per fare ricerca, e se far carriera in Italia diventasse più veloce e "certo" che farla in Portogallo, allora potrei anche pensarci. Ma per adesso tutti questi eventi mi sembrano davvero lontani dalla realtà.


Cosa rimproveri all'università italiana?
Ha tanti e tali problemi che rispondere a questa domanda, da sola, potrebbe richiedere la pubblicazione di un libro.

Mi puoi fare, comunque, qualche esempio sulla base della tua esperienza?
Certo, negli ultimi anni, i finanziamenti alla ricerca in Italia sono stati semplicemente ridicoli, sia per quantità, che per il modo in cui sono stati distribuiti tra i vari gruppi di ricerca, lasciando intere aree di ricerca completamente a secco per anni. Le riforme ministeriali (sia che provenissero dalla sinistra che dalla destra) sono state semplicemente distastrose. Hanno soprattutto implicato tagli a stipendi già bassissimi e tagli alle già esigue possibilità di carriera. Non hanno mai, al contrario dei proclami, avvantaggiato la "meritocrazia" (torno su questo punto più in basso) e, soprattutto, hanno avuto l'effetto di far morire la speranza in almeno un'intera generazione di lavoratori universitari. Tra i vari effetti negativi, sicuramente da citare la scomparsa della figura del ricercatore a tempo indeterminato, ritenuto dal governo Berlusconi, e dal ministero Gelmini, una figura economicamente non produttiva, e che invece costituiva la vera spina dorsale dell'attività accademica.

Dopo tante riforme almeno un po' di meritocrazia ora c'è?
Si è concretizzata in una valutazione della qualità del lavoro di tutti i ricercatori italiani,ed è stata in realtà qualcosa di ridicolo. Le persone che dovevano valutare non erano in grado di farlo, e hanno usato criteri che, solo marginalmente, possono davvero indicare qualità. L'impressione è stata di un grande carrozzone, messo in piedi solo per motivi di propaganda politica, che, dopo un enorme dispendio di soldi e tempo, ha portato, di fatto, a nessun cambiamento. Nota che solo una quantità irrisoria delle persone che sono risultate idonee da questa fase di valutazione hanno poi ottenuto il posto di lavoro per cui hanno avuto l'idoneità. La stragrande maggioranza di loro, è ancora lì in attesa (e sono passati almeno 4 anni dall'inizio di questa fase di valutazione!). Nell'università italiana i posti di responsabilità (presidi di facoltà, rettori, ecc.) sono spesso (troppo spesso!) ricoperti da persone che non hanno né la competenza, né il carisma per ricoprirli. Questo fa sì che le decisioni importanti, quelle che poi hanno un peso sulla vita di chi nell'Università ci lavora, vadano a gravare su spalle fragili e non adeguate alla responsabilità. Dettaglio non da poco: l'età media delle persone che ricoprono i ruoli di responsabilità in Italia è anche molto più alta rispetto agli altri paesi. Il direttore del mio attuale Dipartimento, a Lisbona, è più giovane di me... ed ha un'età in cui in Italia, se sei (molto!) fortunato, hai un posto fisso nell'ultimo gradino della gerarchia, altro che direttore di qualcosa... La decisione sulle persone che hanno accesso alla carriera universitaria (commissioni dei concorsi, commissioni di valutazione di qualità della ricerca, ecc.) sono spesso anch'esse inadeguate al ruolo, sia da un punto di vista della competenza che del carisma. Spesso si trovano a valutare cose che non conoscono, spesso si basano su criteri discutibili e non oggettivi e... si... in alcuni casi, agiscono anche con lo scopo di far accadere un risultato che era già, in realtà, stato deciso precedentemente.

Che suggerimento vorresti dare a Renzi?
Per quanto riguarda l'università, ahimé, io credo che in larga parte "la frittata ormai sia fatta". Non vedo grosse soluzioni per rimediare a una situazione così grave, almeno in tempi brevi. Una cosa è certa: per iniziare, almeno in parte, una risalita, servono interventi forti e inversioni di tendenza complete: mettere la ricerca e la formazione al primo posto come strategia di uscita dalla crisi economica (con conseguente adeguamento degli stipendi e investimenti) e rinnovare completamente tutta la classe dirigente universitaria, dando finalmente spazio a persone giovani, sono due passi che andrebbero fatti subito. Non sono la soluzione al problema, ma potrebbero essere l'inizio per una lenta ripresa.


