Cronache

Falange armata e depistaggi dietro la morte del maresciallo della Folgore

Una storia dimenticata, un caso riaperto dopo 26 anni che apre squarci inquietanti. Tra Gladio, bombe, Falange armata e una lista di nomi redatta dall'ambasciatore Francesco Paolo Fulci

Falange armata e depistaggi dietro la morte del sottufficiale della Folgore

Un corpo giace scomposto, incastrato tra gli scogli. Quaranta coltellate su tutto il corpo: tendini di braccia e gambe recisi, gola tagliata. E infine, come se non bastasse, quasi a voler cancellare ogni traccia di umanità da quel cadavere martoriato – o forse come gesto di spregio finale – un’enorme pietra a schiacciargli il cranio.

È il 13 giugno 1995, siamo a Livorno, sul litorale del Romito. È questa la scena che si trova davanti un bambino tedesco, il primo a rinvenire il cadavere di Marco Mandolini. Una fine brutale e misteriosa, come misterioso era il lavoro della vittima, che in famiglia parlava poco o niente e che solo qualche giorno prima di finire massacrato, aveva confidato alla sorella che temeva di essere ucciso.

Marco Mandolini era un militare. Non un militare qualsiasi. Nome in codice “Kondor” o “Ercole”, era sottufficiale della Folgore in forza al Sismi, il servizio segreto militare; parlava diverse lingue, tra cui l’arabo e il russo; era un addestratore esperto ma – soprattutto – era stato fino a poco tempo prima il capo scorta del generale Bruno Loi nella missione Ibis, in Somalia. Difficile che un uomo del genere – un “Rambo”, come veniva considerato dai suoi commilitoni – potesse farsi sorprendere da uno o più balordi appostati tra gli scogli, non lui che per mestiere doveva proteggere un generale in uno degli scenari di guerriglia urbana più caldi dell’epoca (ricordiamo la battaglia del Check-point “Pasta” che si svolse il 2 luglio 1993 a Mogadiscio). Mandolini conosceva il o i suoi assassini. Ne è convinto Francesco, il fratello.

A distanza di 26 anni dai fatti, nel settembre 2021 il caso è stato riaperto dal gip di Livorno a seguito della richiesta dei familiari di non archiviare. C’è una nuova pista. Una di quelle piste che, se da un lato potrebbero gettare luce su uno dei cold case meno noti della nostra cronaca più o meno recente, dall’altro rischiano (e sarebbe un bene correrlo, questo rischio) di aprire uno squarcio su uno dei periodi più oscuri della nostra storia repubblicana. Parliamo di bombe, parliamo di stragi, parliamo di un periodo a cavallo tra la fine degli anni Ottanta e il 1993. Insomma, la nuova pista sembra portare dritta nel cuore di Gladio, o meglio, in quello di una sua devianza, di quel network criminale che prende il nome di Falange armata.

Una pista individuata sin dal 2018 dal criminologo Federico Carbone e oggi perseguita da lui e dall’avvocato Dino Latini, che affiancano la famiglia in questa difficile impresa. Viene spontaneo chiedersi cosa sia stato fatto nell’arco di questi decenni, quali siano state le piste battute nel passato.

Nell’immediatezza dei fatti – ci racconta Carbone – vennero battute due piste: quella finanziaria, che voleva Mandolini al centro di un grosso giro di soldi e di una truffa a danno di alcuni suoi commilitoni, e quella dell’omicidio passionale. Una storiaccia tra omosessuali. Quest’ultima pista, in particolare, è stata percorsa con convinzione anche per la testimonianza di un commilitone di Marco, un suo amico, che parlerà di fronte ai giudici addirittura di una relazione sentimentale tra loro due. Torneremo su questo commilitone, ma intanto possiamo dire una cosa: una nostra fonte riservata – che il mondo militare e, nello specifico, del Sismi lo conosce per esperienza diretta – ci dice che quando bisogna inquinare i pozzi, depistare, infangare una persona collegata all’ambiente militare, la migliore carta da giocare è proprio quella dell’omosessualità. È così oggi, figuriamoci nel 1995.

Sempre nell’immediatezza dei fatti, si disse che Marco era andato su quegli scogli per fare un bagno. Peccato che quel giorno il tempo – come ricostruito da Carbone e Latini – non fosse decisamente adatto e che Marco indossasse mocassini e calzini di spugna. Il fratello, Francesco, è convinto che non ci sia nulla di vero in queste ricostruzioni, crede anzi che Marco non sia stato ucciso lì, ma che lì sia stato trasportato in seguito. E allora dove potrebbe essere avvenuta l’aggressione fatale?

Marco Mandolini era di stanza in Germania, impegnato nell’addestramento delle truppe Nato. Si trovava a Livorno temporaneamente ed era appoggiato presso la caserma Vannucci. Secondo Francesco Mandolini è lì che si potrebbe essere consumato l’omicidio. Anche lui proveniente dal mondo militare, aggiunge un altro dettaglio: “Dal suo alloggio è scomparsa l’alta uniforme e la sciabola. È un fatto emblematico, un gesto di sfregio”. La convinzione dei familiari è sempre stata quella che il movente e gli assassini di Marco andassero cercati nel suo ambiente lavorativo, questo anche per l’atteggiamento dei suoi commilitoni e delle sfere di comando: “Si chiusero a riccio – ci dice Francesco – quando è risaputo che in reparti come quello della Folgore la fratellanza e il cameratismo sono una componente molto forte, soprattutto di fronte a una morte così orribile”.

