La pistola sul tavolo

L'obbligatorietà del vaccino, che Mario Draghi ha ipotizzato due giorni fa e che ha incendiato il già facilmente infiammabile dibattito politico, somiglia molto a una pistola sul tavolo della trattativa

La pistola sul tavolo

L'obbligatorietà del vaccino, che Mario Draghi ha ipotizzato due giorni fa e che ha incendiato il già facilmente infiammabile dibattito politico, somiglia molto a una pistola sul tavolo della trattativa. Da un lato lo Stato che mira all'immunizzazione di massa contro il Covid; dall'altro i 12 milioni di italiani non vaccinati. In mezzo la pistola dell'obbligo, minacciosa e risolutiva. La questione di fondo è capire se sia carica.

L'obbligo in Italia già è previsto per alcune categorie, inoltre di fatto il vaccino è condizione necessaria per avere accesso ad alcune libertà come viaggi, stadio o ristorante. Ma qui si parla di un obbligo paragonabile a quello delle vaccinazioni infantili (difterite, poliomielite, ecc.), che comporterebbe sanzioni economiche e addirittura un trattamento sanitario obbligatorio per chi si rifiuta. Sarebbe la bomba H sulla Hiroshima dei no vax, una soluzione definitiva, ma assai conflittuale. Per questo finora il governo, che pure costituzionalmente sarebbe libero di imporlo anche domattina, non aveva mai accennato all'obbligo. Il peso di una decisione così perentoria non si può sostenere in autonomia.

Diverso invece se l'autorità del farmaco fornisse un via libera (non a caso citato dal premier in conferenza stampa) che funzionerebbe come una manleva scientifica. Cosa che però avverrà per Pfizer solo nel 2023. Prima di allora, nessuna autorizzazione piena al farmaco e dunque nessun avallo formale, al massimo dati parziali più o meno incoraggianti. La politica è sola: se Draghi vuole imporre l'obbligo, deve legiferare senza l'«ombrello» dell'Ema, come finora hanno fatto solo Indonesia, Micronesia, Turkmenistan e Tajikistan. Un azzardo, anche sul tema la maggioranza è spaccata.

Stando così le cose, la sensazione è che la pistola sul tavolo sia con buona probabilità scarica. Il che però non significa per forza inefficace. Più che un bluff, l'«OO - Operazione Obbligo» sembra infatti una manovra persuasiva da guerra fredda: sarà pure di quasi impossibile attuazione, ma il solo evocarlo può piegare qualche altro milione di cittadini mentre procede la messa a punto del vero piano: l'estensione capillare del green pass ai luoghi di lavoro, dal pubblico al privato. Nei fatti, un obbligo meno cruento, che darebbe un colpo decisivo alla campagna.

Una soluzione perfetta, se non fosse che così si chiamano in causa i sindacati. Quelli che finora hanno boicottato il passaporto vaccinale nelle mense aziendali a colpi di sciopero, quelli che si battono per evitare che i no vax siano sospesi dallo stipendio, quelli che Confindustria accusa non del tutto a torto di «fuga sistematica dalle responsabilità». Quelli che potrebbero ribaltare una storia recente di no e dare la svolta per la ripartenza in sicurezza del Paese, ma insistono a chiedere un obbligo generale che li sollevi dall'imbarazzo di scontentare i no vax. Sono gli unici che sperano che la pistola sia carica.

Commenti