Ringrazio, innanzitutto, il Giornale per la possibilità di esprimere qualche considerazione su quanto sta accadendo. Non intendo entrare in merito agli addebiti formulati che sono ora all'attenzione della magistratura, di cui ho pieno rispetto e fiducia.
Per la mia formazione culturale, da questa vicenda non posso non trarre profonde riflessioni sulla realtà costituzionale che dovrebbero essere all'attenzione di tutti, specialmente di chi ha a cuore la custodia della Costituzione.
Ho sempre difeso strenuamente la libertà di espressione e il diritto all'informazione: "pietra angolare dell'ordine democratico", come sancì la Corte costituzionale sin dalle sue prime sentenze. E tuttavia, come proprio la Corte volle chiarire, questo diritto è tale nella misura in cui, come ogni diritto fondamentale, non sia "tiranno" ma rispetti gli altri diritti, parimenti fondamentali, che possano risultarvi contrapposti.
Tra questi vi sono, innanzitutto, il diritto costituzionale al rispetto della dignità personale e alla riservatezza, come pure il diritto alla difesa e al giusto processo.
Tali diritti fondamentali sono stati, in questa vicenda, calpestati come raramente è avvenuto in passato.
Qui si è di fronte a una turbativa molto seria degli equilibri istituzionali: un soggetto sanzionato ha scatenato la sua straordinaria forza mediatica, usando un servizio pubblico, per colpire il soggetto sanzionatore che, come suo dovere, ha applicato la legge per un comportamento illecito.
Non siamo più nella fisiologia di un sistema di regole giuridiche dove una sanzione di una Autorità, se ritenuta sbagliata può, anzi deve, essere impugnata ed eventualmente riformata dai competenti organi giurisdizionali.
Siamo altrove.
Siamo di fronte a una aggressione che è avvenuta in modo virulento, senza nessuna garanzia di contraddittorio e di difesa, come invece avviene in un'aula di Tribunale, aggiungendo manipolazione mediatica a manipolazione mediatica.
Questo è un mondo parallelo a quello della giustizia, e di impatto terribilmente più forte, immediato, travolgente e destruente di fronte al quale il destinatario è solo una vittima precostituita da annientare.
Un mondo barbaro, regressivo, in cui ciascuno di noi può diventare il destinatario di tali violenze a piacimento di chi ne ha l'incontrastato potere e si assume intoccabile.
Un mondo dove non c'è un processo con una verità da accertare davanti a un organo terzo: perché qui la "verità" è stata già scritta e imposta da chi sferra questi smodati attacchi avvalendosi del suo immenso potere.
Un mondo che finisce per annientare anche le procedure della giustizia, perché quale che sia poi la verità giudiziaria accertata, la traccia che ormai ha impresso alle persone la farà scomparire se non addirittura sospettare.
Tutto questo avviene con una strategia orchestrata di impensabili violazioni della corrispondenza personale, dei segreti di ufficio, pedinamenti fin nel privato, utilizzo di "talpe" mirate, ricostruzioni distorte e deformate di fatti e di numeri validate da periti di parte, ad arte buttati e ricomposti in una trasmissione del servizio pubblico come unica, inesorabile, "verità".
Rilanciate e amplificate all'ennesima potenza sulla stampa e sui media da politici interessati e giornalisti ancillari.
Senza alcuna tutela per il cittadino, senza alcun rispetto, distruggendo, talvolta per sempre, la reputazione delle persone prese di mira.
Può questo essere compatibile con il vivere civile di un ordinamento costituzionale democratico?
È questo ancora uno Stato di diritto, dico, rivolgendomi a chi ne ha davvero a cuore le forme e le sostanze?
Può una democrazia procedere così?
* vicepresidente del Garante della Privacy