Arriviamo dunque al 2021 e alla riapertura di indagini mai effettivamente chiuse, ma altrettanto – fino a oggi - mai veramente decollate. Chiediamo al criminologo Federico Carbone in cosa consista questa nuova pista: “Arrivo a Mandolini nel corso di un lavoro più ampio, che consisteva in uno studio della vicenda Li Causi”.

Vincenzo Li Causi, militare appartenente alla VII Divisione del Sismi, capocentro della base Skorpione di Trapani, famosa (e famigerata) postazione di Gladio, morto a Balad, Somalia, il 12 novembre 1993. Ufficialmente per un’imboscata. Una vicenda, quella della morte di Li Causi, che si lega a un altro duplice omicidio, quello della giornalista Ilaria Alpi e dell’operatore Miran Hrovatin.

Come è riuscito a dimostrare Carbone, Marco Mandolini e Vincenzo Li Causi si conoscevano molto bene. Così come si conoscevano Mandolini e la Alpi.

Una conoscenza, quella con Li Causi, che sconfinava probabilmente nell’amicizia, se è vero che poco prima di morire Marco Mandolini confida sempre alla sorella che non era convinto della dinamica della sua uccisione: “Marco aveva cominciato ad avviare indagini riservate e parallele sulla morte del commilitone” ci confermano sia Carbone, sia Francesco Mandolini. È da questo dettaglio che è iniziato il lavoro di indagine che ha portato alla riapertura del caso. Ed è in questo contesto che s’inserisce una vicenda dai contorni torbidi, che coinvolge l’ambasciatore Francesco Paolo Fulci, morto proprio pochi giorni fa a 91 anni, e la sua famosa “lista”.

A capo del Cesis (l’organo di coordinamento tra Sismi e Sisde) dal 1991 al 1993, andreottiano di ferro, l’ambasciatore Fulci – all’indomani della bomba esplosa in via Palestro (27 luglio 1993), consegnò all’allora presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro e alla Dia una lista di 15 nomi. La stessa lista consegnata alla sua famiglia, con la raccomandazione che se gli fosse accaduto qualcosa, il nome dell’assassino sarebbe stato probabilmente tra quei nominativi.

Questa lista contiene nome, cognome e grado di militari tutti collegati a Gladio, tutti appartenenti alla VII Divisione del Sismi che, subito dopo la sua divulgazione, viene sciolta. Gli uomini della lista sono l’elite delle nostre forze armate: uomini con una preparazione incomparabile, tutti grandi esperti di esplosivi. Uomini su cui fece approfondimenti un grande conoscitore delle trame dello Stato come Giuseppe De Lutiis. Il sospetto – mai veramente chiarito e oggetto di diversi approfondimenti in sede giudiziaria che non hanno portato a una risposta chiara – è che questa lista rappresentasse il cuore occulto, operativo, criminale di Gladio: la Falange armata.

Una lista in cui figurano – tra gli altri – Vincenzo Li Causi e quello stesso militare che, due anni dopo, dichiarerà di aver intrattenuto una relazione omosessuale con Marco Mandolini.

“Al di là della veridicità o meno di questa teoria che tira in ballo la Falange armata, ci siamo trovati di fronte a collegamenti che non potevano essere ignorati”, ci spiega Carbone. Da un lato le indagini parallele che Marco Mandolini stava eseguendo sulla vicenda Li Causi, dall’altro la presenza nella “lista Fulci” dello stesso Li Causi e della persona che indirizzerà le indagini sulla morte di Mandolini verso la pista omosessuale. Ma ad accreditare una vicinanza tra Mandolini e Li Causi ci sono anche le carte. Ci spiega sempre Carbone: “Alcuni documenti, quelli che per ora possiamo divulgare, provengono dalla produzione Palladino/Scalettari [i giornalisti Francesco Palladino e Luciano Scalettari], nell’ambito del procedimento Rostagno [Mauro Rostagno, ucciso nel 1988]”.

Questi documenti – di cui vi mostriamo un interessante estratto – dimostrano l’operatività in tandem di Mandolini e Li Causi. Nello specifico, nel documento che potete vedere, datato 9/11/1989, si parla dell’accreditamento dell’operatore “Ercole” (alias di Mandolini) presso la Oto Melara per un delicato trasferimento – verosimilmente di armi – da La Spezia al centro Skorpione di Trapani. Nello specifico, nel documento (sulla cui autenticità non si è ancora giunti a una conferma indiscutibile, ma che non è mai stato rigettato dai vertici dei servizi come falso) si richiede la presenza, alla consegna del materiale, del capo centro “Vicari”, alias di Vincenzo Li Causi.

Gli elementi fin qui descritti hanno permesso la riapertura delle indagini nel settembre 2021. Ci sono però ulteriori piste che gli investigatori stanno vagliando e su cui per adesso è necessario mantenere il più stretto riserbo. L’unica cosa che possiamo affermare con certezza, è che si tratta di elementi tali che potrebbero mettere addirittura in discussione il giorno del decesso.

Continueremo a seguire gli sviluppi di questa

vicenda con attenzione, nella certezza che non si tratterà di un percorso semplice e con l’intima convinzione che da stanotte, dopo la scomparsa dell’ambasciatore Francesco Paolo Fulci, qualcuno dormirà sogni più tranquilli.

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