L'istinto di Trump

Donald Trump è una fonte di sorprese che spiazzano e sparigliano

L'istinto di Trump

Donald Trump è una fonte di sorprese che spiazzano e sparigliano. In particolare gli europei che hanno quasi sempre difficoltà a cogliere il Dna americano esprimono stupore, tuttavia accodandosi (come hanno fatto Angela Merkel e François Hollande) ad azioni imprevedibili come l'attacco alla base aerea siriana di Shayrat di due giorni fa.

Da qui la banale domanda: che cosa passa per la testa di Trump? La prima risposta è emotiva: il quarantacinquesimo presidente americano sa stare in sintonia con il modo di sentire del suo popolo. L'americanismo, che non è una dottrina, è fatto spesso di atti solitari e talvolta brutali: l'inno dei marines è un'epica che va dalle «Halls of Montezuma» durante la guerra col Messico alle spiagge di Tripoli, come materiale genetico collettivo.

Chi segue le serie televisive americane sa che di ogni famiglia fanno parte reduci, veterani, uomini sotto le armi e madri che impallidiscono quando due ufficiali in alta uniforme e aria compunta bussano alla loro porta. La guerra non è mai uscita dall'orizzonte della quotidianità degli americani sia sotto presidenti democratici che repubblicani.

Quando Trump ha dato ordine di lanciare i missili contro le piste siriane di Shayrat, lo ha fatto durante un consulto frenetico mentre era in volo sull'Air Force One.

Sulla responsabilità di Damasco nell'attacco chimico erano d'accordo non soltanto gli americani, ma anche gli inglesi: il colpevole per loro era Bashir al-Assad. Mancava un parere indipendente e i russi giuravano che il governo di Assad fosse innocente, ma Trump ha colto l'occasione per richiamarsi a un principio giuridico riconosciuto dalle Nazioni Unite che autorizza l'intervento

armato contro chi usi gas letali, dopo le stragi dell'iprite, usata dai tedeschi un secolo fa durante la Prima guerra mondiale. C'era la copertura giuridica e non mancava quella mediatica: la strage degli innocenti che annaspavano agonizzando, indignavano ogni persona civile.

Né mancava la copertura politica: Trump poteva ricompattare l'ala repubblicana tradizionalista e impartire una lezione di realismo agli eredi di Obama che, nel 2013, lasciarono incancrenire la Siria dopo un massacro con gas Sarin.

Infine, il punto più delicato: l'ansia di marcare una separazione dai russi e riportare piedi e stivali sulle rive del Mediterraneo.

In americano si usa l'espressione win-win (vinci tu e vinco anch'io) per una soluzione che soddisfa amici e nemici: il fronte interno per il momento è pacificato, con i repubblicani soddisfatti e i democratici costretti a leccarsi le ferite dopo la sconfitta sulla Corte Suprema e un'azione militare che avrebbero voluto aver fatto loro.

Dall'altra parte c'è il giocatore Vladimir Putin che forse aveva ecceduto in ottimismo prevedendo un addomesticamento dell'irrequietezza americana usando come esca un futuro dorato di affari con Gazprom, sfidando insieme le nuove frontiere energetiche. D'altra parte Trump prova un'autentica simpatia umana e forse anche una certa invidia per l'asciutto e palestrato Putin, buon giocatore di scacchi, atleta, militare perfettamente addestrato, patriota e sincero fautore della coesistenza russo-americana.

Il problema è che Donald Trump non ha mai avuto intenzione di declassare la potenza americana al rango in cui l'aveva relegata Barack Obama. Lo slogan vincente di far tornare l'America «di nuovo grande» è certamente uno slogan «supremazista» che prevede sempre il primo posto in qualsiasi gara internazionale.

Trump sa che la Russia non può permettersi una corsa agli armamenti di ultima generazione, non perché non abbia risorse sufficienti, ma perché è molto indietro nella ricerca scientifica e tecnologica, senza essere ancora in grado di brevettare tecnologia d'avanguardia.

La Federazione russa sta investendo capitali umani e risorse gigantesche per arrivare a livelli competitivi, ma non basterà un decennio perché le distanze si accorcino e Donald Trump non ha intenzione di concedere tempi di recupero, preferendo fare show di supremazia piuttosto che accomodarsi nelle innocue «aree di influenza» come vorrebbela dottrina russa.

Ciò rende la partita stressante, ma la vocazione allo stress è la più evidente caratteristica dell'uomo Donald Trump.

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