Meloni ancora scettica "È soltanto tatticismo"

Questione di punti di vista, certo. Ma - potrebbe sembrare paradossale - dentro Fratelli d'Italia non sono affatto preoccupati dalle manovre di avvicinamento tra Forza Italia e Lega.

Meloni ancora scettica "È soltanto tatticismo"

Questione di punti di vista, certo. Ma - potrebbe sembrare paradossale - dentro Fratelli d'Italia non sono affatto preoccupati dalle manovre di avvicinamento tra Forza Italia e Lega. Anzi, c'è persino chi arriva a definire una possibile fusione tra i due partiti una sorta di «regalo». E questo nonostante Matteo Salvini abbia dato il suo via libera all'operazione proprio nel tentativo di arginare la corsa di Giorgia Meloni, che i sondaggi danno in continua crescita e che sembra ormai prossima al sorpasso sulla Lega.

Solo il tempo potrà dire chi ha davvero ragione. Di certo, quella di Fdi non è una posizione di facciata, visto che anche nelle varie chat interne di deputati e senatori nessuno sembra avere dubbi: se davvero dovesse andare in porto una fusione tra Forza Italia e Lega non pagheremo alcuno scotto. Anzi, sono in molti a pensare che sarà esattamente l'opposto.

D'altra parte, le obiezioni che arrivano da Meloni sono assolutamente ragionevoli. Pubblicamente la leader di Fdi si è limitata a dire che il suo partito non è coinvolto e che «guarda con rispetto» a quanto accade in casa altrui. Ma in privato non ha mancato di usare toni più critici, ben consapevole che Salvini ha come primo obiettivo quello di evitare il sorpasso di Fdi sulla Lega e restare, dunque, il candidato del centrodestra a Palazzo Chigi quando si andrà a votare. Ma alle politiche manca ancora un bel po': due anni se si andrà alla scadenza della legislatura, quasi uno se si dovesse votare dopo aver chiuso la pratica del Quirinale. E nel frattempo, i contraccolpi dell'operazione si faranno sentire. Secondo Meloni, infatti, un'eventuale fusione è una «scelta tattica» e «a freddo» che non pagherà, anzi «premierà ancora di più la coerenza di Fdi».

Intanto perché l'emorragia di consensi dalla Lega è iniziata con la decisione di Salvini di appoggiare il governo di Mario Draghi per poi sposare un approccio a volte di compromesso e certamente più moderato. La fusione non potrebbe che spingerlo ancora di più in quella direzione, soprattutto se in Europa fosse seguita dal tentativo - teorizzato da tempo da Giancarlo Giorgetti - di entrare nel Ppe. La leadership di Salvini, è la convinzione, è ormai troppo caratterizzata e difficilmente compatibile con una linea centrista. Al punto che, è la riflessione che fanno ben tre colonnelli di Fdi, anche per una parte dell'elettorato di Forza Italia potrebbe essere più attraente Meloni rispetto a un partito unico guidato da Salvini.

Più in generale, comunque, la convinzione della leader di Fdi è che in politica «le fusioni non sono mai a saldo positivo» e non si capisce perché questa volta dovrebbe essere diverso. D'altra parte, esattamente lo stesso ha teorizzato per anni Umberto Bossi. «Non sempre in politica due più due fa quattro, più spesso fa tre...», è stato uno dei vecchi adagi del Senatùr negli anni in cui si disquisiva del Pdl.

Senza considerare gli oggettivi ostacoli all'operazione. Intanto le grandi perplessità dentro Forza Italia, manifestate senza troppi giri di parole dalle ministre Mariastella Gelmini e Mara Carfagna. Ma anche quelle sottotraccia nella Lega. In queste 48 ore le chat dei parlamentari del Carroccio sono state silenti, ma questo non significa che non ci sia un fortissimo disappunto.

Qualcuno, per esempio, fa notare che proprio in questo week end il partito di Salvini ha perso pezzi al Parlamento Ue (l'eurodeputata Lucia Vuolo) e in alcuni consigli comunali (in particolare in Calabria). Altri senatori raccontano di aver passato il sabato assaliti dai militanti che chiedevano conto della fusione. Il cui primo passo dovrebbe esserci in un vertice convocato per mercoledì, per provare a ragionare sull'unione dei gruppi parlamentari di Camera e Senato. Non uno scherzo, perché significa dimezzare le poltrone dei capigruppo, ma anche quelle dei dirigenti, senza considerare il rimescolamento dei dipendenti. Un'operazione che rischia, soprattutto in Forza Italia, di dare il via alla diaspora di un buon numero di deputati e senatori verso altri lidi.

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