Pregare in tv non è più tabù. "Così cerchiamo risposte"

C'è un pieno e c'è un vuoto. Di solito la tv vive del primo e riempie furiosamente il secondo, ma di questi tempi, così difficili e colmi di prove, anche il silenzio ci interroga e ci scuote

C'è un pieno e c'è un vuoto. Di solito la tv vive del primo e riempie furiosamente il secondo, ma di questi tempi, così difficili e colmi di prove, anche il silenzio ci interroga e ci scuote. Ipnotizza perfino le telecamere. Viviamo giorni capovolti, anche nel rapporto fra i media e il sacro, ovvero con le domande che agganciano il destino alle nostre sventure. C'è chi va sullo schermo e recita la preghiera più semplice per i nostri cari defunti, come hanno fatto su Canale 5 Barbara D'Urso e Matteo Salvini, poi accusati da più parti di sciacallaggio; e ci sono quei minuti vertiginosi in cui Rai1 tace e si inginocchia al mattino presto davanti al Santissimo che il Papa offre all'adorazione universale da Santa Marta. Il dolore e le lacrime, autentiche o appiccicose, sono solo uno spicchio di un enigma più grande.

«Di Salvini e della sua preghiera non voglio dire nulla perché non voglio essere strumentalizzato - spiega monsignor Massimo Camisasca, vescovo di Reggio Emilia, una lunga consuetudine con radio e tv, ma posso affermare che il popolo, disorientato e impaurito, cerca nell'affanno delle notizie e delle sofferenze quotidiane risposte durature, non effimere, non banali ad una vita diventata improvvisamente ripida, o più faticosa di prima. In questo senso Rai1 e le altre emittenti intercettano un bisogno che sta emergendo ogni giorno di più».

Non si tratta di applicare uno schema religioso alla realtà o di benedire con una spruzzata di incenso o acquasanta i palinsesti e i loro ritmi convulsivi e profani. «No - riflette Camisasca -, la verità è che nel momento in cui tutte le certezze saltano e si combatte una battaglia incerta contro il virus, la gente è costretta a uscire dal guscio e allora cerca, magari a tentoni, Dio che ci illumina, ci accompagna, rompe attraverso Gesù la nostra solitudine». Eravamo impreparati a fronteggiare quel che è successo. Fra disagio e fatica, dedichiamo, con picchi di share inusuali, spazio a quel che prima era solo ornamento domenicale. «È un bisogno quasi istintivo che sorge - prosegue l'allievo di don Giussani, autore di molti libri - e non vorrei codificarlo in alcun modo. È presto per parlare di rinascita del cristianesimo o di altro ancora, ma certo fra le difficoltà enormi del tempo presente affiora un substrato profondissimo del popolo italiano».

Certo, colpisce l'ingresso di qualcosa di nuovo nel metronomo del piccolo schermo. «Il silenzio - osserva Camisasca - ci aiuta a stare davanti al mistero e al colloquio con Dio che era diventato una voce lontana, soffocata dal frastuono e dai rumori del mondo».

Prove di dialogo e rapporto, dunque, con quel che fino a ieri era confinato in una penombra indefinita. Le emittenti partecipano, ciascuna a suo modo, a questo fenomeno magmatico e non classificabile, alimentato anche dal blocco delle messe e delle funzioni. Chissà. «Qualcuno - sorride il vescovo - si stancherà o si addormenterà davanti alla tv, ma altri hanno capito che in quelle immagini così faticose, nelle manifestazioni sul web di tante diocesi, compresa la mia, c'è un legame profondo con la verità e le ferite delle loro esistenze». Fragili, ma non rassegnate.

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