Pescherecci italiani in zone considerate "ad alto rischio": allarme della Farnesina

Dal ministero degli Esteri si sottolinea la pericolosità di pescare in acque contese con la Libia, da qui l'allarme lanciato per due pescherecci segnalati in una zona considerata "ad alto rischio"

Pescherecci italiani in zone considerate "ad alto rischio": allarme della Farnesina

Acque di nuovo agitate nel Mediterraneo centrale. A tre mesi dal ritorno a casa dei due pescherecci italiani sequestrati per diverse settimane a Bengasi, la Farnesina ha espresso preoccupazione per la presenza di altre imbarcazioni del nostro Paese nello specchio d'acqua rivendicato dai libici.

“Oggi due pescherecci del comparto di Mazara del Vallo – si legge in una nota del ministero degli Esteri riportate dall'AdnKronos – sono nuovamente entrati nell'area al largo della Libia segnalata dal Comitato Interministeriale per la Sicurezza dei Trasporti (Ccovist) come "zona ad alto rischio" per tutte le navi battenti bandiera italiana senza distinzione di tipologia”.

“Si tratta di una zona dove le autorità libiche potrebbero esercitare azioni di polizia – prosegue la nota – come il sequestro delle imbarcazioni e del pescato con la possibilità che gli stessi equipaggi possano essere detenuti per durate non prevedibili, come già avvenuto nei mesi scorsi con i pescherecci Antartide e Medinea”.

Il riferimento è proprio alle due navi della marineria di Mazara prese in consegna dalle autorità del Paese nordafricano. In quel caso sono stati gli uomini del generale Khalifa Haftar a porre sotto sequestro i mezzi dei pescatori italiani. Una vicenda risolta soltanto dopo tre mesi, quando lo scorso 18 dicembre l'ex presidente del consiglio Giuseppe Conte e il ministro degli Esteri Luigi Di Maio si sono recati a Bengasi per incontrare lo stesso Haftar.

Le preoccupazioni della Farnesina riguardano quindi la possibilità che un episodio del genere possa tornare a ripetersi. Le acque in questione risultano rivendicate dai libici. Questo perché secondo i vari governi che si sono alternati nel Paese, anche durante l'era Gheddafi, il golfo di Sirte è da considerare come “baia storica”. Dunque la Zee libica partirebbe, secondo questa ricostruzione, non alla distanza di oltre 200 miglia dalla costa, come previsto dal trattato di Montego Bay del 1982, ma a partire dalla linea ideale tracciata tra i limiti del golfo di Sirte.

Una contesa mai risolta, da qui il richiamo del ministero degli Esteri: “Si tratta di una condotta purtroppo non nuova da parte di alcuni pescherecci – ha proseguito la nota della Farnesina – recentemente sconsigliata dall'Unità di Crisi della Farnesina. È stato più volte ricordato, infatti, l'esclusiva responsabilità individuale di chi assume la decisione di recarsi in quelle acque, così come del datore di lavoro sul quale incombono precisi doveri nei confronti dei propri dipendenti”.

In poche parole, il ministero sembra voler mettere le mani avanti: qualsiasi azione contraria alle disposizioni emanate circa il comportamento da tenere in quelle acque, sarebbe eventualmente da ascrivere alla responsabilità di chi raggiunge la zona in questione. In tal modo però, potrebbe passare un altro tipo di messaggio. Ossia, gli italiani già da oggi devono iniziare a rinunciare all'idea di esercitare diritti in acque ancora formalmente contese.

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