Non si guida il Paese dal sedile posteriore

Testa o croce. È come lanciare una moneta d'argento e affidarsi alla buona sorte. Testa, Draghi resta a Palazzo Chigi; croce va al Quirinale

Non si guida il Paese dal sedile posteriore

Testa o croce. È come lanciare una moneta d'argento e affidarsi alla buona sorte. Testa, Draghi resta a Palazzo Chigi; croce va al Quirinale. Non c'è ormai nulla di razionale nel racconto di questa storia. Non ti aiutano neppure i grandi quotidiani stranieri, che d'altra parte guardano all'Italia come la terra del «Trono di spade», dove la politica è una sciarada e si vive perennemente al confine dei venti. La via più breve tra due punti, come celiava Flaiano, da queste parti è spesso un arabesco.

Adesso si sta qui a ragionare sulle parole di Bill Emmott, storico direttore dell'Economist e ora firma del Financial Times, che tifa per Draghi al Colle. È, sostiene, il minore dei mali. Il ragionamento in sintesi è questo: per l'Italia è meglio avere SuperMario sette anni al Quirinale che un anno tribolato al governo. Lassù, come capo dello Stato, avrebbe comunque la possibilità di garantire un certo percorso di riforme e sfumare la diffidenza degli alleati europei. Sarebbe un'assicurazione sui soldi comunitari meno diretta, ma più lunga.

Quello che Emmott non dice è la necessità di introdurre in Italia una sorta di semipresidenzialismo di fatto, con un'interpretazione del Colle più invasiva. Toccherebbe insomma a Draghi fare da tutore ai prossimi capi di governo. È un salto, nel buio, costituzionale. Tutto questo non renderebbe la vita pubblica italiana più chiara e rischierebbe di aprire un conflitto tra Quirinale e Palazzo Chigi, con sospetti e ambiguità sul confine dei poteri.

Il sospetto è che da Draghi ci si aspetti sempre troppo. Lo stesso Financial Times qualche giorno fa si augurava che la moneta mostrasse testa. Il trasloco da Palazzo Chigi sarebbe una sciagura, con un'Italia instabile e irrequieta, poco affidabile anche in Europa. La realtà è che sul destino di Draghi ognuno investe speranze e paure. C'è chi lo vede come il leader europeo destinato a farsi carico del ruolo svolto finora da Angela Merkel, un punto di riferimento e di equilibrio delle future politiche europee. In questo caso l'ipotesi Emmott sarebbe però fragile. Il Draghi quirinalizio non potrebbe essere protagonista in Europa. Non lo vedi ai vertici che contano, non pesa, non è operativo. Non toccherebbe a lui confrontarsi con Macron, presidente con poteri esecutivi, o con Scholz. Non sarebbe come la Merkel, che si muoveva da cancelliere e non da capo dello Stato di una Repubblica parlamentare.

Quanti sono quelli che senza barare ricordano all'istante il presidente della Repubblica federale tedesca? Il ruolo futuro di Draghi passa anche da qui, da questa domanda.

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