Le parole del Papa e i silenzi della Ue

È vero, a volte le parole di Francesco sui migranti sono sembrate troppo ruvide o troppo allineate con quelle di chi difende un'accoglienza indiscriminata

Le parole del Papa e i silenzi della Ue

È vero, a volte le parole di Francesco sui migranti sono sembrate troppo ruvide o troppo allineate con quelle di chi difende un'accoglienza indiscriminata. A Lesbo, però, il suo affondo sul «naufragio della civiltà europea» non poteva essere più giustificato. Molti dei migranti prigionieri di quell'isola arrivano da Afghanistan, Somalia e Congo. Paesi dove al comune denominatore della guerra s'aggiunge la violenza jihadista o quella tribale. Lì non approdano i turisti da barcone arrivati sulle coste italiane con animali domestici al guinzaglio. Lì si fugge da guerre e persecuzioni che garantiscono l'accoglienza riconosciuta dalla Convenzione di Ginevra.

Ma Bruxelles preferisce scaricare sulla Grecia la detenzione di quell'umanità disperata. E allora fa bene Papa Francesco a sferzare l'Europa, ingiungendole di vergognarsi «davanti ai volti dei bambini». Dietro all'indecenza di quei campi c'è la mancata riforma di un Trattato di Dublino diventato la miglior legittimazione dell'egoismo europeo. Bloccando irregolari e richiedenti asilo nelle nazioni di primo arrivo - quindi nei Paesi rivieraschi come Grecia, Italia e Spagna - ed escludendo meccanismi di ripartizione o rimpatrio quel trattato legittima gli obbrobri di Lesbo e trasforma donne, uomini e bambini in carcerati senza processo. Grazie a quei campi l'Europa può fingere di non sapere. O mostrarsi candidamente stupita quando il traffico d'uomini fiorisce fin dentro i suoi confini, trasferendo naufragi e stragi dal Mediterraneo alla Manica.

Ma l'inerzia di un'Europa incapace di operare nei Paesi d'origine dei migranti e garantire corridoi umanitari a chi ha diritto all'asilo è un altro regalo ai trafficanti di uomini. La stessa inerzia le impedisce azioni politiche capaci di facilitare il ritorno a casa di milioni di rifugiati. Pensiamo ai siriani in fuga. Oggi nel loro Paese il conflitto è praticamente finito. Un negoziato politico con Damasco capace di garantire il finanziamento della ricostruzione in cambio di riforme democratiche faciliterebbe il loro ritorno e disinnescherebbe l'arma di chi li usa per ricattarci. Ma anche in questo caso l'Europa non muove un dito, permettendo che l'esodo continui. «Il mare - lamentava ieri il Papa - sta diventando un freddo cimitero senza lapidi». E Bruxelles, aggiungiamo noi, continua a guardare dall'altra parte.

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