L'orgoglio di chi rispetta le regole

Ci sono momenti in cui un episodio cambia la percezione comune di un fenomeno. Certo, il terreno deve essere fertile, i tempi maturi

L'orgoglio di chi rispetta le regole

Ci sono momenti in cui un episodio cambia la percezione comune di un fenomeno. Certo, il terreno deve essere fertile, i tempi maturi. Ma capita che una scintilla getti una luce nuova sui fatti, aiutando tutti a capirli meglio. Non è per nulla sicuro che l'Italia sia pronta ad archiviare il clima da tutti contro tutti, ma ieri a Torino qualcosa è cambiato. Le partite Iva scese in piazza per protestare contro le chiusure hanno cacciato i negazionisti no mask nascosti sotto la sedicente bandiera di difensori dei diritti umani. Era dagli striscioni di marzo per i medici che non si assisteva a un gesto così significativo.

Di rivoluzionario, in apparenza, c'è poco: manifestanti che prendono le distanze da altri manifestanti, cose già viste. In realtà, in quell'«andate via!» gridato dai lavoratori autonomi c'è l'orgoglio di chi - chiuso, costretto alla cig, a licenziamenti e a tagli di incassi - comunque rispetta le regole. E che non accetta che le sue legittime e civili istanze siano trascinate nel fango miserabile del complottismo egoista.

È tempo di fare chiarezza. I cittadini che criticano le misure di contenimento del Covid non sono tutti uguali, non è un'unica legione. Ci sono quelli che gridano al liberticidio, che la mascherina è un giogo, che loro no, non sono schiavi, e per questo (o forse solo per ammantare di filosofia la voglia di farsi i propri comodi) non seguono le istruzioni: niente protezioni, assembramenti a piacimento, spostamenti senza limiti. Sono pochi, ma fanno danni enormi. Poi ci sono quelli che invece le regole le rispettano, perché sono cittadini perbene. Sono i ristoratori e i negozianti che hanno speso cifre notevoli per igienizzare, distanziare, prendere la temperatura, ma anche i lavoratori dipendenti coscienziosi; sono i genitori che si organizzano per la didattica a distanza e portano i nipotini sotto la finestra dei nonni a salutare perché «salire non si può»; sono quelli che fanno jogging da soli e non con gli amici anche se è più noioso, quelli che rinunciano alla seconda casa. Tanti di loro pensano che le istituzioni non abbiano fatto abbastanza e che il lockdown sia la dimostrazione plastica dell'incompetenza di chi governa. Ma sanno scindere fra il dovere di rispettare le regole e il diritto di criticarle, specie se a pagare sono sempre loro.

In quell'«andate via!» c'è tutto il fastidio di chi si comporta responsabilmente e vede la sua libertà limitata anche per colpa di chi continua a infischiarsene. C'è la rabbia di chi è abbastanza intelligente da capire che la situazione è seria e non abbastanza furbetto e spregiudicato da approfittarsene per vivere fregandosene del prossimo. È una voce potente, civica, senza partito e senza divisione di classe, che merita di essere ascoltata da uno Stato che da sempre preferisce fare molte leggi piuttosto che farne rispettare poche. Nessuno la inquini con la disobbedienza incivile condita da panzane negazioniste, ma qualcuno cominci ad ascoltarla, perché chi rispetta le regole è la parte più sana del Paese e non possiamo permetterci di perderla per strada.

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