Naja, la lezione che la Murgia deve ancora imparare

Pubblichiamo, per gentile concessione dell'editore, un estratto di L'utilità della naja: perché ci serve la leva militare (Passaggio al bosco)

Naja, la lezione che la Murgia deve ancora imparare

Nulla era mai uguale a come appariva il giorno precedente: ogni spazio ed ogni oggetto, di colpo, assumevano un contorno magico. Una semplice porta, allora, diventava il passaggio per luoghi sconosciuti, come la soglia che sancisce l’inizio di una nuova avventura; il copricapo che indossavo si trasformava nel testimone e nel custode delle infinite tradizioni tramandate di mano in mano, da “anziano” a “cappellone”. La divisa non era più un semplice indumento, ma una seconda pelle: essa rappresentava i valori assunti, i giuramenti fatti, le scelte ribadite, gli impegni presi, le gioie vissute e i dolori condivisi. E quella bandiera, che sventolava fiera al centro del cortile, sembrava essere l’emblema verticale dell’onore e della lealtà, del nostro essere militari e cittadini al tempo stesso. I suoi bellissimi colori, che ci dominavano dall’alto, infondevano coraggio e consapevolezza alla nostra scelta: sembravano ricordarci chi siamo e da dove veniamo, spronandoci a diventare ciò che dovremmo essere. D’improvviso, tutto assunse una sua profondità: il rosso non rappresentava più soltanto il sangue dei nostri soldati, ma incarnava la forza, il coraggio e l’ardore che portavamo dentro, dando corpo all’amore per la nostra scuola; il verde non era più soltanto il manto erboso e naturale delle nostre bellissime colline, ma assumeva la lucentezza innocente e fiera della speranza; il bianco, infine, non era più soltanto un richiamo velato alle nevi perenni che adornavano le nostre vette, ma diventava un monito a mantenere intatte la purezza e la sincerità delle nostre giovani anime, simboleggiando la fede nella Patria. La bandiera, allora, diventava la regina assoluta dell’intera caserma: la innalzavamo ogni mattina cantando l’inno di Mameli, per poi ammainarla dolcemente la sera. Ciò che inizialmente appariva scontato, formale e privo di significato, diventava col tempo uno spunto straordinariamente ricco di significato.

Dato che tutto doveva essere guadagnato, però, la strada era sempre più tortuosa del previsto: poiché nessuno cedeva mai nulla gratuitamente, ogni nuova scoperta scandiva anche l’arrivo di ulteriori riflessioni e più grandi sforzi. Non era l’anziano a fornire risposte: eravamo noi “cappelloni” che dovevamo procurarcele. Il suo compito era quello di instradarci e correggerci, dando a noi il tempo e il modo di trovare il sentiero. Talvolta, quando si appariva troppo precoci, si veniva volutamente confusi, per evitare che si bruciassero le tappe. Nessuna soluzione si presentava con facilità, ma ogni traguardo si rivelava gratificante: la soddisfazione di aver compreso qualcosa di nuovo restituiva una sensazione fra le più nobili. Iniziai presto a comprendere che gli “anziani”, nonostante i comportamenti rudi e il nonnismo ostentato, tenevano molto ai loro “cappelloni”: ogni loro comportamento, anche il più negativo, era volto alla nostra crescita.

Capii in seguito che il non guardare negli occhi Caterina – la mia “anziana” – era un segno di fiducia cieca nei suoi confronti: un gesto semplice, che ci riportava con i piedi per terra e contribuiva a sgonfiare il nostro ego. Alcuni colleghi, una volta visto in volto il proprio “anziano”, dopo mesi di chiacchierate condivise, non riuscirono a nascondere la commozione: ciò che si immaginava per mesi, ascoltando una voce senza volto, diventava improvvisamente una persona in carne ed ossa. Nel momento in cui questo accadeva, inevitabilmente, si comprendevano tante cose. Un bel giorno, un “anziano” istruttore inquadrato nella mia compagnia, mi disse: “Le tradizioni si tramandano da anni. Il fatto che le si interpretino in molti modi, non le rende più deboli: un palazzo può anche essere altissimo, ma senza delle solide fondamenta crollerà su se stesso. Le nostre tradizioni sono giunte fino a noi perché hanno tante buone interpretazioni che fungono da fondamenta: è grazie a quei princìpi che dureranno a lungo”,

Si creò, nel tempo, un clima di collaborazione e di scambio: c’era sempre qualcosa di cui parlare, qualche parere da condividere, qualche storia da raccontare. I telefoni si usavano pochissimo, limitandoci ad una rapida chiamata serale a casa: un fatto più unico che raro, che ci distingueva nettamente dai nostri coetanei, sempre più schiavizzati da una tecnologia digitale che ha sostituito il dialogo con gli hashtag e riempito la noia con la gabbia della virtualità. Quello in cui ero immerso, insomma, era davvero un ambiente vivo e genuino, dove si parlava, si discuteva, si litigava, ci si riappacificava e ci si conosceva. Al mattino mi svegliavo con lo squillo della tromba, iniziando a scambiare le prime quattro chiacchiere con i compagni di stanza: si andava a lezione tutti assieme, trasformando il pranzo in un convivio e proseguendo la giornata tra mille attività. I colleghi diventarono immediatamente degli amici, per poi trasformarsi in fratelli e sorelle: ci fidavamo gli uni degli altri e ci aiutavamo a vicenda, consapevoli di essere “tutti sulla stessa barca” e di condividere un’esperienza straordinaria. La gioia di stare insieme, senza mezzi termini, era incontenibile. Uno stato d’animo che non si trovava altrove e che veniva a mancare quando si varcava la soglia della caserma: la felicità della condivisione e del confronto, alla Teuliè, era il pane quotidiano di tutti gli allievi.

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