Quell'eroina "regalata" e fatale: "I punti oscuri su Maria Chiara"

Secondo l'avvocato e docente di criminologia Elisabetta Aldrovandi "dire che Maria Chiara aveva voluto la droga come regalo di compleanno non è assolutamente una giustificazione che può sminuire la responsabilità di Francesco Gnucci"

Quell'eroina "regalata" e fatale: "I punti oscuri su Maria Chiara"

Aveva chiesto della droga come regalo di compleanno. Eroina per festeggiare il 18esimo anno di età. Una dose che è costata la vita a Maria Chiara Privitali, la neomaggiorenne che si era rivolta al fidanzato, Francesco Gnucci, più grande di tre anni e tossicodipendente. I due si sono così allontanati dalla loro città di Amelia per raggiungere Roma e acquistare lo stupefacente pagato 20 euro. Poi l’inaspettato: dopo l’assunzione della droga Maria Chiara è stata ritrovata la mattina successiva nel letto gelida e immobile. Il fidanzato ha raccontato di aver cercato di rianimarla come meglio poteva, ma quando sono arrivati i mezzi del 118 per la ragazza non c’è stato più nulla da fare. Si attendono adesso i risultati dell’autopsia sul corpo della giovane per capire cosa sia davvero successo. Il fidanzato in un primo momento era indagato per omissione di soccorso, adesso per omicidio preterintenzionale. Diversi i nodi da sciogliere. Ne abbiamo parlato con l’avvocato e docente di criminologia Elisabetta Aldrovandi.

Perché secondo lei Maria Chiara ha voluto provare l’eroina? Si sarà fatta influenzare, anche indirettamente, dalle abitudini del fidanzato tossicodipendente?
“Il fidanzato ha dichiarato che lei aveva chiesto questo ‘regalo’ per il 18esimo compleanno perché sapeva che lui faceva uso di stupefacenti. La cosa grave che emerge nelle dichiarazioni di Francesco Gnucci è la sottovalutazione del pericolo connesso all’uso di queste sostanze. Le affermazioni rilasciate da questo ragazzo in alcune interviste non mettono in evidenza la consapevolezza che l’uso di droga è qualcosa di dannoso per la salute. In un fisico non abituato all’assunzione di eroina, come quello di Maria Chiara, una droga dagli effetti devastanti può provocare danni irreversibili. Dire che lei aveva voluto quel regalo non è assolutamente una giustificazione, una scusante che non può in nessun modo sminuire la sua responsabilità.

Quindi se Maria Chiara avesse avuto accanto un altro fidanzato che non avesse fatto uso di stupefacenti questo non sarebbe accaduto?
“Non credo proprio che sarebbe accaduto. I fatti di cronaca sono pieni di esempi che raccontano di persone che provando a far disintossicare il proprio partner sono ‘cadute’ anche loro nella rete della dipendenza. Proprio per questo motivo il consiglio che sistematicamente viene dato a chi si avvicina sentimentalmente a persone tossicodipendenti è quello di interrompere immediatamente, di non farsi prendere dalla sindrome dell’”io ti salverò”, perché il rischio è quello di essere trascinati nel baratro”.

Chiara non è l’unica giovane morta in questo modo. Sono numerosi i ragazzi che si approcciano al mondo della droga. Da cosa è dettata secondo lei questa curiosità?
“Purtroppo la droga fatica a essere stigmatizzata socialmente per la sua reale gravità, nel senso che se ne conoscono gli effetti, però molti ragazzi tendono a non dare sufficiente peso a questo aspetto. Pensano solo agli effetti euforici piuttosto che a quelli di carattere psicotico che queste sostanze possono avere su di loro. Basta pensare, per esempio, a tanti miti della musica o del mondo dello spettacolo noti per essere o essere stati dei consumatori di droga, ma che sono interpretati dall’esterno come persone di successo e da imitare. C’è purtroppo questo generalizzato abbinamento ‘uso di droga, successo e fama’ che difficilmente si riesce a eliminare dalla mentalità generale, dei giovani in particolare”.

Che responsabilità hanno le famiglie, le istituzioni? Perché non si riescono a prevenire fatti di questo genere?
“La responsabilità di vegliare i giovani non è solamente dei genitori ma di tutta la rete familiare e sociale che sta intorno a un ragazzo o a un bambino. Si tratta di un compito che spetta unitariamente alla famiglia, alla scuola, ai luoghi in cui un ragazzino pratica lo sport o le attività ricreative. In qualsiasi luogo frequentato dai ragazzini dovrebbe essere uniformemente instillato il messaggio che l’uso delle sostanze stupefacenti è qualcosa di negativo, che fa male alla salute e, cosa da non sottovalutare, alimenta il mondo della criminalità organizzata. Bisognerebbe spiegare ai giovani, fin da quando sono bambini, che il rispetto della loro salute e della vita è qualcosa di imprescindibile che va salvaguardato da tutto e da tutti. Il problema è che, a volte, il rispetto per questi valori non viene trasmesso adeguatamente nemmeno nelle famiglie. Ci sono molti adulti che fanno uso di sostanze stupefacenti e i fatti di cronaca ci raccontano di bambini che accidentalmente ne sono venuti a contatto a causa dei genitori, subendo danni gravissimi”.

Si parla di un buco di due ore tra il momento del probabile malore della ragazza e la chiamata al 118 da parte del fidanzato. Se si dovesse accertare che in quel lasso di tempo la giovane avrebbe potuto salvarsi, a quale responsabilità potrebbe andare incontro il fidanzato?
“Al momento, per il fidanzato si parla di omicidio preterintenzionale. Non è chiaro ancora come la dose sia stata assunta. Se la dose l’avesse iniettata lui allora si potrebbe profilare il caso di omicidio preterintenzionale e anche di omissione di soccorso nel caso in cui Maria Chiara sia stata male e lui non avesse chiamato subito l’ambulanza nel tentativo di salvarla. Nel caso in cui l’eroina se la fosse iniettata lei, è chiaro che l’atto volontario della ragazza escluderebbe la preterintenzione e quindi lui potrebbe essere accusato di un altro reato che nasce da conseguenza di un altro delitto. L’autopsia sarà fondamentale per chiarire tutto”.

Lei si è fatta un’idea su quanto possa essere accaduto dentro quelle mura?
“Purtroppo abbiamo come unica ‘testimonianza’ quella del ragazzo. Lui al momento è l’unico indagato su quanto successo, per cui da indagato, non avendo l’obbligo di dire la verità, sarà difficile riuscire a sapere cos’è successo realmente. A mio parere la droga è stata somministrata con l’accondiscendenza della ragazza. Però è chiaro che bisogna capire da un punto di vista giuridico processuale come è stata assunta, ovvero se la giovane abbia provveduto da sola o se le sia stata iniettata dal suo ragazzo, fermo rimanendo il suo consenso. Poi sarà necessario capire il contesto di come e quando sono stati attuati i soccorsi, e chiarire la questione del lasso temporale successivo all’assunzione in cui, secondo il fidanzato, Maria Chiara sarebbe uscita con un’amica per un aperitivo”.

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