Otto morti, elicotteri e aereo distrutti. Disastro Usa per liberare gli ostaggi in Iran

L'operazione doveva liberare gli americani tenuti in ostaggio a Teheran. L'inesperienza e la eccessiva difficoltà della missione condussero a un disastro che costò molto anche al presidente Carter

Missione Eagle Claw: il disastro Usa per salvare gli ostaggi in Iran

Teheran. 1979. La rivoluzione che non doveva succedere (secondo la Cia) ha portato alla cacciata dello Scià Reza Pahlavi e all'instaurazione della Repubblica Islamica dell'Iran, sancita da un referendum che ottiene il 98% dei consensi, il 30 marzo.

Proprio l'arrivo dell'ex sovrano negli Stati Uniti, dove era giunto per curarsi il 22 ottobre, innesca le dure proteste del neonato governo degli Ayatollah, che ne richiede l'estradizione. Al rifiuto di Washington scoppia la protesta degli studenti islamici nella capitale iraniana, che il 4 novembre sfondano i cancelli dell'ambasciata statunitense e riescono a catturare 52 tra diplomatici e funzionari trattenendoli in ostaggio. Comincerà per loro un calvario, durato sino al 20 gennaio del 1981, quando la neoeletta amministrazione Reagan riesce a farli liberare dietro la promessa della vendita di armi – sottobanco con l'affaire Iran-Contra – da impiegare nella guerra contro l'Iraq.

Torniamo ora a quell'inizio di novembre. Nel giro di cinque giorni il presidente Jimmy Carter autorizza la creazione di una task force perché fossero esaminate le possibilità di liberare gli ostaggi. Tra le varie opzioni anche quella di un'azione militare. Dopo mesi di trattative e colloqui infruttuosi, la Casa Bianca si trova in difficoltà: il consenso interno precipita, il malcontento è diffuso. L'opinione pubblica americana chiede che si passi all'azione e ritiene che gli ostaggi siano stati abbandonati al loro destino dall'amministrazione Carter. L'8 gennaio del 1980 il presidente americano dichiara al Congresso che “qualsiasi azione militare indirizzata alla liberazione degli ostaggi si sarebbe senza dubbio conclusa con un fallimento e con la morte degli stessi” e il 27 marzo esclude pubblicamente la possibilità di un'azione militare, ma è solo una cortina fumogena stesa ad arte per nascondere il vero intento di Washington: la fase di pianificazione della missione per la liberazione dei prigionieri, denominata “Ricebowl”, era conclusa e si era passati alla parte operativa, chiamata “Eagle Claw”. Le iniziative diplomatiche proseguono comunque sino all'11 aprile, ovvero sino a quando diventa evidente a tutti la loro inutilità.

Nasce Eagle Claw

Il piano per liberare gli ostaggi di Teheran è complesso, irto di difficoltà e particolarmente ardito. Otto elicotteri RH-53D Sea Stallion avrebbero dovuto decollare dalla portaerei Nimitz, incrociante nelle acque del Golfo di Oman, e volare sino a un punto nel deserto iraniano situato circa 490 chilometri a sud-est di Teheran denominato Desert One. Lì sarebbero stati raggiunti da elementi della Delta Force, la neocostituita forza speciale Usa, giunta a bordo di tre velivoli MC-130 Hercules da Masirah, un'isola al largo dell'Oman.

Successivamente la Delta avrebbe effettuato il trasbordo sugli elicotteri per raggiungere un punto a 80 chilometri dalla capitale iraniana (“Desert Two”) dove avrebbe atteso la notte per raggiungere l'ambasciata a bordo di autocarri, assaltarla, liberare gli ostaggi, e proseguire per lo stadio cittadino, dove gli RH-53 li avrebbero prelevati per portarli in un vecchio aeroporto in disuso (“Desert Three”) a Manzaryeh, una cittadina situata tra Qom e Teheran, occupato dai Ranger.

Da lì ostaggi e personale militare avrebbero volato sino a Masirah su un C-141 Starlifter. In qualunque momento dell'operazione Eagle Claw la Delta avrebbe potuto richiedere il supporto del dispositivo aeronavale messo in campo dagli Stati Uniti. Nell'area incrociavano due portaerei: oltre alla già citata Uss Nimitz, c'era anche la Uss Coral Sea, ma la copertura aerea alla missione sarebbe stata fornita da due aerocannoniere AC-130E: una avrebbe dovuto assicurarsi che dall'aeroporto di Meherabad non decollassero gli F-4 Phantom dell'aeronautica iraniana, l'altra avrebbe dovuto volare al di sopra dell'ambasciata pronta a fermare qualunque mezzo corazzato dovesse intervenire, per poi distruggerla allo scopo di non lasciare indietro nulla che potesse essere utilizzato dalla propaganda degli Ayatollah.

A un certo punto della pianificazione era anche stato pensato di poter portare fuori dallo stadio ostaggi e militari a bordo un Hercules appositamente modificato per poter effettuare decolli e atterraggi cortissimi, grazie all'aggiunta di un sistema a razzo denominato Rato (Rocket Assisted Take Off), ma quando l'aereo utilizzato per le prove si fracassò al suolo, l'opzione venne abbandonata.

Luce verde dalla Casa Bianca

Il presidente Carter da il via all'operazione Eagle Claw il 16 aprile, ed il 20 la Delta Force arriva a Francoforte, per poi trasferirsi a Wadi Kena, in Egitto la mattina successiva. Il 24 dello stesso mese i 132 uomini della missione Eagle Claw salgono a bordo dei tre MC-130 per dirigersi verso Desert One. Il volo a bassissima quota – circa 120 metri – per evitare di comparire sui radar iraniani è particolarmente difficoltoso nonostante l'ausilio del radar per seguire il profilo del terreno, del sistema di navigazione inerziale e di quello all'infrarosso.

