La lettera di Traini dal carcere: "Perché ho sparato agli stranieri"

Luca Traini, il 28enne condannato a 12 anni di reclusione per l'attentato del 2018 a Macerata, si racconta in una lettera inviata all'Adnkronos: "L'ho fatto per Pamela. Oggi sono cambiato"

La lettera di Traini dal carcere: "Perché ho sparato agli stranieri"

"Volevo vendicare Pamela". Sono le parole di Luca Traini, il 28enne noto alle cronache per l'attentanto di Macerata (2018), in cui rimasero feriti sei stranieri. Il giovane, che lo scorso marzo è stato condannato in via definitiva dalla Cassazione a 12 anni di reclusione con l'accusa di strage aggravata con finalità di razzismo, si racconta a cuore aperto in una lunga lettera affidata all'agenzia stampa Adnkronos. "Sono un uomo che sta facendo il massimo per scontare il debito che ha con la società civile e si impegna nella sua sfida", scrive.

"Perché ho sparato"

Sono trascorsi 4 anni da quando, il 3 febbraio del 2018, Luca Traini seminò il panico per le strade di Macerata imbracciando una pistola. Reo confesso di aver aperto il fuoco contro gli stranieri, il 28enne dichiarò che le sue intenzioni fossero quelle di vendicare Pamela Mastropietro, la 18enne romana uccisa e poi mutilata da Innocent Oseghale, il nigeriano di 29 anni autore del truce omicidio. Oggi Luca Traini è un uomo diverso. Afferma di essersi ravveduto ma rifiuta l'etichetta di "mostro" che gli è stata cucita addosso dall'opinione pubblica. "Di me si potrebbe pensare chissà cosa, visto il motivo per cui sono in carcere, ma non sono un 'mostro', come mi hanno sempre descritto. - chiarisce nella lettera - Il Luca di oggi è un uomo che magari fa meno notizia, rispetto al 'Lupo’, ma che comunque c'è, esiste, sta facendo il massimo per scontare il debito che ha con la società civile e si impegna nella sua sfida". Poi, prova a motivare le ragioni di quella scelta scellerata: "una certa ideologia che avevo e che ho manifestato in maniera folkloristica, altro non era che un’immagine fittizia (virtuale) che mi ero creato a scudo, come un contrasto con il brutto del mondo", ragiona riferendosi alle motivazioni che lo avevano portato ad armarsi contro persone scelte a caso.

"Chiaramente il mio reato all’inizio era odioso per una larga parte della popolazione carceraria, quella che sta scontando condanne per reati di droga. - precisa nella missiva di 13 pagine redatte a mano per l'Adnkrons - Con il tempo la serietà e la correttezza con cui sto affrontando la detenzione, mi ha fatto acquisire il rispetto da parte di tutti. Per quanto riguarda me stesso, non ho mai negato la gravità del mio gesto e ne ho accettato le conseguenze fin da subito, fin dall’immediato, quando fui io a tornare indietro e, andando al monumento dei caduti a Macerata, a consegnarmi ai carabinieri".

La vita in carcere

Luca Traini, che oggi ha 32 anni, sta pagando il suo conto con la giustizia. La vita nel peniteziario di Montacuto, ad Ancona, scorre lenta e inesorabile. Ed è proprio tra le mura carcerarie che ha intrapreso un percorso di rinascita: "Sono in carcere ormai da quasi quattro anni e vorrei che il mondo capisse che sto facendo il massimo per scontare il debito che ho con la società civile – racconta - Spiegare cos’è, com’è il carcere a chi non ha mai avuto il 'piacere' di esserci passato, non è facile. Le condizioni in cui versano gli istituti penitenziari in Italia sono quelle largamente denunciate dai Radicali e dai sindacati della polizia penitenziaria e per cui abbiamo noi, lo Stato italiano, subito multe e rimproveri dalla Comunità Europea. In questo contesto, in questo stato di cose oggettivo, ho comunque trovato grande umanità sia da parte degli agenti penitenziari sia da parte dei detenuti stessi".

Il 32enne trascorre le sue giornate immerso nei libri: legge, lavora e studia da autodidatta le varie tecniche di meditazione. "Qui in carcere faccio un po’ di palestra, un po’ di sport e in autonomia, da autodidatta, faccio yoga e meditazione buddista, che ben si abbina alla preghiera cristiana. - scrive -I miei hobby quotidiani, oltre alla ginnastica, sono leggere, ascoltare musica rock, soul e jazz. Poi scrivo moltissime lettere, leggo libri di ogni genere e svolgo le mansioni di cura della mia stanza, come pulire, lavare i vestiti, a volte cucinare, in alternativa al cibo che mi portano da casa. Tutto questo quando sono a riposo dal lavoro. Da più di un anno, infatti, sono aiuto-magazziniere nel carcere di Montacuto, un lavoro di responsabilità e fiducia che il governo del carcere mi ha affidato. Si sta a contatto con tutti, sia detenuti che appuntati, e comunque io sono in una sezione con detenuti di tutte le etnie, italiani, pakistani, albanesi, africani, e non ho mai avuto problemi né li ho creati. Non ho mai avuto rapporti disciplinari in quattro anni. Seguo i corsi, le attività di reinserimento, faccio il massimo per far capire che in 32 anni ho sempre lavorato e seguito le regole".

Il futuro

D'un tratto la mente ritorna al quel drammatico giorno di febbraio: non può fare a meno di pensarci anche se sta provando a voltare pagina. "Una volta sono esploso. Una sola volta (gravemente) la mia mente ha staccato la spina. - rivela - Ora, ciò che è stato mi è servito per capire dove sbagliavo nella mia vita. Grazie a Dio non ci sono state conseguenze più gravi di quanto già non lo siano stati la sparatoria in sé e i ragazzi feriti". "Paradossalmente, quando ero libero, non avevo progetti a lungo termine - scrive Traini - davo tutto per scontato. Mi serviva perdere la libertà, per poterne apprezzare di più il valore da recluso, per apprezzare il valore vero della famiglia, che prima sentivo lontana e a volte inutile nel caos del turbinio quotidiano. Ma da quel 3 febbraio di quattro anni fa la mia famiglia non mi ha mai abbandonato, né materialmente, portandomi cibo e soldi per fare la spesa, né emotivamente. Hanno compreso l’errore la gravità del mio gesto, ma allo stesso tempo hanno compreso che in quel periodo della mia vita non stavo bene di testa. Caso ha voluto che non sia diventato un vero e proprio assassino, nessuno è morto, tutto si può risolvere".

Nonostante la pesantissima condanna, e gli anni di pena che dovrà ancora scontare, il 32enne guarda al futuro con ottimismo. "Raramente penso al mondo la fuori con occhi di cambiamento, mi sono fatto la mia idea di come sarà tra qualche anno, comunque non rinuncerò mai alla mia voglia di futuro, alla voglia di crescere individualmente come un buon uomo e un buon cittadino, di costruirmi un destino, lavorare sodo, trovare una brava ragazza e mettere su famiglia, – conclude - insomma vivere in pace".

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