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Il dolore in strada tra psicologi e sopravvissuti salvati dal destino. "Ho visto gli altri bruciare e cadere"

Crans-Montana sotto choc scopre il lutto. Il silenzio del bar vicino alle boutique chic

Il dolore in strada tra psicologi e sopravvissuti salvati dal destino. "Ho visto gli altri bruciare e cadere"

Sierre è giù a valle e quando ci arrivi la montagna la vedi ancora lontana. C'è un sole pallido che quasi rassicura, filari di viti perché qui si sono seduti i romani e chiamavano questo posto il borgo delle cento colline. La neve è su, in alto. Crans-Montana è un nome da rotocalco, da piste da sci, da Ferrari in vacanza e residenti italiani che qui ci vengono per fare la stagione. Per arrivare in cima ci vogliono dodici chilometri e una ventina di minuti di auto lenta senza pensare troppo al domani. Sembra un buon posto per finire l'anno, come una coda delle vacanze di Natale, una stella filante. Si va su senza più rotonde, chilometro dopo chilometro, pensando ai minuti che mancano, e guardando distratti i cartelli. Una curva e Bluche, una curva e Mollens, una curva e la neve sporca la strada, una curva e il vento non si sente. Si va su con quest'ansia che non passa, una curva e ti chiedi se questa sia Chermignon, una curva e sei a Randogne. Ci siamo quasi. Una curva e c'è una brasserie, una curva con il primo ristorante italiano, una curva e una pubblicità di sci alpinismo avverte che il 10 gennaio ci sarà le nocturn du loup e con la mail con le iscrizioni. Chissà se lo faranno comunque. Chissà cosa immaginavano, sentivano, i ragazzi e le ragazze che venivano da Milano, da Genova o da Torino passando di qua? Chissà chi, non cosa, li stava aspettando?

Quando arrivi ti rendi conto che questo posto è cresciuto troppo in fretta. All'inizio era Crans e Montana senza trattino, due villaggi con l'aria buona, poi arriva la villeggiatura e i sanatori, i primi sciatori intraprendenti e poi i campi da golf, un turismo per pochi ma di quattro stagioni. È settant'anni fa che si presenta l'aristocrazia, la finanza discreta e la diplomazia informale. Crans-Montana, con il trattino, non è stata pensata per la tragedia. Il lutto qui non dovrebbe esistere. Invece c'è, con i fiori portati lì uno dopo l'altro a coprire la strada, con il capo dei vigili del fuoco che non riesce a raccontare quello che ha visto, i corpi che non si riconoscono, diventati in un attimo di plastica e confusi, irriconoscibili. Qualcosa che non si può neppure paragonare, sostiene, alla tragedia di sette anni fa, quando un pullman di turisti prese fuoco e ci fu morte, ma non questa morte, non questo rogo. La Constellation non era un locale per ricchi, non per forza, non perché sta qui, quasi come fosse all'incrocio sbagliato, accanto a un cinema di quelli che altrove non si vedono più, dove Crans si fa bella e Montana è una passeggiata da fare con gli sci in spalla. La Constellation è il locale dove andavano i giovani, perché si stava al buio e ci si perdeva, perché il pomeriggio si giocava a freccette, perché è lì che quelli di fuori incontravano chi qui ci viveva. A 16 anni in Svizzera si può bere senza problemi, lo dice la legge. È il terzo locale aperto dal francese di Ajaccio con il cognome italiano, Jacques Moretti, che adesso non si trova e sembra aver abbandonato in fretta tutto e tutti e neppure i suoi camerieri riescono a stanarlo e forse, dicono, sta male. È in un ospedale, in Corsica. Dicono. Non molto lontano dal club-disco c'è "Il senso", per gli aperitivi, e per la cena c'è "Le vieux chalet". Tutti suoi. Non ne parlano bene. Non piace il cibo e non piacciono i cocktail, ma la Constellation è un'altra cosa. È una trappola.

Lucas Darioli parla francese e ha diciassette anni e sembra Rimbaud con i capelli più biondi. È un sopravvissuto. Non riesce a stare zitto, non riesce a stare fermo, non riesce a non dire quello che è successo, perché la porta di emergenza non si apriva, perché da lì si bussava inutilmente e lui è stato fortunato a stare per caso, per una di quelle cose che non si sa dove sono scritte davvero, vicino all'ingresso principale, ma gli altri lui li ha visti bruciare e cadere, poco dopo averli sentiti gridare "allez, allez" ed erano i suoi amici. Ora parla, racconta, non si chiude, come gli hanno suggerito gli psicologi che ovunque girano per strada, per ritrovare uno straccio di pace.

Crans-Montana è una strada spezzata. Quel posto, dice la signora che ha il negozio davanti al Constellazion e non ha perso l'accento toscano, non avrebbe mai dovuto aprire. "In Italia con un soffitto così non lo avrebbero permesso. Qui si vive bene, si fanno i soldi, ma ci sono regole tutte loro". Ringrazia il divorzio dal marito, la lontananza. "Mia figlia è andata da lui per le vacanze e si è salvata. Lo scorso anno aveva festeggiato il Capodanno laggiù. Ci vuole fortuna. La figlia di una mia amica di Milano si è salvato perché il ragazzo è riuscito a spingerla oltre la porta". E lui? "Niente". Come niente? "Il ragazzo se lo sono preso le fiamme. È morto".

La strada che dal Constellation va verso Montana è una parata di pubblicità, quelle che ormai faticano a stare sui quotidiani. Una boutique dopo l'altra fin dove si incontra la neve: Max&Moi, Rolex, Maison Lorenz Bach, L'atelier di Temps, Mont Blanc, Louis Vuitton, Loro Piana e si può andare avanti a lungo. All'inizio del viale c'è però un caffè dove nessuno parla. Stanno lì come in una chiesa e ascoltano, senza che si senta sbattere una tazza o tintinnare un bicchiere, la conferenza stampa in televisione del capo della polizia. È l'unica voce che riempie, in diretta, il caffè "Le postignon".

Conta i morti e sono 47 e poi i feriti per nazionalità: settantuno svizzeri, quattordici francesi, undici italiani, quattro serbi e poi bosniaco, belga, polacco, lussemburghese, portoghese. Per 14 la nazionalità per ora è sconosciuta. Le cifre sono provvisorie.

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