Long Covid, scoperta la causa: come arriva (e resta) negli organi

Un importante studio ha rivelato come il Covid arrivi a penetrare nei nostri organi provocando la patologia di cui fino ad ora si conosceva poco

Long Covid, scoperta la causa. Ecco come arriva e rimane negli organi

Si è parlato molto del Long Covid, una patologia dovuta all’infezione primaria del Virus Sars-CoV-2 che nonostante si negativizzi nell'organismo, continua a creare, per lungo tempo, diversi tipi di problematiche. Dalla stanchezza cronica ai problemi di memoria, finanche all’affaticamento. Fino ad ora si conoscevano le conseguenze di questa malattia, ma non la modalità e soprattutto la durata che questa sorta di “strascico del virus”, rimane nel nostro organismo.

Gli scienziati del National Institutes of Health nel Maryland, hanno condotto un lungo studio per cercare di comprendere meglio come il virus del Covid agisce e perché lascia questa sorta di “coda” nell’organismo. Per fare questo hanno analizzato alcuni tessuti prelevati da 44 persone decedute, dopo aver contratto il Covid durante il primo anno della pandemia.

Hanno scoperto che l’Rna di Sars-CoV-2 rimane in varie parti dell’organismo, incluso il cuore e il cervello, fino a 230 giorni dopo l’insorgere dei sintomi. Questa sorta di “smaltimento” ritardato del virus, anche dopo la negativizzazione, è la possibile causa della patologia del Long Covid chiamato anche "sequenze post-acute di SARS-CoV-2”, definita come una serie di sintomi di lunga data, riscontrati in pazienti infettati.

Lo studio è in fase di revisione da parte degli scienziati, per poi essere pubblicato sulla rivista Nature. "Questo è un lavoro straordinariamente importante", ha detto a Bloomberg Ziyad Al-Aly, direttore del centro di epidemiologia clinica presso il Veterans Affairs St. Louis Health Care System nel Missouri, che ha condotto diversi studi sugli effetti del Long Covid. "Per molto tempo ci siamo chiesti perché il Covid colpisca per lungo tempo molti organi, e questo lavoro può aiutare a spiegare perché il Long Covid può verificarsi anche in persone che hanno avuto una malattia acuta, lieve o asintomatica”.

Lo studio in corso di pubblicazione ha quindi chiarito che, anche se la carica virale più elevata del virus si trova nelle vie aeree e nei polmoni, si può in realtà diffondere molto velocemente anche nelle cellule e negli organi di tutto il corpo, compreso il cervello. La dottoressa Raina MacIntyre, professoressa di biosicurezza globale presso l'Università del New South Wales a Sydney, ha spiegato nello stesso articolo, come questa ricerca: “metta in allarme sui pericoli dell’infezione da Covid, sia negli adulti che nei bambini, che non si limita solo alla semplice positività”.

Appurato questo, la domanda che a livello medico ci si pone è quale possano essere i danni di questa malattia negli anni a venire. “Troveremo un'insufficienza cardiaca a esordio giovanile nei sopravvissuti o una demenza a esordio precoce? Queste sono domande senza risposta che richiedono un approccio precauzionale di salute pubblica, per mitigare la diffusione di questo virus", ha continuato la dottoressa MacIntyre.

L’importanza della prevenzione, nasce quindi non soltanto dall’evitare conseguenze estreme come la morte, ma anche dall’incertezza di cosa potrebbe comportare in futuro l’aver contratto il virus. Sempre la dottoressa MacIntyree ha parlato di una correlazione supportata anche da precedenti studi, che mostrano come il virus uccida direttamente le cellule del muscolo cardiaco, e per questo poi i pazienti sopravvissuti, possano soffrire dei "deficit cognitivi" spesso lamentati.

L'ipotesi degli scienziati del NIH è che l'infezione del sistema polmonare può causare una fase "viremica" precoce, in cui il Coronavirus è presente nel flusso sanguigno in tutto il corpo, e questo spiegherebbe la diffusione nei vari organi. Lo studio sui pazienti deceduti ha poi rilevato come il virus sia stato trovato sia in quelli deceduti ad un mese dal contagio, sia in quelli precedenti, fino addirittura in quello morto da 230 giorni. Questo: "Può aiutarci a comprendere il declino neurocognitivo o la cosiddetta "nebbia cerebrale" e altre manifestazioni neuropsichiatriche del Long Covid". ha riferito Ziyad Al-Aly sullo studio.

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