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L'eterno falso mito dei cortei pacifisti

Tutti sanno che lo scopo diciamo così strategico dei cortei non sta nella manifestazione e i suoi scopi dichiarati, ma nella devastazione e negli scontri che vanno sui giornali e telegiornali

L'eterno falso mito dei cortei pacifisti

Certo che era un altro mondo. Non c'era la dolciastra retorica delle liete famiglie col passeggino e il gelato in testa al corteo e i duri di Askatasuna in coda alla ricerca dello scontro con la polizia. Ma anche quando cominciarono gli Autonomi negli anni Sessanta e Ottanta già si ricorreva a questa palese falsità: un corteo così bello e pacifico in cui cittadini, le famiglie, i giovani studenti e gli operai, manifestavano pacificamente, e poi che cosa è successo? Improvvisamente sono spuntati questi energumeni che nulla avevano a che fare col corteo e che si sono dati alle distruzioni, incendi e scontri con tafferugli. Sarebbe un quesito credibile se non avesse più di sessanta anni.

Oggi è chiaro a tutte le famiglie col gelato e bambini sul passeggino, che la loro presenza è un'appendice capovolta di quel che costituisce il pezzo forte e la ragione stessa del corteo, e cioè le operazioni militari di guerriglia innescate da professionisti della guerriglia metropolitana che arrivano dalla Germania (specialmente dall'Ex DDR comunista oggi piena di neonazisti e di rouge-brun, ciò personaggi dalla doppia identità di estrema sinistra e di estrema destra) cui si aggiungono oggi molti pro Pal. Sì, è un altro mondo e ho visto all'opera nel 1969-70 i nazi-maoisti come oggi i Black Bloc calare dalla Francia e dal resto dell'Europa. Lo sanno tutti e in particolare lo sa bene il ministro degli Interni Matteo Piantedosi: ha dimostrato di saperlo benissimo anche per aver vietato l'uso delle armi perché lo scopo finale di chi pianifica queste manifestazioni al di fuori della politica (ma in coda ad essa, e tutti lo sanno) è che qualcuno muoia per poter attivare la spirale di nuove manifestazioni violentissime ai funerali. E anche questo lo abbiamo sempre visto.

Fino al biennio 1969-1970 il corteo non aveva code di guerriglieri dediti agli scontri, agli incendi e devastazioni scontrandosi con la polizia e usando arredi stradali, le prime bottiglie incendiarie, selciate spranghe e travertini. Mezzo secolo siamo da capo: Chi poteva immaginarlo. In testa al corteo erano tutti buoni, allegri e ragazzi che scandivano gli slogan ("intere famiglie con bambini e carrozzelle" questo il refrain) e in coda trovavi i guerriglieri mascherati con passamontagna, scudi, e nei Settanta pistole spianate. Tutti sanno che lo scopo diciamo così strategico dei cortei non sta nella manifestazione e i suoi scopi dichiarati, ma nella devastazione e negli scontri che vanno sui giornali e telegiornali. Alla fine, i buoni sono comparse per le quali è stata riesumata l'antica definizione di "utili idioti".

La polizia è solerte, prende le botte e incassa come succede in Francia, non nella Germania del cancelliere Friedrich Merz ma molto nel Regno Unito. Per memoria storica devo dire che la prima volta che sono stato caricato dalle camionette della Celere ero un ragazzino che tornava da scuola ed ero incappato a mia insaputa in una manifestazione per Trieste ancora occupata dagli inglesi, e mi valse un sacco di manganellate inferte dagli uomini con casco con vibrante energia. Oggi la Celere del ministro degli Interni Mario Scelba non c'è più e poi mi raccontò sul letto di morte di essere stato un duro sia antifascista che anticomunista e distribuiva botte da orbi.

Poi, l'"autunno caldo" del 1969 organizzato dalla Cgil. L'inizio di una vera guerra civile cominciata il 12 dicembre con la bomba che provocò una strage la strage di piazza Fontana a Milano. Venne alla luce una sinistra di extraparlamentari socialisti radicali del Psiup, i trotskisti e Autonomia operaia di via dei Volsci a Roma. A Milano e a Torino gli uomini delle Br già avevano infiltrato la Fiat Mirafiori. Altro che cortei, allora. Giravano le armi e cominciavano le gambizzazioni (fra cui quella di Indro Montanelli) e gli omicidi.

Durante la cosiddetta battaglia di Valle Giulia, sotto la facoltà di Architettura, i manifestanti respinsero a pugni e sbarre di ferro le forze di polizia e Pier Paolo Pasolini si schierò con i poliziotti che erano il vero proletariato aggredito dai figli della borghesia di sinistra. Era il primo marzo del 1968, dodici anni dalla manifestazione contro i carri armati sovietici entrati a Budapest contro operai e studenti. Era la prima volta delle immagini di cronaca in televisione e l'emozione fu scioccante: tram rovesciati, dei carri armati e civili in trench bianco come Humphrey Bogart, che si facevano ammazzare dalle mitragliatrici. Piero Melograni, allora comunista, raccontò che Togliatti fece immediatamente rimuovere i due televisori installati a Botteghe Oscure perché mostravano la realtà. La manifestazione aveva un testimone silenzioso e collettivo che stava alla finestra a via delle Botteghe Oscure, il grande palazzo rosso acquistato dal Partito Comunista, secondo alcuni con l'oro di Dongo sottratto ai fascisti della Repubblica Sociale. Gli uomini del PC guardavano, talvolta aprivano la finestra, raramente salutavano, mentre sotto passava la fiumana dei manifestanti. Poi il Vietnam quando anche l'Italia fu percorsa da centinaia di manifestazioni di studenti. Le manifestazioni più chiassose si facevano quando veniva a Roma in visita ufficiale un presidente americano. I dimostranti prendevano il suo cognome, diciamo Johnson, e applicavano il suffisso Boia.

Così avemmo una serie di Johnson-Boia, Nixon-Boia. L'epiteto "boia" diventò una parola bivalente di destra e di sinistra, tant'è che nel 1970, con la rivolta di Reggio Calabria, una rivolta in parte fascista ma anche con elementi di una sinistra romantica dava del boia a tutti. C'era sempre una sinistra, sempre più a sinistra della sinistra, che non piaceva affatto al Partito Comunista. La figurina asciutta e quasi muta del segretario Luigi Longo, Togliatti e compariva il giovane Berlinguer. E poi Pajetta e tutti gli altri maggiorenti. E tutti i cortei erano organizzati in modo da passare sotto il tempio delle Botteghe Oscure e dei suoi sacerdoti.

E sull'Unità, organo del Pci, della mattina dopo si leggeva il verdetto: provocatori, fascisti travestiti, compagni che sbagliano, avventuristi, infiltrati, doppiogiochisti, venduti, comprati, spie della Cia. Allora nessuno parlava del Kgb.

Paolo Guzzanti

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