L'Ucraina ridotta a Risiko

A volte si resta sorpresi, per non dire interdetti, dalle congetture e dai ragionamenti con cui ci si rapporta al conflitto ucraino

L'Ucraina ridotta a Risiko

A volte si resta sorpresi, per non dire interdetti, dalle congetture e dai ragionamenti con cui ci si rapporta al conflitto ucraino. Due giorni fa il governo di Londra ha spiegato che con le armi inglesi le truppe di Kiev possono colpire obiettivi in Russia: in simili frangenti Boris Johnson, o chi per lui, avrebbe fatto meglio a stare zitto, evitando di tirare in ballo un argomento del genere. Su questo non ci sono dubbi. La replica del Cremlino, però, per alcuni versi, è stata ancora più assurda e surreale. La risposta di Putin è stata una sequela di minacce per dire che se gli ucraini usassero armamenti occidentali per attaccare il territorio russo, Mosca non escluderebbe di colpire obiettivi in Paesi Nato. A parte il fatto che, se dovesse seguire la stessa logica folle, Kiev potrebbe mettere nel mirino in teoria pure Iran o Cina, Paesi da dove provengono armi in dotazione dell'ex-Armata rossa, ciò che colpisce di più è l'arroganza, quasi il bullismo della posizione russa: il Paese «aggressore» esige che il Paese «aggredito» faccia la guerra solo all'interno dei suoi confini, non deve reagire colpendo in territorio nemico. Insomma, deve abbozzare.

Una pretesa che dà l'idea di come nella mentalità del regime di Mosca l'Ucraina sia una vittima predestinata che può solo soccombere: lì la Russia può commettere crimini o bombardare le città a tappeto impunemente, senza temere conseguenze sul proprio territorio. La cartina del Risiko dei giochi di guerra del Cremlino, infatti, comprende solo l'Ucraina. Per Putin le reazioni in terra russa non avrebbero, quindi, la legittimità delle azioni di guerra, ma sarebbero offese all'inviolabilità dell'impero.

È un ragionamento che nella sua asimmetria fa sorridere, ma nel contempo colpisce perché dimostra come il Cremlino non riconosca nessuna dignità alla nazione ucraina, né alla sua resistenza. Quel popolo è trattato come carne da macello: e ciò, purtroppo, vale per la guerra come per il negoziato. Anche su questo versante, finora, la Russia non tratta, ma avanza proposte che per lei non sono base di un compromesso, ma esige solo che siano accettate.

Così non si va da nessuna parte. E i primi a comprenderlo dovrebbero essere i fautori del negoziato a tutti i costi che somiglia tanto alla resa dell'Ucraina a qualsiasi condizione. Una logica miope, perché la questione ormai non riguarda solo Kiev: se non si convince lo Zar che non è onnipotente, si rischiano infatti grossi guai in futuro. A volte i pacifisti senz'anima nostrani, per essere convincenti nel richiedere una trattativa con qualsiasi esito, anche quello di abbandonare l'Ucraina al suo destino (finora è l'unico spiraglio che lascia aperto Mosca), evocano l'incubo della terza guerra mondiale. Ebbene, debbono aver studiato la storia sul Bignami: l'ultimo conflitto mondiale discese da una trattativa a senso unico, quella che l'allora primo ministro inglese Neville Chamberlain tentò con Adolph Hitler dopo l'aggressione della Germania ai danni della Cecoslovacchia e della Polonia. Le democrazie occidentali peccarono di arrendevolezza e non ne scaturì una pace, ma una guerra. Putin non è sicuramente Hitler, non scherziamo: è lui, però, che ha l'onere della prova.

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