"Vi racconto il mio Luca Varani, ucciso a martellate per gioco..."

A quattro anni dall'omicidio, il professor Davide Toffoli racconta la storia di Luca Varani: "Era un ragazzo semplice, ha pagato con la vita la sua ingenuità"

"Vi racconto il mio Luca Varani, ucciso a martellate per gioco..."

"Arrivava a scuola con mezz'ora d'anticipo, col pallone caricato nel baule della Micra bianca, e se ne stava nel campetto di calcio a tirare calci prima dell'inizio delle lezioni. Faceva impazzire il custode, Antonio, che gli diceva di andare in classe. Era un ragazzo semplice, ingenuo e buono come pochi". Il ragazzo del quale racconta il professor Davide Toffoli, insegnante di lettere alla scuola superiore Einstein-Bachelet di Roma, è Luca Varani. Ne parla come se fosse ancora in vita, come se domani quel giovane dallo sguardo schivo possa varcare ancora la soglia dell'istituto, ancora con quel pallone attaccato ai piedi, pronto a "buttarla in caciara" coi compagni di classe prima delle lezioni. Vittima di una mattanza disumana, consumatasi il 4 marzo 2016 in un appartamento al decimo piano di via Igino Giordani 2, alla periferia est della capitale, Luca è balzato agli orrori della cronaca all'età soli 23 anni. Un festino segnato da fiumi di alcol e droga, sfociato in un delitto efferato. I suoi aguzzini, Manuel Foffo e Marco Prato, lo hanno trafitto per più di 100 volte con coltello e martello per il solo gusto di uccidere. Una crudeltà sconosciuta all'animo puro di Luca, incline per natura alla gentilezza e ai buoni sentimenti. "Era un ragazzo umanamente eccezionale", racconta il professor Toffoli a ilGiornale.it.

Che ricordo ha di Luca?

"Ho un ricordo bellissimo. Erano gli anni in cui lavoravo alla scuola serale e Luca, finché ha frequentato, era un bel 'personaggio', un ragazzo alla ricerca di se stesso. Era umanamente eccezionale oltre che un piccolo 'mostro' in matematica. Avevamo stabilito un bel rapporto, di profondo rispetto e reciproca stima. Tant'è che quando ha mollato, perché voleva lavorare, è sempre tornato a salutarmi. Ricordo, anzi, che tutte le volte che veniva diceva: 'Prima o poi ritorno perché il diploma me lo voglio prendere'. Poi, purtroppo, è andata diversamente".

Ha un aneddoto che lo riguarda?

"Ne ho uno in particolare. Al tempo in cui Luca frequentava la scuola serale, c'era un ragazzo, un signore adulto per la verità, con problemi psichici. Una volta Luca ebbe un diverbio con una professoressa e questo suo compagno di classe lo rimproverò per aver alzato la voce con l'insegnante. Al rientro in aula, Luca era dispiaciuto per la reprimenda ricevuta dall'amico. Ricordo esattamente cosa disse: "Mi ha fatto un pistolotto che ci sono rimasto malissimo. Però c'ha ragione lui, mi ha aperto agli occhi, devo chiedere scusa alla prof". Questo la dice lunga sul tipo di persona che era, lui ascoltava chiunque e aveva un profondo rispetto per tutti. Lui era molto attento alle persone con fragilità, sempre molto affettuoso con loro. C'è un ragazzo disabile, qui in zona, che va ancora in giro con la sua foto e racconta a tutti che Luca gli offriva il caffé".

Luca veniva dalla Jugoslavia della guerra. Le ha mai raccontato qualcosa del suo passato?

"Sicuramente era un ragazzo che aveva dentro qualche interrogativo ma con me non ha mai parlato. Anzi, era legatissimo al nonno, credo fosse quello materno, e quando morì ne rimase profondamente scosso. Ci parlava spesso di lui, diceva che era il suo punto di riferimento. E poi, va be', ci rompeva sempre le scatole con la sua fidanzata Marta Gaia, ne parlava costantemente, tanto che noi lo prendevamo pure in giro. L'ultima volta che l'ho visto era passato da scuola per mostrarmi il tatuaggio che aveva sul braccio dedicato alla sua ragazza".

Come ha appreso la notizia di quello che era successo?