Il Portogallo, insieme a Spagna, Grecia e Italia è uno dei paesi più in crisi in Europa. Secondo te ha qualche marcia in più rispetto a noi?
Da un punto di vista dell'economia globale del paese, la mia sensazione è che il Portogallo stia peggio dell'Italia. Nonostante questo, però, l'Università sta molto meglio! In una parola, direi che nessun paese, nemmeno il più in crisi, è così masochista da distruggere l'unico motore che può rimettere in piedi l'economia. Il Portogallo considera gli universitari con una certa importanza, li paga con stipendi che (seppur ritenuti troppo bassi dai portoghesi) sono dignitosi e investe in ricerca. Inoltre, se posso permettermi di uscire un attimo dal mondo universitario, e parlare un po' di politica e economia in senso globale, in Portogallo si ha la sensazione, molto più che in Italia, di conoscere le motivazioni della difficile situazione economica: il Portogallo è fondamentalmente un paese che non produce. Le esportazioni del Portogallo sono tutte composte da beni (come il vino Porto, o il sughero, ...) che hanno pochissimo impatto sull'economia globale. Per quanto riguarda veri e propri prodotti industriali, il Portogallo, praticamente, non produce e non esporta.

In Italia, invece, no! L'altro giorno sono andato con la mia famiglia a fare una passeggiata in campagna e non ho potuto fare a meno di notare che tutti i macchinari agricoli erano di marca italiana... per non parlare di auto, vestiti, cibo... ci sono giorni in cui giri per Lisbona e vedi cose italiane ovunque... E allora perché anche in Italia c'è la crisi? Quanti hanno una risposta a questa domanda? Ecco... questa è una differenza importante: il Portogallo sarà anche un paese povero, e di conseguenza stai male... ma non ti senti preso per il c... come in Italia. Non vedi politici che si aumentano lo stipendio e ti sfreciano davanti in auto blu, mentre te arranchi per arrivare a fine mese grazie alle loro decisioni...

Come ti vedi tra dieci anni? E come vedi l'Italia tra dieci anni?
Il mio obiettivo per i prossimi 10 anni è quello di compiere l'ulteriore (ultimo) gradino della carriera universitaria e diventare professore ordinario (o "professor cattedratico", come si chiama in Portogallo). Vedo la possibilità di farcela, anche se so che per farcela devo ancora crescere. Quindi, vedo i prossimi 10 anni a lavorare per questo obiettivo, cercando allo stesso tempo, di insegnare per tirar su, se possibile, buoni giovani ricercatori e dare qualche contributo alla ricerca con le mie idee. È ciò che mi piace fare, ed è ciò che farò nei prossimi anni, anche se, con tutta probabilità, questo non avverrà in Italia.

Per quanto riguarda l'Italia, personalmente vedo una grande staticità. 10 anni fa la situazione dell'università italiana non era molto diversa da quella attuale... forse solo marginalmente un po' migliore, ma il tracollo era già ampiamente iniziato. Non mi stupirei se tra 10 anni non fosse letteralmente successo nulla. Addirittura, non mi stupirei se i ricercatori che hanno ottenuto un'idoneità un anno fa fossero ancora in attesa di un posto... (forse un po' esagerato, ma ti da l'idea di quelle che sono le mie sensazioni).

Commenti

Anita-

Gio, 26/02/2015 - 08:15

E non le viene il dubbio , professore, che se il Portogallo (che adoro)non fosse un paese con le pezze al sedere, lei non avrebbe fatto la sua bella facile carriera lì? Senza toglierle meriti, il Portogallo al momento ha fame e sete di cervelli, mentre in Italia ce ne sono anche troppi. E non mettiamo in conto una malattia moderna dell'Europa : "volere il massimo con il minimo di sforzo"

Evk

Dom, 01/03/2015 - 15:51

E lei, cara signora Anita, prima di scrivere il suo commento ha dato un'occhiata al curriculum e al livello delle pubblicazioni e delle ricerche sostenute dal professor Vanneschi? Oppure ha scritto basandosi su pregiudizi e forse un malcelato senso di invidia? Anche questo suo modo di pensare è in parte causa dei tanti problemi che la ricerca e l'università hanno in Italia.