Giunti sul posto, i soldati provvedono a mettere in sicurezza Desert One, mentre si attendono gli elicotteri che avrebbero dovuto caricare la Delta sino a Desert Two. Proprio in quel momento giunge sulla scena, inatteso un autobus iraniano con a bordo 43 civili. I militari americani non possono far altro che fermarlo e mettere tutti sotto sorveglianza. Poco dopo, un'autocisterna che stava contrabbandando carburante, ignorato l'alt, viene fermata con un colpo di lanciarazzi leggero M-72. L'autista si salva e fugge su un'auto che la seguiva, ma le fiamme sprigionatesi illuminano a giorno l'area.

Intanto gli elicotteri cominciano ad arrivare alla spicciolata e da tutti i punti cardinali. Di otto che ne erano decollati solo sei raggiungono Desert One: uno ha dovuto effettuare un atterraggio d'emergenza nel deserto a causa della sospetta rottura di un rotore causata dalla tempesta di sabbia che si era scatenata lungo la rotta, un altro, per un guasto agli strumenti sempre a causa della sabbia, era riuscito a tornare sulla Nimitz. I sei RH-53D superstiti arrivano a Desert One con un ritardo compreso tra la mezz'ora e l'ora e mezza sulla tabella di marcia: tutti quanti hanno incontrato, durante il volo, le peggiori condizioni ambientali possibili e i due elicotteri di testa erano stati costretti ad atterrare nel deserto e attendere una ventina di minuti che la tempesta si calmasse.

I piloti sono esausti, al punto che si mette in dubbio che possano proseguire nella missione. Eagle Claw, però, è ancora operativa. Gli RH-53D vengono riforniti da serbatoi a vescica caricati su tre EC-130 - che hanno accompagnato gli MC-130 - che devono tenere i motori accesi per poter ripartire, ma il ritardo accumulato è tanto, ed il carburante nei serbatoi degli aerei comincia a scarseggiare.

Proprio durante le operazioni di rifornimento l'equipaggio di uno degli elicotteri scopre un guasto potenzialmente pericoloso all'impianto idraulico causato molto probabilmente un atterraggio particolarmente “pesante” oppure sempre dalla tempesta di sabbia. In ogni modo il danno non è riparabile e l'RH-53 deve essere abbandonato. Eagle Claw deve essere abortita: era stato stabilito, infatti, che fossero necessari almeno cinque elicotteri per il successo della missione, e pertanto i restanti cinque non sono sufficienti. Sembra che i comandanti dei Ranger e della Delta avessero comunque richiesto l'autorizzazione a proseguire: fonti di intelligence francesi riferirono, successivamente, che secondo le intercettazioni radio effettuate da Israele vi erano state al riguardo accese discussioni col comando avanzato di Wadi Kena.

La tragedia

I militari, scoraggiati, si predispongono per il rientro. Benché nel piano originario gli elicotteri dovessero essere abbandonati e distrutti, non c'è tempo per farlo e si pensa di riportarli sulla portaerei. A questo punto al disastro si aggiunge la tragedia. Il primo RH-53 arrivato, che doveva avvicinarsi all'EC-130 per essere rifornito, mentre passa, in virata, sopra un Hercules, lo urta col rotore causando una forte esplosione che coinvolge entrambi i velivoli.

La palla di fuoco che ne scaturisce e le munizioni che esplodono impediscono al personale di avvicinarsi per prestare soccorso. Il bilancio è di otto morti, tre dei quali facenti parte dell'equipaggio dell'elicottero.

I restanti RH-53D vengono abbandonati a Desert One, perché ormai il carburante negli Hercules scarseggiava a tal punto che si dubitava fosse sufficiente per raggiungere Masirah. Nell'isola omanita i Ranger, i Marines e la Delta salgono a bordo del C-141 che avrebbe dovuto caricarli insieme agli ostaggi a Desert Three, e fanno rotta per la base aerea di Ramstein, per poi tornare in Patria.

L'eco della disfatta statunitense è enorme, e ha sicuramente contribuito alla dipartita del presidente Carter dalla scena politica. L'operazione Eagle Claw sarebbe anche potuta andare a buon fine se fosse stata preparata con molta più cura: gli Stati maggiori statunitensi l'avevano pianificata con margini di errore palesemente ampi, forse ritenendo che l'opzione militare fosse un pro forma, una scelta inattuabile ma comunque da contemplare. Al fallimento contribuì anche una certa inesperienza del personale tecnico a bordo della Nimitz, che aveva sottovalutato le condizioni ambientali avverse – date anche dalle elevate temperature – e sicuramente una buona dose di sfortuna. Ma possiamo dire, senza timore di essere smentiti, che il piano era troppo ambizioso e articolato, e destinato a fallire per la mancanza di un unico comando in grado di concepire una missione di forze speciali: troppi elementi delle forze armate Usa erano stati coinvolti nella sua pianificazione, in una specie di gara a ottenere parimenti una “fetta di torta”.

Gli Stati Uniti, però, di quel clamoroso e tragico fallimento hanno fatto tesoro: i vertici del Pentagono crearono, successivamente, il comando delle operazioni speciali e quello per le operazioni speciali dell'esercito, alle cui dipendenze venne messa la Delta Force, oltre al 160esimo Special Operations Aviation Regiment e al Naval Special Warfare Development Group (Seal Team Six) della Marina.