"Era l'ora di cena, stavo guardando il telegiornale ed è passata la foto di Luca: in quel momento mi si è gelato il sangue. Neanche il tempo di realizzare cosa fosse successo e il mio cellulare ha cominciato a squillare all'impazzata. Ricordo telefonate paradossali fatte solo di pianti e singhiozzi, io stesso faticavo a parlare. È stato un colpo durissimo".

Cosa ha fatto subito dopo?

"Noi insegnanti abbiamo cercato subito di intervenire, sentivamo la necessità di stringerci attorno alla famiglia e di mediare per loro. Silvana, la mamma di Luca, non ha parlato per giorni da tanto era sotto choc. E poi c'era Pino, il papà, sopraffatto dalla rabbia che invece era un fiume in piena, incontenibile. Ricordo di averlo accompagnato dall'avvocato per la lettura della prima deposizione di Foffo, quella in cui si raccontava dello scempio di cui Luca era stato vittima. È stato straziante dover leggere a quell'uomo cosa avevano fatto quei due disgraziati al figlio. I genitori di Luca sono persone perbene, semplici, e pensare che gli sia arrivato addosso tutto quel dolore gratuito fa ancora più male".

Luca è stato definito dai suoi assassini un ''marchettaro''. Cosa ha pensato quando lo ha saputo?

"Non riuscivo proprio a collocarlo, conoscendolo a fondo, in un contesto del genere. Parlando proprio fuori dai denti, e senza addentrarmi nel merito della vicenda giudiziaria, penso che si sarebbe dovuta seguire un'altra pista, quella dello spaccio ad esempio. Luca era molto ingenuo, un bersaglio facile. Casomai lo vedrai più collocato in un contesto del genere, magari coinvolto in un favore fatto a degli amici. Tutta quella storia delle marchette la trovo proprio inconcepibile. E, per assurdo, anche se così fosse stato, la brutalità di un omicidio che non si giustifica. Gli hanno teso un trappolone, lui ci è finito dentro perché non ha avuto la lucidità di leggere il pericolo. Luca ha pagato la sua ingenuità".

Manuel Foffo è stato condannato a 30 anni di carcere. Ritiene sia una pena equa per il reato commesso?

"Penso che, nel contesto processuale, fosse il massimo imponibile. La cosa che mi ha più impressionato, al di là della efferatezza con cui si sono avventati su Luca, è il fatto che il corpo senza vita di Luca sia rimasto in quella casa per giorni. Credo che se esiste l'inferno, e gli assassini di Luca hanno avuto un minimo di lucidità, lo abbiano vissuto proprio in quelle ore. Due giorni con quel peso sullo stomaco, davvero non so come abbiano fatto a sopravvivere".

Come può la società ''partorire" individui come Foffo e Prato?

"In un certo senso, sono anche loro delle vittime. Credo che per distruggere una vita devi prima aver mandato già in frantumi la tua. Uno era schiacciato dal peso della famiglia, l'altro aveva una personalità fortemente complessa, travagliata. Questa storia è l'intreccio di situazioni personali complesse che hanno finito per incrociarsi e deragliare in un unico, tragico binario. Probabilmente è colpa della società, forse delle famiglie. Non sono nessuno per puntare il dito contro qualcuno. Certo è che abbiamo costruito una società poco umana, so solo questo. E tutto quello che possiamo fare adesso è fare in modo che storie come questa non si ripetano mai più".

Ripensa mai a Luca?

"Certo, vado a trovarlo anche spesso al cimitero. La cappellina in cui riposa è sempre invasa da fiori, ce ne sono a bizzeffe al cimitero di Porta Nuova. Qualche volta ho dei rimpianti, penso che se avesse continuato a frequentare la scuola tutto questo non sarebbe mai accaduto. Ovviamente si tratta di considerazioni che lasciano un po' il tempo che trovano, me la racconto insomma. Ma con i se e con i ma non si va da nessuna parte. Probabilmente se avesse avuto il cellulare scarico quella sera, si sarebbe salvato, chissà".

Professore, c'è uno spiraglio di luce alla fine di questa drammatica storia?

"Se c'è una speranza, i genitori la incarnano perfettamente. Dopo anni di tormento, adesso stanno ritrovando un po' di serenità. La stanza di Luca è rimasta intatta, con tutti i poster e le foto ancora appese alle pareti. E il papà, se vai a trovarli, è ben lieto di offrire una fetta di salame o del liquore che fa lui. Sono tornati ad essere quello che sono sempre state, persone semplici: ora, con un macigno sul cuore".

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